Cari Salvini e Meloni: "Fate i seri"

Salvatore Merlo

Intervista al ministro degli Affari Europei, Enzo Amendola: “Gli imprevisti della storia misurano una classe dirigente”

“Dovremmo smetterla di fare gli sciocchi, con l’Europa ci giochiamo l’osso del collo”. E mentre lo dice passa in rassegna i principali elementi del dibattito pubblico e politico oggi in Italia, una cosa che gli deve apparire (e lo è) surreale: scricchiolii politicisti, spifferi, battutine, fetecchie sul Mes e persino sul ponte di Genova, argomento che dovrebbe per la sua drammaticità se non altro indurre al pudore.

 

Intanto fuori c’è il Recovery fund. La grande questione di quanti soldi arriveranno e soprattutto di come spenderli. Un paese di mattoidi da talk-show? “La qualità della classe politica e della classe dirigente del nostro paese si misura adesso”, risponde. “O questa maggioranza sente l’urgenza del cambiamento oppure alle paure del paese risponderemo solo con i timori autoconservativi del ceto politico. E quindi la frittata sarà inevitabile. L’urgenza del cambiamento, questo deve respirarsi. Dobbiamo correre. Zingaretti lo ripete giustamente da tempo, e alcuni pensano che sia politicismo. Ma non lo è”. Ed Enzo Amendola, quarantasei anni, ministro degli Affari europei, uomo della sinistra del Pd (ma spiritoso) allora si ricorda di una vecchia prima pagina di Cuore, la rivista satirica di Michele Serra.

 

“Era una copertina del 1992 credo. C’era la crisi nera. Il governo Amato. E poiché l’Italia era sempre la stessa, ieri come oggi, allora quelli di Cuore fecero questo titolo: ‘Nemmeno la crisi economica può migliorare gli italiani. Saremo più poveri ma stronzi uguale’”.

 

E dunque ride, il ministro. Poi però, abbassando la voce di un tono: “Le riforme non sono tema da seminario. La programmazione degli investimenti non è per i dibattiti in televisione. La qualità di una classe dirigente si misura dinanzi agli imprevisti della storia, non quando il mare è calmo e siamo tutti bravi a navigare”. Ne ha per tutti, il ministro. Maggioranza e opposizione. 

 

Smettiamola di fare gli sciocchi, dice Enzo Amendola. E cioe? “Tanto per cominciare, la mia parte politica deve innanzitutto essere orgogliosa perché abbiamo dimostrato che l’europeismo non è un orpello da biblioteca. E che il confronto in Europa, se basato su delle proposte, produce cambiamento. Per vent’anni abbiamo fatto seminari sui bond, e adesso, signore e signori: i bond sono arrivati”. Ma c’è un ma. “Perché il paradosso sarebbe che abbiamo fatto una battaglia in Europa per impaludarci in Italia. Nei prossimi tre mesi dobbiamo lavorare, fare. E velocemente. Ora abbiamo enormi risorse, quasi 3 trilioni di euro sono stati mobilitati dalle istituzioni europee. Il dovere morale e politico del Pd è promuovere le riforme e gli investimenti.

 

Non possiamo passare il tempo a parlare. Queste cose vanno fatte. E non perché ce lo chiedono i frugali, ma perché il nostro paese era già poco competitivo prima del Covid e ha bisogno di svegliarsi. Se non ora, quando?”. Dunque le priorità quali sarebbero? “La prima cosa è avere una pubblica amministrazione rivoluzionata dal digitale e arricchita da una nuova generazione di persone che sappia pianificare, e non solo gestire. Servono assunzioni nella Pa, servono dei programmatori di sviluppo”.

 

E insomma il Pd dovrebbe avere un ruolo proattivo nella maggioranza. E il M5s? Il M5s che deve fare? “Sono cresciuti con la paura dietrologica che ci fosse un nemico annidato a Bruxelles. E invece bisogna capire che Italia ed Europa sono la stessa cosa. La stessa comunità di destino. Faccio un esempio. Con tutto il rispetto per il dibattito sul Mes, non si può omettere che nel board del Mes sieda l’Italia e con delle quote rilevanti. Noi siamo determinanti in Europa, nel Parlamento come nelle altre istituzioni. Non c’è nessuna troika. Non c’è nessun centro di potere nascosto che vuole fregare i cittadini italiani. Anzi, io spero che presto i Cinque stelle facciano parte di una delle grandi famiglie europee proprio perché la battaglia in Europa è tutta politica e democratica. Non è un mondo di burocrazie. E credo infatti che, in questo anno, le alleanze costruite da Giuseppe Conte siano stati atti politici decisivi. A riprova che se si fa politica, si può ottenere. A marzo, quando tutti gli editorialisti italiani scrivevano il de profundis dell’Europa e qualcuno mi diceva che addirittura sarei stato l’ultimo ministro degli Affari europei nella storia italiana, questo governo ha tirato su una alleanza a nove con Sánchez e Macron. Un’alleanza che ha spinto la Merkel sulle nostre posizioni. E infatti oggi, a sostegno della Commissione, quei nove paesi sono diventati la larga maggioranza. Come si fa a non ricordare che a marzo la parola ‘bond’ era vietata?”.

