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Ecco le eccellenze italiane che lavorano ai test e ai vaccini contro il virus

Eugenio Cau

Riccardo Palmisano (Assobiotec-Federchimica): “Forse più di altri settori siamo consapevoli di cosa significhi affrontare una pandemia”

Milano. Un gruppo di aziende biotech italiane è entrato da qualche tempo nella grande corsa mondiale per contenere e infine sconfiggere il coronavirus, e sta ottenendo risultati. Mentre le cronache sono piene di farmaci giapponesi miracolosi e sperimentazioni di vaccini ai quattro angoli del mondo, il biotech italiano ottiene riconoscimenti internazionali ed è prossimo a sperimentazioni importanti. “Forse più di altri settori siamo consapevoli di cosa significhi affrontare una pandemia”, dice al Foglio Riccardo Palmisano, presidente di Assobiotec-Federchimica, l’associazione di categoria che riunisce oltre 130 aziende che si occupano di biotecnologie e di farmaceutico (oltre che di agricoltura e ambiente). “Per questo, come l’intero tessuto produttivo, abbiamo preso misure contro il virus, abbiamo fatto smart working e riadattato i turni, ma i laboratori non sono mai rimasti vuoti, perché alla fine della nostra catena c’è il paziente, non solo chi è affetto da coronavirus”.

 

Palmisano spiega come nel territorio siano diversi i centri di eccellenza attrezzati per dare un contributo contro il virus, soprattutto in due campi: la diagnostica e i vaccini. Nel campo del testing c’è DiaSorin, un’azienda con sede vicino a Vercelli con una presenza molto forte a livello internazionale (mentre spesso si legge di aziende estere che comprano eccellenze italiane, DiaSorin ha fatto acquisizioni negli Stati Uniti, dice Palmisano), che ha sviluppato un test di diagnostica molecolare capace di dare risultati sulla positività al coronavirus nel giro di un’ora. Il test è così sensibile che è in grado di riconoscere il virus anche in caso di mutazioni. La divisione americana dell’azienda, DiaSorin Molecular, è stata una delle poche aziende a ricevere dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti un’autorizzazione di carattere emergenziale per procedere con l’utilizzo dei propri test, assieme ad alcuni fondi federali. I test di DiaSorin si fanno con macchine che l’azienda ha già installato in tutto il mondo, sono 800 e ce ne sono anche in Italia.

 

Tre aziende italiane sono entrate inoltre nella corsa ai vaccini, e tutte e tre vengono dal Lazio, dove si è creato un polo d’eccellenza negli scorsi anni. Irbm è una realtà che conta oltre 250 scienziati ed è entrata in collaborazione con l’Istituto Jenner dell’Università di Oxford per creare un vaccino per il coronavirus. Irbm ha una certa esperienza: nel 2016 mise a punto un vaccino contro ebola, e negli scorsi anni ha già fatto molto lavoro su un altro virus parainfluenzale, l’adenovirus. Irbm ha avviato lo sviluppo di un primo lotto di vaccini per i test clinici (cioè quelli sulle persone), che spera di cominciare prima dell’estate.

 

Anche ReiThera lavorò a suo tempo su ebola, e il suo vaccino contro il coronavirus è attualmente sottoposto ai test in vitro e sugli animali. L’azienda dovrebbe aver pronto un lotto da 10 mila dosi per cominciare i test clinici entro la fine di maggio.

Tempistiche simili per Takis, realtà biotech che ha sviluppato quattro varianti possibili del vaccino e ha cominciato la sperimentazione sugli animali in collaborazione con l’Istituto Spallanzani. I primi risultati dovrebbero arrivare entro fine aprile, ed entro l’anno ci saranno i test clinici.

 

“L’Italia è piena di scienziati di eccellenza internazionale e non dovrebbe servire una pandemia globale per ricordarcene”, dice Palmisano. “Abbiamo le armi per combattere questa emergenza e sconfiggerla, ma ci sono modi per essere più preparati quando arriverà la prossima”. Palmisano ricorda che i fondi per la ricerca non sono ancora ai livelli europei: “L’obiettivo per il 2020 sarebbe stato di destinare il 3 per cento del pil alla ricerca, ma siamo ancora all’1,3. Ed è per questo che    quando questa crisi sarà finita serve un piano nazionale: l’Italia ha tutte le capacità per essere protagonista”.

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.