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Urge una campagna di responsabilizzazione anche per i sindacati

Claudio Cerasa

Comprensibile la mediazione  per pacificare il paese, ma per cambiarlo non ci si può fare impressionare dalle levate di scudi corporative. Sulla scuola, una lezione dalla Francia

L’attenzione che il governo guidato da Mario Draghi ha scelto di rivolgere al tema della scuola non è importante solo per provare a misurare la distanza che esiste tra le promesse del premier e la loro effettiva realizzazione ma è importante anche per provare a testare quanto il governo guidato dall’ex presidente della Bce avrà la forza di cambiare uno squilibrio che esiste in politica nel rapporto tra governi e sindacati.

 Sulla scuola, come abbiamo scritto, il governo Draghi ha deluso le attese e, tanto per fare un esempio, la scelta di rassegnarsi alla chiusura delle primarie e degli asili nel corso della terza ondata è una scelta che denota un deficit di decisionismo non all’altezza della fama di Draghi (decisionismo inteso come capacità di decidere di fare quello che aveva promesso). Una scelta che, a riguardarla oggi, stona ancora di più se la si confronta con quella fatta negli stessi giorni da un paese come la Francia, che nonostante l’arrivo della terza ondata ha scelto, a differenza dell’Italia, di tenere aperte le scuole (oltre che i fondamentali parrucchieri). 

 

Il ministro dell’Educazione nazionale francese, nostro beniamino, venerdì pomeriggio ha motivato la decisione della Francia offrendo tre spunti di riflessione, utili per poi arrivare al tema da cui siamo partiti: il rapporto fra Draghi e i sindacati. La prima ragione, dice Jean-Michel Blanquer, ha a che fare con un “tema educativo enorme provocato nei bambini dal fatto di non andare più a scuola”. La seconda ragione ha a che fare invece con un tema di carattere per così dire pedagogico: “Cosa succede – si è chiesto sempre lo stesso ministro – se i bambini non vanno a scuola? Succede che la maggior parte del tempo la occupano in attività sociali, dove hanno la possibilità di contagiarsi di più che a scuola. A scuola esiste invece un protocollo rigido e questo protocollo rigido ha anche un merito pedagogico, poiché i bambini diventano ambasciatori di questi protocolli stretti nel resto della società”. La terza ragione, infine, ha a che fare con un tema epidemiologico, legato ai numeri: “Stando ai primi risultati dei test salivari che da tre settimane vengono condotti negli istituti francesi – ha aggiunto il ministro – il tasso di contaminazioni in media è questo: lo 0,5 per cento degli allievi si contagia a scuola, circa 500 su 100 mila, che è un tasso di incidenza che si trova al di sotto del tasso nazionale”.

 

Il tema relativo al coraggio che il governo avrà sulle scuole diventa ancora più centrale se si pensa a quello che succederà nei prossimi giorni a cavallo della Pasqua, quando le scuole resteranno con ogni probabilità chiuse anche nelle regioni con un colore non incompatibile con la riapertura per non far saltare le vacanze di Pasqua. E se qualcuno in queste ore si sta chiedendo se le regioni che torneranno a essere arancioni nella settimana precedente alla Pasqua, cioè dal 29 marzo, hanno davvero intenzione di confermare le vacanze come se nulla fosse, suggerendo ai presidenti di regione di riaprire le scuole solo dopo Pasquetta, tanto che fretta c’è, la risposta è sì. Colpa dei governatori di regione ma colpa soprattutto di un fatto che se non governato potrebbe diventare una costante pericolosa del governo Draghi e che ha a che fare, come si diceva, con il rapporto che la maggioranza ha scelto di avere con i sindacati dei lavoratori.

 

Per concentrarsi su alcuni ambiti cruciali – vaccinazioni, Recovery, sblocco dei licenziamenti – Draghi ha scelto di investire sulla pace sociale offrendo ai ministri la possibilità di costruire con i sindacati dei rapporti a volte di corresponsabilità (è il caso del ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, che come primo atto della sua azione di governo ha sottoscritto un patto con i sindacati) e a volte di subalternità (è il caso del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, che ha ceduto sul calendario scolastico e sulla centralità dei test Invalsi). E il tema culturale che dovrà affrontare Draghi è in fondo questo: pensare se dopo la “sbornia della disintermediazione”, come l’ha chiamata Enrico Letta, sia opportuno o no correre il rischio di entrare in una stagione dominata da un sentimento opposto: la nostalgia della mediazione corporativa, da usare come vaccino per pacificare l’Italia. E’ comprensibile che di fronte a un paese alle prese con le conseguenze economiche della pandemia un governo provi a usare tutte le cinghie di trasmissione possibili. Ma è anche doveroso chiedersi se in una stagione politica caratterizzata da un’assunzione di responsabilità da parte di un paese gli unici a non essere chiamati a una prova di responsabilità siano i sindacati. Un governo desideroso di utilizzare il cacciavite per cambiare l’Italia, cosa che il governo Draghi può provare davvero a fare, è un governo che deve mettere in campo ogni giorno il suo whatever it takes per combattere lo status quo senza lasciarsi impressionare dalle possibili levate di scudi da parte dei sindacati. E per farlo, come suggerito da Pietro Ichino sulle colonne di questo giornale, occorre scommettere su una parola difficile da maneggiare ma necessaria per intercettare le energie positive che si andranno a liberare nel nostro paese quando la campagna di vaccinazione avrà messo al sicuro i cittadini più fragili: è la responsabilizzazione, bellezza. In bocca al lupo. E occhio alla scuola.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.