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Un governo ZingaRenzi come alternativa a trucismo e populismo

Claudio Cerasa

La crescita delle leadership di Nicola Zingaretti da una parte e di Giorgia Meloni dall’altra ha ridotto gli spazi di lotta al salvinismo e al grillismo. Il leader di Italia viva ne sa qualcosa. Ma c’è una via d’uscita per la maggioranza

Ci si può girare attorno quanto si vuole, si può far finta di non vederlo, si può tentare di negarlo, si può fischiettare pensando ad altro, ci si possono stropicciare gli occhi fingendo di non crederci ma a prescindere da quella che sarà l’evoluzione della gara di wrestling all’interno del governo c’è una nuova geometria che vale la pena di approfondire e che riguarda due leadership di cui si parla poco e che sono però la vera novità di questa pazza fase della politica italiana. Le due leadership hanno decisamente poco a che vedere l’una con l’altra ma al momento condividono un curioso destino comune: sono gli unici capi di partito a essere riusciti a capitalizzare, in termini di consenso, le difficoltà patite negli ultimi mesi da Matteo Salvini. La prima leadership è quella incarnata da Giorgia Meloni, il cui partito, Fratelli d’Italia, nelle ultime due settimane ha guadagnato quasi un punto percentuale nei sondaggi, e oggi si trova intorno al 12 per cento, mentre la seconda leadership è quella incarnata da Nicola Zingaretti, il cui partito, il Pd, nelle ultime due settimane ha guadagnato lo 0,4 per cento nei consensi e si trova ora, a voler fare la media di tutti i sondaggi come ha fatto YouTrend, a meno di nove punti dalla Lega di Matteo Salvini e a un punto percentuale in meno rispetto al 22 per cento incassato alle europee, quando però dentro il Pd vi erano ancora sia Matteo Renzi (il cui partito viaggia intorno al 4 per cento) sia Carlo Calenda (il cui partito viaggia intorno al 2 per cento).

  

Le storie di Giorgia Meloni e di Nicola Zingaretti sono molto diverse l’una dall’altra e a parte la comune città natale, Roma, tra il leader di FdI e quello del Pd non esistono né convergenze né punti di contatto. Ma per ragioni diverse la traiettoria di Zingaretti e quella di Meloni sono lì a segnalare un tema sul quale occorrerebbe riflettere: e se lo spazio dell’anti salvinismo, oggi, fosse saturo proprio a causa della crescita di queste due leadership?

 

Il nostro ragionamento ha a che fare anche con la comprensibile intenzione di Matteo Renzi di cercare in tutti i modi di dare un futuro allo spazio politico da lui presidiato, quello dell’alternativa ai populismi di destra e di sinistra, ma la solidità e in certi casi la crescita delle due leadership oggetto del nostro articolo sono lì a testimoniare che, in modo per certi versi sorprendente, lo spazio dell’alternativa alla destra salviniana e alla sinistra populista è occupato, chissà se provvisoriamente, dai partiti guidati da Giorgia Meloni e da Nicola Zingaretti.

 

Giorgia Meloni è riuscita a costruirsi un percorso sul quale in pochi due anni fa avrebbero scommesso e buona parte della sua forza attuale deriva da un fatto difficilmente innegabile: chi si sente di destra e si sente però distante dal salvinismo si sente più vicino al partito di Meloni che a quelli di Berlusconi, di Renzi e di Calenda. Meloni ha colto questo punto e non perde occasione per dimostrare che a differenza di Salvini (a) non si considera una figlioccia di Putin, (b) non ha alcuna intenzione di uscire dall’euro, (c) non ha dubbi da che parte stare tra il Patto Atlantico e il Patto di Varsavia, (d) non ha costruito alleanze europee con i partiti xenofobi alla AfD, (e) non ha un’alleanza con il Movimento 5 stelle da farsi perdonare. Possono sembrare dettagli, ma a destra l’anti trucismo ha creato una leadership e quella leadership oggi per quanto possa non piacere è rappresentata dalla destra in formato Meloni.

 

Un ragionamento simile, se vogliamo, lo si potrebbe fare anche per il Pd di Nicola Zingaretti, che nonostante le mille difficoltà, le mille titubanze, le mille esitazioni, le due scissioni e la concorrenza molto vivace di Renzi è in questo momento la prima alternativa al centrodestra a trazione populista e, anche grazie al collasso del grillismo, è il vero motore dell’attuale governo, pur avendo a disposizione, come numero di parlamentari, il quarto gruppo alla Camera e al Senato. Si potrà dire che il governo non funziona, che la maggioranza rossogialla non è il massimo della vita, che l’alternativa da sogno contro il nazionalismo da incubo fatica a prendere forma, che la vicinanza con il M5s ha fatto emergere delle pulsioni populiste che il Pd sembrava aver spazzato via nel corso della sua precedente stagione di governo e che di fronte al collasso del grillismo, che ha perso circa 20 punti rispetto al 2018, sarebbe stato anche opportuno aspettarsi un Pd più tonico di quello attuale. Tutto vero e tutto corretto e l’ex leader del Partito democratico, Matteo Renzi, non ha tutti i torti quando rimprovera ai suoi ex compagni di partito di non aver fatto tutto ciò che sarebbe stato lecito fare per arginare quanto più possibile il virus giustizialista del grillismo. Ma al di là dei limiti del Pd di Nicola Zingaretti e al di là dei limiti della destra guidata da Giorgia Meloni il punto vero su cui varrebbe la pena riflettere, in questi giorni di crisi-non crisi del governo, riguarda un tema sul quale forse dovrà interrogarsi anche Matteo Renzi. Un tema che forse si potrebbe sintetizzare con una domanda: siamo sicuri che lo spazio giusto per costruire un’alternativa al populismo sia quello che si trova fuori dal perimetro del governo? Detto in altre parole: e se quel pezzo d’Italia che oggi non si sente rappresentato né da chi si trova al governo né da chi si trova all’opposizione non volesse altro che una forza disposta a dettare l’agenda non dall’opposizione ma semplicemente dal governo? All’opposizione un’alternativa al salvinismo e al grillismo c’è, al governo un’opposizione alternativa ai due populismi ancora non si vede. E forse sarebbe il momento, per l’attuale leader del Pd e per il suo predecessore, di mettere da parte i litigi e fare l’unica cosa che servirebbe alla maggioranza: far nascere, con urgenza, non un Conte Ter, non un altro governo, ma un governo guidato dalla coppia ZingaRenzi. Lo spazio c’è, basta solo volerlo vedere.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.