Dopo la conferenza stampa

Draghi e lo show contro la lagna

Claudio Cerasa

Sui vaccini serve più solidarietà, non più egoismo. L’Italia si riapre quando si può, non quando vuole Salvini. E poi l’Europa, la scuola, gli eurobond e la fiducia sul futuro. Appunti sul metodo Draghi

Ci sarebbero molte ragioni per leccarsi i baffi dopo aver ascoltato le risposte fornite ieri da Mario Draghi nel corso della conferenza stampa tenuta a margine del Consiglio europeo. Ci si potrebbe leccare i baffi per il modo in cui il presidente del Consiglio ha indicato delle irresponsabilità senza voler additare i relativi irresponsabili (“si ha l’impressione che alcune società, per non fare nomi, si siano vendute le cose due o tre volte”, ha detto Draghi riferendosi al gioco delle tre carte di AstraZeneca).

 

Ci si potrebbe leccare i baffi per il modo in cui il presidente del Consiglio ha risposto ad alcuni politici (come Salvini) abituati a considerare le richieste che arrivano dai propri follower più importanti dei dati epidemiologici che arrivano dal paese (Salvini, ieri mattina, ha detto che sarebbe stato “impensabile tenere chiusa l’Italia anche per tutto il mese di aprile”, Draghi ieri, dati alla mano, ha spiegato che l’Italia potrà ricominciare ad aprire solo verso la fine di aprile, “perché le chiusure dipendono dai contagi”). Ci si potrebbe leccare i baffi per il modo in cui il presidente del Consiglio è tornato a criticare le scelte discrezionali delle regioni che giocando con le priorità della campagna vaccinale (da due giorni, il sito del ministero della Salute ospita una voce inquietante tra le categorie dei vaccinati, “altro”, che ha ricevuto circa 1 milione di vaccini) hanno messo a rischio la vita delle persone più fragili (ieri per la prima volta Draghi ha lasciato intendere di essere pronto a far valere il peso dello stato centrale nel caso in cui le regioni dovessero continuare a giocare con l’anarchia: “La Costituzione attribuisce al governo le competenze sanitarie in caso di pandemia”). Ci si potrebbe poi rallegrare anche per ciò che Draghi ha detto rispetto alla possibilità di intervenire sui casi non rari degli operatori sanitari non vaccinati a contatto con i malati (“il governo intende intervenire: non va bene che operatori sanitari non vaccinati siano a contatto con malati”).

 

Ma in verità gli argomenti più interessanti che permettono di offrire qualche elemento in più rispetto all’identità del governo Draghi sono due e riguardano una questione di metodo e una di merito. Sul merito, Draghi si è ricordato di quel che aveva detto nel suo primo discorso da capo del governo sulla scuola ed è una buona notizia. Draghi ha così scelto (evviva!) di far proprio il modello francese sull’apertura della scuola e così, ha detto Draghi, subito dopo Pasqua le scuole fino alla prima media resteranno aperte anche nelle regioni rosse (laddove “ci sono state scelte di chiusura della scuola da parte dei governatori – ha detto il premier riferendosi al caso della Campania, dove le scuole da settembre a oggi sono state aperte solo per sei settimane – quelle scelte dovranno essere riconsiderate alla luce della decisione del governo di dare priorità alla scuola”).

 

Ha scelto meritoriamente di puntare sulla scuola, Draghi, ma ha scelto anche di puntare su un altro sentimento, difficile da masticare nella stagione dei vaccini che non arrivano a sufficienza, che è quello dell’orgoglio europeista. Draghi si è smarcato dal gioco lagnoso che la carenza dei vaccini in Europa sia colpa dell’Europa, ha ricordato che in questi mesi l’Europa ha creato la bellezza di 55 siti nuovi per la produzione di vaccini, ha aggiunto che in Italia ci potrebbero volere 3-4 mesi per iniziare a produrre i vaccini di altre case farmaceutiche  e ha ribadito che l’Europa non uscirà dai problemi sui vaccini con i blocchi delle esportazioni ma ne uscirà con il rafforzamento della capacità produttiva e con la capacità di saper creare fiducia. Serve maggiore solidarietà, ha detto Draghi, e non maggiore egoismo, e per questo ha indicato il sogno degli eurobond per spiegare in che senso avere maggiore coesione, in Europa, è il modo migliore per creare nuova fiducia. Gli eurobond, ha detto Draghi, servono perché se l’euro vuole competere con il dollaro come moneta di scambio e riserva a livello internazionale ha solo una strada da percorrere che è quella di arrivare a un bilancio federale europeo che preveda emissioni garantite dall’Unione. Più coesione vuol dire più fiducia. Più fiducia vuol dire più benessere. Più europa vuol dire più futuro.

 

Disciplina, pazienza, responsabilità, obiettivi realistici. E’ possibile che il metodo Draghi forse ci offra qualche delusione ma è difficile dire che il metodo scelto non sia quello giusto per  provare a rendere non impossibili le cose possibili. Finger crossed e viva l’Europa.

 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.