Il non detto

Toghe, Bisignani, Elkann. Gli omissis del discorso di Meloni

Ermes Antonucci

Nella conferenza stampa di fine anno, la premier se l'è presa di nuovo con i soggetti che starebbero provando a condizionare il governo. Ecco, secondo quanto risulta al Foglio, a chi si riferiva

C’è in primo luogo la magistratura tra i soggetti evocati dalla premier Meloni nella conferenza stampa di fine anno tra i “poteri forti” che starebbero remando contro il governo. Il pensiero va immediatamente alla polemica degli ultimi giorni legata a Marcello Degni, consigliere della Corte dei conti che in un post pubblicato su X si è rammaricato che l’opposizione non abbia fatto ostruzionismo contro la manovra finanziaria, mandando il paese in esercizio provvisorio. Non a caso, è a Degni che Meloni ha dedicato un passaggio della sua conferenza: “Ho da chiedere alla sinistra se sia normale che persone nominate in incarichi che devono essere super partes si comportino da militanti politici. Su questo chiaramente mi attendo una risposta da Elly Schlein e magari anche da chi ha nominato questa persona”. Il riferimento è a Paolo Gentiloni, che nel 2017 da premier diede il via libera alla nomina di Degni. 

 

Ma non c’è solo la Corte dei conti. Le preoccupazioni più profonde di Meloni sono legate all’attivismo di una parte della magistratura ordinaria, sul quale del resto un mese fa il ministro della Difesa Guido Crosetto ha rilanciato l’attenzione prima sui giornali e poi in Parlamento (“Mi raccontano di riunioni di una corrente su come fermare Meloni”). Congressi a parte, il vero nodo è rappresentato dalle decisioni adottate sul piano giudiziario da diverse toghe, soprattutto su alcune materie di interesse cruciale per il governo, come l’immigrazione. Basti ricordare le sentenze della giudice di Catania, Iolanda Apostolico, e le polemiche legate alla presenza di quest’ultima in alcune manifestazioni contro il governo. C’è poi da considerare la costante opposizione dell’Associazione nazionale magistrati alle ipotesi di riforma della giustizia avanzate dalla maggioranza (come la separazione delle carriere), e persino dall’opposizione (emblematica la reazione sulla cosiddetta “legge bavaglio”, che in realtà non è né legge né bavaglio). Senza dimenticare le inchieste aperte nei confronti di alcuni membri dell’esecutivo (come il rinvio a giudizio “coatto” per il sottosegretario Andrea Delmastro).

 

Non sono solo le toghe, però, a turbare la serenità della premier. “Penso che qualcuno in questa nazione abbia pensato di poter dare le carte, ma in uno stato normale non ci possono essere questi condizionamenti”, ha affermato Meloni in conferenza stampa, sollevando il dubbio che “alcuni attacchi scomposti alla sottoscritta” siano legati al fatto che “affaristi, lobbisti e compagnia cantante non stiano passando un bel momento”. “Non sono una persona che si spaventa facilmente”, ha poi scandito per due volte la premier, ripetendo il “non sono ricattabile” che disse durante la formazione del governo.

 

Secondo quanto risulta al Foglio, alla premier non sarebbero andate giù le pressioni ricevute in vario modo da alcune grandi agenzie di comunicazione e lobbying, soprattutto durante il periodo delle nomine alle partecipate di stato. Nel novero delle persone reputate “non amiche” da Meloni un posto di rilievo risulta averlo Luigi Bisignani, che peraltro alla premier ha dedicato un recente libro pieno di indiscrezioni non simpatiche.

Ma anche alcuni grossi gruppi industriali ed editoriali non sarebbero visti di buon occhio. Basti pensare che, a un anno e due mesi dalla nascita del governo, la premier non ha ancora voluto incontrare il presidente di Stellantis (ex gruppo Fiat), John Elkann