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In campo per la rielezione c'è solo Virginia Raggi

Massimo Solani

Lega dispersa, Fratelli d'Itali muto. Il Pd locale attacca la sindaca (“non la sosterremo mai”) ma Caudo: “Temo l’effetto Conte a Roma”

Roma. Ora che Virginia Raggi ha parlato senza parlare e come Michelangelo punta a portare a compimento con un secondo mandato da sindaca la sua personalissima Cappella Sistina (il paragone iperbolico e sprezzante del ridicolo è dell’ex capogruppo del Movimento in assemblea capitolina Paolo Ferrara), la campagna elettorale per Roma è definitivamente iniziata. Sul campo, però, la sindaca è da sola e tanto guardando all’orizzonte del centrodestra quanto in quello del Pd le grandi manovre per il Campidoglio di cui pure si era parlato nei mesi scorsi sembrano tramontate. E se prima Matteo Salvini, ai tempi del primo esecutivo Conte, cannoneggiava ogni giorno gli alleati di governo del Movimento proprio usando Roma come casus belli, adesso che a Palazzo Chigi l’avvocato del popolo si regge sull’accordo di maggioranza fra Pd e Movimento, in molti nella Capitale segnalano un certo strano imbarazzo sulla prossima corsa al Campidoglio. Come se, complice anche la robusta collaborazione in Consiglio regionale, il fragile schema di governo nazionale facesse presagire una sorta di segreta desistenza. “Il nostro giudizio sul fallimento della amministrazione Raggi è netto e non è plausibile alcuna forma di alleanza o sostegno alla sua ricandidatura”, taglia netto il segretario cittadino pd Andrea Casu. “Il Pd ha fatto un lavoro che lo ha portato dal 17 delle comunali 2016 al 34 per cento delle europee. Abbiamo riconquistato due municipi dopo un percorso che si è snodato attraverso le primarie di coalizione. Siamo opposizione al disastro di questa amministrazione e vogliamo costruire una alternativa assieme alle forze civiche e agli alleati, come è stato fatto in occasione delle elezioni suppletive che hanno portato all’elezione in Parlamento del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri”. Nessuna alleanza possibile, allora.

 

Concetto che ripete anche l’europarlamentare Massimiliano Smeriglio che pure, in Regione Lazio, con il Movimento ha lavorato proficuamente in un anno da vicepresidente durante il quale la maggioranza di Nicola Zingaretti si è retta spesso su una sorta di appoggio esterno a Cinque stelle. “Serve una chiamata alle armi a tutte le forze del centrosinistra per proporre un progetto di ricostruzione che valorizzi le esperienze fatte in questi anni nei Municipi in cui siamo opposizione a Virginia Raggi e in quelli in cui stiamo governando. Occorre promuovere sul campo una nuova classe dirigente”, spiega Smeriglio. “E’ ovvio che il nostro giudizio sull’operato della sindaca è profondamente negativo e che pertanto non ci possono essere margini di nessun tipo”, prosegue. “Però sono anche convinto che occorra scindere il giudizio sull’operato di Virginia Raggi dalla possibilità di dialogo con i Cinque Selle – spiega l’europarlamentare – C’è in corso una esperienza di governo nazionale e abbiamo per certi versi ‘nemici’ comuni, ma è già la modalità elettorale prevista per le Comunali, con il doppio turno, a dirci che adesso ognuno deve lavorare nel proprio campo. E il nostro campo è quello del centrosinistra aperto ai moderati, all’ambientalismo e alle forze civiche. Un progetto inclusivo che può puntare a essere autonomo facendosi forte della propria storia di buon governo ma che possa facilitare una sorta di ‘fluidificazione’ del Movimento portando la discussione nel nostro campo”.

   

Uno schema di cui in qualche modo è convinto anche Giovanni Caudo che due anni fa, da esterno al Pd, ha riconquistato il terzo Municipio sulla base di un progetto largo di centrosinistra che ha permesso anche l’elezione di Amedeo Ciaccheri alla presidenza dell’VIII. “Mi auguro che il modello sia lo stesso”. dice. “Quello che serve è una proposta che sia appetibile anche a quella larga fetta di elettori delusi del Movimento, che tenga insieme la platea di chi si riconosce nel Partito democratico e porti alle urne anche chi con il Pd non è grande in sintonia. Però è uno schema –ammette – che al momento però mi pare mancare. Mi auguro che l’accordo di governo nazionale e la situazione in Regione non pesino sui progetti romani – prosegue Caudo – ma a giudicare dal ritardo qualche dubbio mi viene. Il Pd romano dovrebbe essere un laboratorio politico nazionale, non il retrobottega della politica parlamentare, e questa una delle prime cose su cui occorre lavorare: serve un nuovo protagonismo della città”. Di sicuro, di accordo con il Movimento non vuole neanche sentir parlare Sabrina Alfonsi, presidente Pd del I Municipio. “Con loro, a Roma, in questi anni è stato impossibile dialogare”, dice. “La ricandidatura di Virginia Raggi, la cui esperienza di governo è evidentemente negativa, rende ancora più impossibile pensare a una alleanza con il Movimento”.

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