“Il paurellum di Renzi”

David Allegranti

Marcucci: “Renzi ha cambiato idea sul governo? Io no”. Romano: “La scissione è un fallimento”

Roma. Perfino gli ex renziani rimasti nel Pd, sempre pazienti finora di fronte alle sortite del loro ex segretario nonché ex spirito guida, sbottano. E persino Dario Franceschini, pompiere per definizione, in un tweet paragona Renzi allo scorpione della nota favola: “Mentre stavano per morire la rana chiese all’insano ospite il perché del suo folle gesto. ‘Perché sono uno scorpione…”, rispose. È la mia natura’”. Sicché, per restare all’etologia, il Pd è come le famose formiche di Gino&Michele, quelle che a un certo punto nel loro piccolo s’incazzano. “Conosco l’ostinazione che Matteo Renzi ha usato per far nascere il governo Conte, ostinazione usata anche per benedire la stessa investitura del presidente del Consiglio”, dice al Foglio Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato, che non ne può più dopo aver seguito per giorni le bordate renziane. “È una ostinazione che peraltro io ho condiviso. Ora Renzi, dopo pochi mesi, forse ha cambiato idea. Io resto fermamente convinto che le ragioni che avevamo a fine agosto, siano immutate a fine febbraio”, dice ancora Marcucci, che – raccontano da Palazzo Madama – è infuriato con Renzi per lo scippo di Tommaso Cerno, senatore appena passato a Italia viva (“Questo è un governo ridicolo, di correnti e di cialtroni”, ha detto ieri Cerno a “Un giorno da pecora” per farsi amare ancora di più, si fa per dire, dal Pd).

 

Non è l’unico, Marcucci, a mostrare più di un cenno di insofferenza per Renzi, che nel Pd viene descritto, nientemeno, come uno “finito” mosso dalla paura. Lo dicono, dietro garanzia di anonimato, esponenti del governo un tempo vicini a Renzi, convinti che la tattica prevalga sulla strategia e il senatore di Scandicci si sia scatenato ma senza una direzione precisa. L’importante per Renzi, dicono dal Pd, è fare casino per “uscire dall’angolo”. Un analogo ragionamento – sulla debolezza di Iv sulla necessità di visibilità continua – lo fa anche Andrea Romano, portavoce di Base Riformista, la corrente di Lorenzo Guerini e Luca Lotti (e anche lui ex renziano). “Sono convinto che Iv debba restare in maggioranza, perché il patto politico all’origine di questo governo deve essere mantenuto intatto proprio con l’obiettivo di realizzare un programma che è fondamentale per il paese e per sgonfiare la minaccia sovranista (e il calo della Lega ci dimostra che la strada è giusta)”, dice al Foglio. Al contempo, aggiunge Romano, “temo che dovremo abituarci alle intemperanze di Renzi: la distanza tra le ambizioni iniziali di Italia Viva e la realtà del consenso cresce ogni giorno, la scissione si sta rivelando un fallimento (come personalmente avevo previsto) e la risposta di Renzi alla propria crisi finirà per aggravarla”. Quindi, dice Romano, “alla minaccia del caos si risponde con la concretezza dell’azione di governo, come abbiamo fatto e bene finora”. Insomma, insistono dal Pd, Renzi ha paura. La scissione è andata male, Iv non cresce. Per questo, scrive l’agenzia l’agenzia Public Policy citando fonti del Pd, Renzi “stravolge l’accordo raggiunto sulla legge elettorale e punta al sindaco d'Italia” solo “perché ha paura di non raggiungere lo sbarramento del 5 per cento (che lui ha voluto). Il suo modello elettorale è il ‘Paurellum’”, dicono dal Pd.

 

Rimproveri sono persino arrivati, martedì sera, da Graziano Delrio, capogruppo alla Camera, che a “Otto e Mezzo” ha detto di non rinnegare la sua “amicizia con lui”, cioè Renzi, “anche se adesso non siamo per niente allineati sulle ultime sue scelte. Io non credo che voglia far cadere il governo ma ha un modo di stare in maggioranza che non va bene perché crea molta tensione”. Anche ieri il capogruppo del Pd spiegava ai deputati di non capire più che cos’ha in testa l’ex segretario, che a “Porta a Porta” ha usato parole di scherno verso il suo vecchio partito: “Ci sono due modi di far politica. Il primo modo è il modo Lines Notte, assorbe tutto. Quello di chi assorbe qualsiasi proposta fatta pur di mantenere la seggiola”, ha detto Renzi. Insomma volano stracci, anzi assorbenti. Nel Pd però, pur prendendo seriamente gli attacchi di Renzi, c’è chi cerca di razionalizzarli. Seguiamo il ragionamento di questo autorevole deputato, un tempo vicino al senatore di Scandicci: “Lui può correre il rischio di votare a settembre? No. Quindi, primo scenario, può enunciare l’obiettivo di un premier diverso ma se non ha i voti non lo può perseguire, oppure, secondo scenario, può andare all’opposizione solo se nascono i responsabili. Quindi deve aiutarli a nascere per farsi liberare. L’unica cosa che non può fare è uscire senza rete per il governo”. E quindi senza rete per se stessi. D’altronde, come osserva un altro membro del governo, “la scissione non è andata come Renzi prevedeva”. I sondaggi continuano a tenerlo inchiodato a una doppia cifra, sì, ma con in mezzo la virgola.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.