La concorrenza che salverà l'Italia

Claudio Cerasa

I soldi dell’Europa non bastano. Per rimettersi in pista, l’Italia deve archiviare l’ideologia tossica della decrescita infelice. Un Antitrust da urlo spiega perché dove c’è più concorrenza c’è meno populismo

Combattere con urgenza lo status quo, superare in fretta il codice appalti, puntare con decisione sulla produttività, smetterla di assecondare le imprese zombie, non fare dei servizi pubblici locali dei granducati delle clientele, considerare con serietà la privatizzazione delle municipalizzate inefficienti, smetterla di essere indulgenti di fronte ai deficit di concorrenza e rendersi conto finalmente che quando c’è una crisi sono i settori caratterizzati da una più intensa dinamica concorrenziale quelli che prima di altri di solito permettono a un paese di crescere e di creare occasioni di lavoro. E’ un formidabile manifesto contro il grillismo il testo presentato ieri mattina al governo dal presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato Roberto Rustichelli, che pur essendo stato scelto per quel ruolo proprio dal M5s, nel dicembre del 2018, ha spiegato in un documento di 109 pagine una verità difficile da contestare: un paese che deve fare i conti con le conseguenze di una crisi economica non può più considerare la concorrenza come se fosse un lusso a cui si può rinunciare e per la stessa ragione un paese che vuole provare a entrare da protagonista nella nuova normalità ha il dovere di emanciparsi una volta per tutte dall’ideologia tossica veicolata dai professionisti della decrescita infelice.

 

La relazione di Rustichelli contiene molti spunti interessanti, offre diversi elementi di dibattito politico e permette di spiegare con chiarezza perché “l’allentamento delle regole della concorrenza può prolungare la recessione”. In che senso? Il ministro dell’Economia Daniele Franco ieri ha detto di aspettarsi di “terminare le misure di sostegno all’economia verso la fine dell’anno” e alla luce di queste parole può essere utile spiegare in che modo, secondo i saggi consigli dell’Antitrust, l’Italia oltre a preoccuparsi di quello che l’Europa può fare per noi ha il dovere di occuparsi di quello che l’Italia può fare per se stessa. E dunque, dice Rustichelli, la ripresa economica sarà estremamente lenta fintanto che non sarà chiaro come “i settori protetti con misure restrittive della concorrenza sono quelli all’interno dei quali è più evidente l’impatto negativo generato sulla produttività”; fintanto che non sarà chiaro che la creazione di posti di lavoro potrà essere all’altezza della fase che stiamo vivendo oggi solo se vi sarà diffusa consapevolezza del fatto che “è la concorrenza che promuove produttività” e “induce le imprese ad essere più innovative, favorendo una migliore allocazione delle risorse tra le attività economiche e consentendo alle imprese più innovative di entrare nel mercato e provare a crescere”. 

 

L’intervento pubblico, in questa fase storica, deve essere evocato non per proteggersi dalla concorrenza ma per provare ad alimentarla. Nella consapevolezza che “l’ampio divario che caratterizza le dinamiche del sistema produttivo italiano rispetto al resto dell’Unione europea si spiega non solo sulla base del basso livello di investimenti e di innovazione ma anche per il deficit di concorrenza”. Uno stato che spende molto può funzionare se accetta di non fare dell’immobilismo l’unica forma di legalità consentita e se accetta di utilizzare i soldi dello stato per promuovere l’innovazione. E per farlo il presidente dell’Antitrust, voluto dal M5s, suggerisce al governo, sostenuto dal M5s, di archiviare per sempre alcune storiche battaglie combattute dal M5s. Battaglie come quelle in difesa della rete unica (per avere maggiore efficienza, dice l’Antitrust, serve avere una maggiore concorrenza tra le infrastrutture digitali). Battaglie come quella contraria alla privatizzazione dei servizi pubblici locali (citofonare Virginia Raggi). Battaglie come quella contraria all’uso dei termovalorizzatori. E su questo punto la relazione dell’Antitrust è persino sublime suggerendo agli ambientalisti all’amatriciana di non considerare la parola “sostenibilità” come un modo per avere un po’ più di stato e un po’ meno mercato. “La promozione della concorrenza nella filiera di gestione di rifiuti indifferenziati difficilmente può prescindere da una omogenea diffusione sul territorio nazionale dell’impiantistica di termovalorizzazione”. La concorrenza, dunque, serve non solo per difendere l’Italia dall’invadenza eccessiva di uno stato pasticcione ma serve anche a proteggere l’Italia dai politici sprovveduti incapaci di capire che la difesa dell’ambiente non è incompatibile con la difesa del progresso. Più concorrenza c’è, meno populismo avremo. Non suona male, no? 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.