Quirinale, gioco crudele

Il figlio di Giovanni Leone racconta come si diventa presidenti della Repubblica

Salvatore Merlo

Da Montecitorio al Quirinale, Giancarlo Leone è cresciuto nei palazzi della politica per via dell'impegno del padre. E conosce bene le incognite della corsa verso il Colle. Parla il figlio del capo dello stato ricordato da Mattarella nel discorso in cui ha escluso un bis

“Mio padre era allievo di Enrico De Nicola, che fu presidente provvisorio della Repubblica. Ebbene De Nicola faceva così: solitamente negava di volere qualcosa, dopodiché però si offendeva se questa cosa non gli veniva proposta. E’ normale. E’ umano. Ho conosciuto tanti uomini delle istituzioni fatti in questo modo. Anche se non credo affatto sia il caso di Sergio Mattarella. Lui davvero non vuole restare al Quirinale. Non vuole essere rieletto presidente della Repubblica. E’ sincero quando lo dice, come lo era Giorgio Napolitano prima di lui”. E però Napolitano alla fine venne rieletto. “Ma solo perché tutti i partiti andarono in ginocchio a chiederglielo. Cosa che, certo, potrebbe anche ricapitare con Mattarella”. Quindi? “Quindi mai dire mai”. 

E allora sul serio “mai dire mai”, ripete Giancarlo Leone, sessantacinque anni, dirigente d’azienda, e gran conoscitore del Quirinale. Letteralmente un gran conoscitore. “Ci ho passato l’adolescenza”. Il figlio più piccolo del presidente Giovanni Leone. Lei andava in bici nei giardini del Papa e del re. “Ma ho abitato anche a Montecitorio. Praticamente ci sono nato. E la domenica quando non c’era nessuno pattinavo in Transatlantico”. Suo papà era presidente della Camera a quei tempi. Non si arrabbiava dei pattini? “Non gliel’ha mai detto nessuno”. Mattarella ha citato proprio il padre di Giancarlo per ribadire la propria indisponibilità alla rielezione. Leone era infatti contrario a un bis presidenziale. Lo scrisse in un messaggio alle Camere. Giovanni Leone era contrario, dunque, a un bis presidenziale. Auspicava una modifica della Costituzione, a questo proposito. “Ricordo benissimo quel momento”, dice suo figlio Giancarlo. “Avevo diciotto anni. Ma seguivo tutto. Quello fu un messaggio ignorato dal Parlamento, che nemmeno ne discusse. Si trattava di un intervento sofferto, in un passaggio difficile per il paese. Erano gli anni Settanta. Un messaggio ancora di grandissima attualità, se lo si rilegge oggi. Si invitava il Parlamento a delle riforme sostanziali, si parlava di modifiche al sistema bicamerale, di separazione delle carriere dei magistrati e del Csm...”. E c’era anche quel passaggio sul presidente della Repubblica, appunto. Sul cancellare la possibilità di rielezione. “Mio padre era stato uno dei settantacinque costituenti. Sapeva bene quali erano le ragioni di quella norma. Ma  le riteneva superate. Riteneva che ci fosse il rischio che il presidente della Repubblica, sul finire del mandato, iniziasse a lavorare a una propria rielezione al Quirinale”. 

 

Ma il Quirinale non è per chi lo desideri. E’ bensì una gloria terminale che corrisponde alla più smaniosa scaramanzia del comando. Al Quirinale, per esempio, non ci si candida. “E chi viene candidato spesso non viene eletto”. La lunga corsa mortifica i troppo desiderosi, i superbi e i sicuri di sé. Successe due volte a Fanfani. Anche ad Andreotti. “Mio padre per esempio non era candidato al Quirinale quando venne eletto. I candidati erano altri. Poi dopo una ventina di votazioni andate a vuoto si riunì l’assemblea della Dc, per decidere chi mandare. Mi ricordo che le schede su cui votavano poi venivano bruciate. Per non lasciare traccia”. Come nel Conclave vaticano. “Papà venne eletto a ridosso del Natale del 1971. Un po’ per caso. Dovevamo andare in vacanza a Roccaraso”. E invece? “Preparammo le valigie, poi però mio padre mi portò nel suo ufficio a Palazzo Giustiniani per seguire le votazioni. Avevo quindici anni. Tenevo il conto dei voti su un foglio di carta. Non c’era un calcolo fatto dalla televisione a quei tempi. Mio padre mi disse: ‘Può darsi che non mi eleggano, quindi preparati per la montagna’”. E invece fu eletto. Che faceste? “Arrivarono tutti nel suo ufficio di via Giustiniani. Poi la sera, a casa, durante la cena telefonò Cossiga. Che era ministro dell’Interno”. Che voleva? “In pratica gli ordinò di andare a vivere al Quirinale con tutta la famiglia. Per ragioni di sicurezza. Cominciava il terrorismo”. Ed ecco perché Giancarlo Leone è un grande esperto di Quirinale. “C’è un corridoio che si chiama ‘la lunga manica’ che misura trecentotrenta metri”. Lei ci andava coi pattini? “No, ero già troppo grande. Però c’erano i corazzieri a ogni angolo che sbattevano i tacchi facendoti trasalire”. Sconsigliato ai presidenti giovani con prole.  

 

Strano posto il Quirinale. Quelli che la spuntano, alla fine, sono proprio quelli che stanno più a lungo sott’acqua, come i sommergibilisti. “E’ un gioco incredibile e crudele”, dice Leone. Le racconto due episodi”. La prego. “Nel 1960 Togliatti si incontrò con mio padre, entrò nel suo studio di presidente della Camera e gli propose un accordo: i comunisti avrebbero votato per lui alla presidenza della Repubblica contro Antonio Segni, che era il candidato della Dc. Ma mio padre avrebbe dovuto far posticipare la convocazione dell’assemblea, per dare tempo a Togliatti di trovare i voti. Mio padre non lo fece. S’indignò. Al contrario convocò subito la seduta, e venne eletto Segni”. La strategia dell’impallinamento. Oggi come allora. “Altroché. Ma c’è un secondo episodio. Quello del 1964. La Dc questa volta candidò mio padre al Quirinale. Ufficialmente. Però dopo un po’ lui si accorse che era una trappolona del suo stesso partito. C’era in realtà una fortissima rivalità interna tra Fanfani e Moro che di fatto non consentiva la sua elezione. Gli stavano facendo un bruttissimo scherzo. Nella Dc queste cose erano all’ordine del giorno. Così si ritirò”. Un gioco crudele, appunto. E poi arriva il 1971. “E divenne presidente proprio quando non era candidato”. Sempre lo sfavorito. Ma davvero suo padre avrebbe rifiutato il bis? “Credo di sì, gli mancava il suo lavoro, il tribunale e l’università. Ma comunque la Dc non gliela avrebbe mai permessa una rielezione. Lui era isolato, come si è poi visto bene quando venne investito dal caso Lockheed e la Dc non lo difese. A quei tempi c’erano ben altri candidati che contavano molto più di lui nel partito”. E però, mai dire mai.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.