Matteo Renzi e Nicola Zingaretti (foto LaPresse)

Non tutte le scissioni vengono per nuocere. Vedi il caso Pd-Iv

Andrea Ceron ed Elisa Volpi*

Rafforzano le comunità, creano un nuovo senso di lealtà e a volte fanno pure aumentare i voti. Uno studio

Per il Partito democratico la recente scissione operata da Matteo Renzi potrebbe essere paradossalmente meno dannosa del previsto, almeno da un punto di vista di psicologico. I parlamentari rimasti all’interno del Pd potrebbero infatti sentirsi ideologicamente più vicini al proprio gruppo e questa maggiore coerenza potrebbe limitare future defezioni, rafforzando la credibilità del partito agli occhi degli elettori. Questo vale anche per gli ex-renziani che hanno scelto di non confluire dentro Italia Viva. Nonostante alcuni abbiano espresso perplessità sulla loro scelta, ritenendo che possano puntare a indebolire il Pd dall’interno, una combinazione di meccanismi psicologici noti come “effetto pecora nera” e “dissonanza cognitiva” potrebbero spingerli a distanziarsi dai loro ex compagni di corrente, rafforzando la propria appartenenza al Pd.

 

Scissioni e defezioni dunque non avrebbero solo conseguenze negative per i partiti che le subiscono. In un nostro recente articolo pubblicato su Party Politics, abbiamo analizzato l’effetto psicologico prodotto da scissioni e cambi di casacca effettuati da parlamentari “voltagabbana” sui loro colleghi che hanno scelto di non abbandonare il partito. L’analisi, effettuata su 14 paesi europei dal 2005 al 2015, mette in relazione il livello di trasformismo di ciascun partito con le percezioni dei politici (misurate tramite questionari) in merito alla loro vicinanza ideologica rispetto al partito di appartenenza.

 

I risultati suggeriscono che un maggior livello di trasformismo (ossia un più alto numero di parlamentari che hanno abbandonato il partito durante la legislatura precedente) produce un trauma che tende a ridurre la distanza ideologica percepita da un politico rispetto al partito colpito da scissioni. Questo effetto è più marcato per due categorie. Vale in modo particolare per i parlamentari uscenti, che hanno avuto un’esperienza diretta in merito al danno prodotto dal trasformismo dei loro ex colleghi, ma vale anche per quei politici che, pur avendo livelli maggiori di insoddisfazione nei confronti della dirigenza del partito (ed essendo a tutti gli effetti dei potenziali transfughi), hanno deciso di non defezionare rimanendo dentro il partito. Questo risultato, che può sembrare paradossale, trova riscontro nella letteratura psicologica e in particolar modo nella teoria della dissonanza cognitiva sviluppata da Leon Festinger. Secondo Festinger, quando gli atteggiamenti di un individuo sono in contraddizione con i suoi comportamenti, si produce uno stato di malessere che l’individuo stesso tenderà a eliminare o ridurre per porre fine al disagio psicologico che esso comporta. A questo si aggiunge il cosiddetto “effetto pecora nera”, in base al quale i politici rimasti leali (soprattutto coloro che erano più simili agli scissionisti) tenderanno a prendere le distanze da chi invece ha defezionato, rafforzando così la propria percezione di vicinanza al partito. Queste teorie hanno implicazioni per quello che sta avvenendo all’interno del Pd. Potremmo aspettarci una maggiore coesione dei parlamentari Pd, dovuta non solo alle minori differenze ideologiche, ma anche al cambio di atteggiamento degli ex-renziani che prendendo le distanze dalla rottura operata da Renzi dovrebbero sentirsi più in sintonia con il loro attuale partito.

 

Finora già diversi esponenti del Pd hanno lanciato appelli alla coesione e qualche segnale in questo senso è arrivato proprio da alcuni ex-renziani. L’intervento di Luca Lotti (ex Ministro dello Sport del governo Renzi) sul Foglio a settembre sembra andare proprio in questa direzione. Nonostante la sua passata vicinanza a Renzi, Lotti ha deciso di restare nel Pd formulando una netta dichiarazione di fedeltà a quel partito. Anche l’ex ministro Graziano Delrio si è espresso criticando la scissione di Italia Viva e spronando il Pd a non farsi oscurare mediaticamente da Renzi. Naturalmente questi processi possono valere per molti, ma non per tutti, e qualche ex-renziano è sembrato a tutti gli effetti più tiepido, anche se persino il capogruppo Pd al Senato Andrea Marcucci, considerato tuttora tra i più vicini a Renzi, ha criticato la scissione dichiarando di essere rimasto nel Pd ma senza l’intenzione di “fare giochetti” e negli ultimi giorni ha detto che accoglierebbe a braccia aperte eventuali esponenti di Italia Viva che volessero tornare nel Pd. Sembra quindi che Zingaretti non solo non debba temere il fuoco amico degli ex-renziani rimasti nel Pd, ma che anzi possa contare su di loro per creare un partito più coeso. Questo almeno fino al prossimo congresso.

 

*Andrea Ceron è ricercatore in Scienza Politica presso l'Università degli Studi di Milano
Elisa Volpi è ricercatrice in Scienza Politica presso l’Università di Ginevra

Di più su questi argomenti: