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E' un virus anche la cultura del rischio “0”

Claudio Cerasa

Prudenza, ma senza panico. Accortezza, ma senza terrore. Realismo, ma senza pessimismo. Chiacchierata col prof. Remuzzi per capire perché l’Italia può farcela, perché la malattia è cambiata e perché la povertà può fare più danni del Covid-19

Nel dibattito pubblico innescato dalla graduale riapertura del nostro paese, tra problematiche evidenti, paure latenti e formidabile disciplina degli italiani, esiste una zona grigia tanto importante quanto pericolosa che costituisce il punto di incontro naturale tra due scuole di pensiero che meritano di essere illuminate. La prima scuola di pensiero è quella che invita alla prudenza, al non avere fretta, al fare piano per fare bene, al muoversi per evitare che un paese martoriato possa correre il rischio di incappare in una pericolosa ricaduta. La seconda scuola è quella che in nome della prudenza non si limita a predicare un’accortezza dinamica ma è quella che tende invece a immaginare i prossimi mesi come se coincidessero con l’ingresso dell’Italia in un tunnel oscuro, all’interno del quale per governare il panico non ci sarebbe altra soluzione dall’immobilizzare il paese. La seconda scuola di pensiero segue l’utopistica dottrina del “rischio zero” ed è una scuola tanto suggestiva quanto però dannatamente pericolosa: si può davvero pensare di affrontare la sfida della nuova normalità solo quando non vi saranno più rischi per la nostra salute? La tentazione di rispondere “sì” a questa domanda potrebbe essere quasi naturale (il nostro Andrea Minuz, con un tweet geniale, ha sintetizzato questa posizione sostenendo che il segreto per vivere bene la fase 2 sia restare a casa, mandare avanti gli altri e vedere che succede) ma battute a parte significherebbe accettare un principio letale: ovverosia che l’Italia possa e debba restare paralizzata fino a quando non vi sarà un vaccino.

 

Per ragionare attorno a questo tema cercando di governare le paure e mettendo insieme qualche spunto non pessimistico relativo ai prossimi mesi abbiamo chiacchierato con un virologo famoso di nome Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri di Bergamo, molto stimato nella comunità scientifica, e con lui abbiamo preso qualche appunto ulteriore sul tema oggetto di questo articolo: perché anche la cultura del rischio zero è a suo modo un virus culturale.

 

Remuzzi inizia il suo ragionamento partendo da un dato incoraggiante che riguarda la naturale traiettoria delle pandemie. “Non dobbiamo farci prendere dal panico. Le pandemie passano, anche quelle più gravi, e una volta che la curva inizia a decrescere è difficile che quella curva torni a salire in modo drammatico, specie quando un paese ha compreso, a tutti i livelli, l’entità della sfida”. Comprendere “l’entità della sfida” significa (a) aver reso chiaro a tutti i cittadini cosa possono fare per proteggere in modo efficace se stessi e (b) aver creato attorno ai cittadini le giuste condizioni per proteggerli nel caso in cui le cose dovessero andare non per il verso giusto. “L’Italia oggi può contare su molti più posti in ospedale, su molti più posti in terapia intensiva, su un esercito di 50 mila medici specializzati in medicina generale, su una capacità non indifferente di fare tamponi e su una popolazione che seguendo accorgimenti non invasivi, lavarsi le mani, usare le mascherine e soprattutto mantenere il distanziamento sociale, può ricominciare a tornare gradualmente a vivere la nuova normalità. Non è un caso che i medici che con le dovute precauzioni lavorano nei Covid hospital non si ammalano più. E non è un caso che le regioni che sono riuscite a mobilitare il maggior numero di unità mobili, pronte cioè a evitare un eccesso di ospedalizzazione dei contagiati, sono quelle riuscite a contenere meglio la diffusione dell’epidemia. Basterebbe poi accertarsi che nelle Rsa, dove abbiamo registrato quasi la metà delle morti da coronavirus, non vengano più mandati pazienti con il Covid-19, neppure in reparti ben distanziati dal resto delle strutture, per avere buone possibilità di affrontare la fase 2 in modo non così traumatico”.

 

Remuzzi poi aggiunge qualche altro granello di ottimismo e sulla base della sua esperienza offre due spunti di riflessione importanti. Primo: i malati di Covid-19, sostiene il prof., sono diversi rispetto a quelli che si incontravano tre settimane fa: “Non so se è il virus a essere mutato o se a essere cambiata è la carica virale di ogni paziente ma posso dire che sembra di essere di fronte a una malattia molto diversa da quella che ha messo in crisi le nostre strutture all’inizio della pandemia: oggi su tre pazienti che arrivano, uno viene ricoverato e due vengono curati a casa; fino a qualche settimana fa la stragrande maggioranza dei pazienti che arrivava aveva difficoltà respiratorie”. 

  

Secondo: “Ho l’impressione, sulla base degli studi a oggi disponibili, che in Italia la percentuale di persone che hanno contratto la malattia sia molto superiore rispetto alle attuali stime. A Bergamo è stato stimato che almeno il 60 per cento dei cittadini è stata a contatto con qualcuno che ha avuto il virus e non mi stupirei se un giorno dovessimo scoprire che in Italia il numero di chi ha avuto in qualche modo un contatto con il virus fosse compreso in una forchetta tra i 10 e i 15 milioni di persone”.

 

L’Italia, dice Remuzzi, potrebbe avere una sua immunità di gregge molto superiore rispetto alle stime attuali. Ma immunità o meno, continua il prof., riaprire tutto, a poco a poco, non può e non deve essere un tabù, per molte ragioni. “Dal mio punto di osservazione dico che, allo stato attuale, la povertà e i conflitti generati a causa di questa potrebbero fare anche più morti del virus se non corriamo presto ai ripari. Correre ai ripari significa non mettere in contrasto il benessere economico di un paese con la salute dei suoi cittadini, significa dare ai governatori delle regioni la facoltà di aprire in modo differenziato in relazione alle proprie capacità di contenimento e al livello di contagio e significa poi riaprire al più presto tutte ma proprio tutte le attività produttive anche per una ragione spesso trascurata: il servizio sanitario per andare avanti ha bisogno anche delle tasse e se l’economia non riparte i soldi disponibili per la Sanità potrebbero essere inferiori rispetto a quelli necessari”. Ripartire, per Remuzzi, significa ripartire con tutto, o quasi, “anche i teatri e i cinema ripartiranno, con modalità diverse rispetto al passato, ma siamo un popolo fantasioso e troveremo delle soluzioni”, e in questa logica, secondo il professore, andrebbero riaperte anche le scuole: “I bambini si infettano, come tutti, ma raramente si ammalano e pochi di loro sono contagiosi. Ma al di là di questo mi sfugge la logica della chiusura delle scuole: i genitori che torneranno al lavorare, non potendo lasciare i figli a scuola, tenderanno a lasciare i propri figli dai nonni e questo alla lunga, nella logica del contenimento dei contagi, potrebbe diventare un problema. E se posso permettermi direi che anche lo sport, a porte chiuse, potrebbe ripartire: gli sportivi si possono controllare e detto con un po’ di umanità in una fase come quella che stiamo vivendo avere dello sport da guardare è uno svago che forse possiamo e dobbiamo permetterci”. Prudenza sì, panico no. Il senso di una buona ripartenza, forse, lo si può inquadrare anche partendo da qui.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.