La grande scrematura

Giuliano Ferrara

Ma se il coronavirus facesse fino in fondo il suo lavoro con noi anziani, davvero ne sortirebbe un mondo più ricco, più eguale, più libero, più produttivo, più pronto ad affrontare il futuro? Sì o no? Indagine (e chiacchierata) su un pensiero orrendo

Siccome sono un cinico, con le cautele di un’infinita benevolenza e di un umanesimo a prova di bomba, compresa l’ammirazione per la devozione e la carità cristiana, mi sono fatto venire in mente qualcosa di orrendo: ma se il coronavirus funzionasse pandemicamente come una grande scrematura, facendo fuori molti della mia età e oltre a tutte le latitudini, molti con le “patologie pregresse” nei cinque continenti eccetera, ne sortirebbe un mondo più ricco, più eguale, più libero, più produttivo, più capace di innovazione e proiezione nel futuro, posto che il futuro esista, sì o no? Ho chiamato al telefono il professor Francesco Giavazzi, l’economista e analista sociale che più stimo, e la sua risposta è stata agghiacciante: “Sì”. Naturalmente, non essendo una coppia di Stranamore, il professore e io ci siamo a lungo intrattenuti sul significato tragico di quel “sì”, sulla perdita di esperienza e saggezza che la scrematura comporterebbe, sul fatto per noi ovvio che gli esseri umani non sono numeri, meno ovvio per i nazisti e, Dio mi perdoni per averlo anche solo pensato, per gli statistici; abbiamo concordato che la libertà intellettuale è la base della ricerca in ogni campo, e che se il virus sarà sconfitto da un vaccino o da rimedi medicinali, questo a essa e solo a essa sarà dovuto, per non dire del contributo scientifico e filosofico di tanti vecchi e dei morti, e tuttavia nelle scienze umane e sociali la libertà intellettuale implica che ci si facciano anche le domande perverse, che alimentano la perversione in una spirale cieca. La grande scrematura potrebbe rivelarsi una specie di bonanza per il mondo che ne verrebbe?

 

Ora è certo che il senso comune è un alleato della libertà di pensiero e del dubbio sistematico, che di una sola cosa non è autorizzato a dubitare: il valore della vita e in particolare della vita umana, orizzonte originario e finale di tutte le cose, di tutti i pensieri, di tutto l’amore (mi verrebbe da aggiungere: dal concepimento alla morte naturale). Tuttavia, e qui il vecchio sbrigativo scribacchino e il notevole economista accademico e ricercatore attivo concordano spontaneamente, il senso comune ci dice che “oggi il problema decisivo del mondo è il suo invecchiamento progressivo”. Ci dice che la spesa previdenziale e la spesa sanitaria sono colossi complicati e fecondi, generatori di welfare e di mostri, difficili da abbattere; e se è vero che famiglia, patriarcato, matriarcato, se è vero che i nonni si sono rivelati preziosi tamponi (oops!) a petto delle crisi ricorrenti dello sviluppo, è anche indubitabilmente vero che il grato aumento della vita media e l’affollamento del pianeta nell’abbondanza delle aspettative, e in questo brulichio la progressiva crescita percentuale di organismi fragili, debilitati da diverse patologie, costituiscono un problema, tanto più che gli organismi fragili sono molto costosi socialmente “e le cure non si ripagano con il valore prodotto all’epoca della robustezza” (Giavazzi).

 

Abbiamo vissuto di recente un melodramma del tutto italiano, chiudiamo la vita, riapriamo la vita, Milano si ferma, Milano non si ferma, ma dobbiamo andare oltre il vago surrealismo di scena in cui sono trascorse settimane di follia del non-sapere-come-orientarsi, salva l’attiva solidarietà e l’attivazione delle competenze, la rifrazione dei talk-show, le procedure d’autorità, e sopra tutto la disinfestazione delle mani con acqua sapone amuchina. Può essere che sia una superbotta invernale di superinfluenza, punto e basta. Può essere che l’Africa calda e l’Oceania ci debbano indurre a pensare, per la loro relativa immunità, tutta ancora da mettere alla prova, che con la buona stagione le cose miglioreranno, punto e basta. Può essere invece che la pandemia, con i suoi aspetti anche benigni, quelli di un’influenza da cui si guarisce nel 90 per cento dei casi, e con quelli maligni, le affezioni che si aggravano e assumono carattere terminale per tanti pazienti di età avanzata e molto avanzata, ci presenti entro un certo tempo un panorama di rovine fatto di sovraffollamento intenibile delle strutture sanitarie e di una selezione eu-anagrafica in cui i vegliardi, con le loro patologie pregresse (che espressione inquietante), soccombono in una percentuale molto più rilevante che non i bambini, gli adolescenti, i giovani e le persone in età semplicemente matura. 

 

Il rinnovamento del mondo è sempre intessuto di crudeltà, perché è legato a quello che eufemisticamente chiamiamo il “ricambio delle generazioni” ovvero la morte dei vecchi. La crudeltà livellatrice di un male potenziale potrebbe definitivamente rivelarsi come l’ingiusta retribuzione di un’umanità che aveva reinventato la vita autorizzando una vecchiaia sempre più lunga: ecco la Cosa alla quale ci troviamo forse di fronte. Le guerre fottono prevalentemente i giovani, le pandemie di questo tipo i vecchi. Fosse vivo John Maynard Keynes, si metterebbe a tavolino e inizierebbe a scrivere un pamphlet intitolato: “Le conseguenze economiche e civili della pandemia da coronavirus”. E non è detto che sarebbe soltanto un’opera di denuncia, non è detto che non vi si esprimerebbe una cinica, disperante speranza.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.