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Editoriali

Altro che machete: il governo tentenna sulle nomine e non solo

Redazione

Dalla Rai alla Guardia di finanza, il problema è la solitudine di Meloni nelle scelte: limite della squadre o mancata fiducia dei collaboratori?

La discussione all’interno di un governo di coalizione sulle nomine più rilevanti non dovrebbe suscitare scandalo. Tuttavia non si può fare a meno di notare eccessi di indecisione che segnalano un problema non episodico. Non solo la ritarda nomina del comandante della Guardia di Finanza che ha dato luogo persino a polemiche personalistiche tra gli ufficiali coinvolti. E nemmeno soltanto la Rai, dove tentennamenti e temporeggiamenti hanno dato origine a un pasticcio tra l’ad Carlo Fuortes (ieri dimessosi) e il governo culminato con un acrobatico decreto ad personam la settimana scorsa. I casi di indecisione risalgono persino a prima. Ai tempi della controversa sostituzione del direttore generale del ministero del Tesoro,  Alessandro Rivera, che divenne uno stillicidio. Un andamento proseguito poi anche nella nomina dei responsabili della governance del Pnrr trasformatasi in una tortura cinese durata sei mesi nonostante l’urgenza oggettiva.

 

Quello che emerge è un problema di capacità decisionale che forse rende fosforescente un fatto: Giorgia Meloni è sola. Si ha infatti l’impressione che la presidente del Consiglio non disponga di una squadra di cui fidarsi e alla quale, quando necessario, affidarsi. Meloni fa bene nelle questioni di cui si occupa direttamente, a cominciare dalla politica estera, dal rapporto con l’America e il sostegno all’Ucraina. Ma sul resto, non fidandosi o non affidandosi ai collaboratori, spesso oscilla tra il voler imporre un po’ solipsisticamente un suo parere e il rinvio. Nessuno è fisicamente e intellettualmente in grado di decidere da solo su tutto, specialmente su questioni complesse che richiedono anche trattative e negoziati. Il limite della squadra che circonda Meloni, o la limitata fiducia che lei ripone nella sua squadra di governo, è un problema grave. E determina, spesso, prima uno stallo e poi una precipitosa soluzione di pasticcio. Se il governo vuole durare per tutta la legislatura la questione dovrà essere affrontata. E non riguarda un semplice rimpasto.

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