 

Tuttavia il famoso Recovery fund non è stato ancora conquistato definitivamente. “Siamo agli ultimi due tornanti. Ma l’architettura è condivisa. Si tratta di negoziare sulla dimensione delle risorse, sulla governance e sulla pianificazione degli investimenti. Non sarà facile. E’ evidente”. Alcuni stati vorrebbero sottrarre le decisioni alla Commissione per affidare la governance del fondo al Consiglio europeo, cioè ai governi nazionali. “L’Italia è contraria a questa idea, che non ha nemmeno base nei trattati. Sarà tema del prossimo consiglio. Ci auguriamo che la presidenza tedesca anche su questo faccia valere un compromesso non al ribasso. La posizione italiana è che tutto rimanga in capo alla commissione. C’è un dibattito strano però, qui non c’è un derby tra quattro paesi frugali e quattro paesi spendaccioni del sud. Qui c’è una contestazione, da parte dei frugali, di una proposta della Commissione sostenuta dal Parlamento europeo e dalla maggioranza dei paesi membri. Non è un derby Italia-Olanda”.

 

Ieri il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, ha confermato in 750 miliardi la dotazione del fondo, che alcuni mettevano in dubbio. “Michel ha confermato che il progetto della Commissione ha una logica e una sostanza economica non frutto del caso. Certo ci sarà da negoziare ma siamo su una strada positiva”. A proposito: Conte è in Olanda. Che dirà al governo olandese? “Confermerà che con l’Olanda c’è un rapporto dialettico positivo. Bisogna capire quello che succede in Olanda per giudicare e potersi muovere”. E che succede in Olanda? “Anche lì hanno un dibattito incandescente. Con gli industriali e i settori economici che sono schierati a favore del Recovery fund mentre la destra di Geert Wilders, alleata di Salvini, urla in Parlamento che non bisogna dare soldi ‘agli evasori fiscali’ italiani. La citazione è testuale. L’hanno proprio detto. Insomma ogni paese ha una sua dinamica politica e dobbiamo saperla leggere per trovare punti di contatto e raggiungere scelte condivise”.

 

E dopo, dopo aver esaminato le colpe della maggioranza, Amendola passa all’opposizione: Salvini, Meloni, Berlusconi. “Salvini e la Meloni dall’inizio hanno scommesso sul collasso europeo. E con tutto il rispetto, mi sembra una scommessa che non gli porta niente. Con il paradosso che i loro alleati in Europa, dall’Olanda alla Germania, stanno facendo fuoco e fiamme con l’obiettivo di fermare il programma della Commissione. Che è un programma che serve all’Italia. Berlusconi invece ha tenuto una posizione più saggia, sin dall’inizio. Ma dico una cosa, anche a proposito di Salvini e Meloni: sarebbe ora che, tolta la valanga di tweet belligeranti, ci sedessimo tutti insieme a discutere di quali priorità dare agli investimenti da mettere in campo con i fondi europei. Perché questi soldi, queste risorse, non saranno per il governo ma per il paese”. E infatti il centrodestra vedrà Conte, la settimana prossima. “E sarebbe il caso che il piano di recovery nazionale diventasse anche patrimonio del centrodestra”. Di Salvini e Meloni? “Sì perché sono soldi per l’inclusione, la transizione green e digitale. Cose destinate a trasformare il volto dell’Italia nei prossimi anni. E non credo che farà bene a Salvini e Meloni stare sugli spalti a commentare o a insultare. La classe dirigente si vede anche in questi passaggi, lo ripeto. Ovviamente non sto proponendo una nuova maggioranza di governo, ma mi auguro un salto di qualità della nostra coesione politica. Ne guadagnerebbero anche in popolarità, credo. Tutti”.

 

Ieri Paolo Mieli ha scritto un editoriale molto severo con il governo e con Conte, sul Corriere. “Diversi quotidiani mettono alla frusta la capacità politica di programmare un cambiamento del nostro paese sostenuto dalla svolta europea. Non ho nessun problema a ragionare su critiche e sollecitazioni. Ma ho quasi un fremito personale a ricordare che tre mesi fa gli editoriali dei maggiori quotidiani, a esclusione del Foglio – e ci tengo a dirlo, lo scriva – avevano già allestito il funerale dell’Unione europea. Oggi alcuni urlano viva l’Europa e abbasso l’Italia. Non mi riferisco a Mieli, ma a un certo pericolo e diffuso provincialismo fazioso. Si tifa per un esito negativo del negoziato per poterlo utilizzare contro gli avversari politici. Faccio presente che in nessun altro paese europeo mi risulti succeda una cosa del genere”.

 

Il dibattito pubblico e politico è fortemente orientato al calcolo di bottega personale, e nessuno è vergine, diciamo. Nemmeno a sinistra. “Per questo dico: smettiamo di fare gli sciocchi”. E se invece continuiamo? “Guardi, io non temo che vinca il sovranismo, poiché questa crisi ha decostruito i fondamentali del sovranismo in tutto il mondo. E’ chiaro a tutti infatti, ormai, che nessuno si salva da solo. E che non si può fare da soli. Quello che temo invece per il mio, il nostro paese è di non intercettare i flussi di modernizzazione e cambiamento che si sono attivati in Europa. Io temo un’Italia che si lascia sfuggire questa occasione storica, un’Italia che resta ferma a discutere di cose assurde, che si accapiglia sulla forma della ripresa, se sarà a ‘U’ o a ‘V’, mentre gli altri ripartono e investono sul digitale e la cyber security… Tutte rivoluzioni che sono in atto, sono partite , mentre noi stiamo ancora a discutere sull’allineamento, sul Mes, in un continuo talk-show nazionale tra i piccoli calcoli di partito e di corrente. E’ questo che mi terrorizza”. Non facciamo gli sciocchi. “Eh”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.