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È Giggino Di Maio il nostro uomo dell'anno

Claudio Cerasa

Ha annientato il M5s portandolo dal 32 al 17 per cento. Ha messo a nudo l’ideologia tossica del grillismo. Ha dimostrato che il populismo per essere compatibile con la realtà deve tradire se stesso. Ragioni pazze e un po’ birichine per un Di Maio person of the year

Per i fanatici della società aperta, come ovviamente siamo noi, l’anno che si sta per chiudere è stato piuttosto complicato e spesso avaro di soddisfazioni. In Europa, in realtà, le cose non vanno così male e in questi ultimi dodici mesi non sono state rare le occasioni in cui i sostenitori delle democrazie illiberali non si siano ritrovati con le spalle al muro. Le europee sono andate come sappiamo e non sono andate affatto bene per gli sfascisti antisistema. In Austria si è votato e il partito conservatore ha stravinto alle urne. In Grecia sono tornati al governo i conservatori. In Spagna i populisti di Podemos sono stati costretti al compromesso con gli odiati avversari del Partito socialista. Nel Regno Unito il modello Johnson, che predica una forma di chiusura infinitamente meno pericolosa rispetto a quella predicata da Corbyn, si è imposto sulla chiusura modello socialista. In Italia, come sappiamo, le cose non vanno nello stesso modo e i più pericolosi nemici della società aperta, pur essendo stati mirabilmente allontanati dalla plancia di comando dell’Italia, sono ancora lì a dominare i sondaggi e a sedurre ogni giorno milioni e milioni di elettori. Essere ottimisti, rispetto al presente, non è facile e risulta per certi versi quasi impossibile. Ma se si ha il coraggio di allargare leggermente l’inquadratura relativa al 2019 dell’Italia non si potrà non notare che nell’anno che si sta per chiudere esiste un dato politico persino entusiasmante che riguarda l’incoraggiante traiettoria seguita da uno dei partiti più importanti del nostro paese, ovvero il Movimento 5 stelle. E il protagonista assoluto, incontrastato e indiscusso di questo fenomeno, persino elettrizzante, è il politico che abbiamo pensato di scegliere come nostra person of the year. Proprio lui: Luigi Di Maio.

 

E’ grazie a Luigi Di Maio se nel giro di un anno il M5s è passato dal 32 per cento delle politiche al 17 per cento delle europee. E’ grazie a Luigi Di Maio se nel giro di un anno il M5s ha perso per strada qualcosa come sei milioni di voti. E’ grazie a Luigi Di Maio se il M5s è arrivato persino a pensare di non presentarsi a una doppia tornata elettorale (Emilia-Romagna e Calabria). Ed è grazie a Luigi Di Maio se nel giro di due anni di legislatura passati al governo l’ideologia tossica del grillismo si è ritrovata a sciogliersi come neve al Sole di fronte alla realtà.

 

Il M5s era nato per essere l’apriscatole che avrebbe aperto con violenza la scatoletta del tonno e si è ritrovato a essere oggi il tonno che difende la scatoletta dagli apriscatole altrui. Il M5s era nato per essere un partito che avrebbe dovuto portare l’Italia a uscire dall’euro e si è ritrovato a essere oggi un partito che combatte i partiti antieuro. Il M5s era nato per arrivare al governo e abolire il Fondo salva stati e si è ritrovato a essere oggi un partito che combatte contro i partiti che vogliono chiudere il Fondo salva stati. Il M5s era nato per considerare un accordo tra due partiti un inciucio tra ladri, un avviso di garanzia diventa una sentenza di condanna, un incontro con le lobby un cedimento alla massoneria, una cena nei salotti della finanza come una prova dell’essere schiavi dei banchieri, una partecipazione allo spoils system come l’essere parte di un sistema malato, mafioso, di lottizzazione o addirittura di spartizione e oggi il M5s è lì al governo che si allea con tutti, che lo spoils system lo mastica come se fossero delle chewing gum e che di fronte agli avvisi di garanzia non fa più la cagnara di un tempo (specie quando riguardano i suoi politici).

 

In questi mesi passati al governo, poi, grazie a Giggino signore della necessità, il M5s ha fatto anche di più. Ha governato per quattordici mesi assieme a un partito con cui aveva promesso che mai avrebbe governato, la Lega. Ha trasformato la figura del presidente-non-eletto-dal-popolo, Giuseppe Conte, non in una figura da demonizzare (i presidenti eletti dal popolo in Italia non possono esistere), ma in una figura da tutelare almeno nelle forme, addirittura in punto di Costituzione. Ha accettato di rinnegare tutte le proprie idee relative alla natura del Partito democratico finendo per fare un governo con il Pd, già partito di Bibbiano, e con il partito di Renzi, già manigoldo della Leopolda. Ha riacceso gli istinti bipolaristi italiani e persino il M5s si è reso conto che per contare qualcosa deve decidere da che parte stare. Ha dimostrato di considerare dei pazzi i grillini che tra Macron e i gilet gialli preferiscono ancora i secondi al primo. Ha accettato di votare in diverse occasioni, in Italia e in Europa, insieme con un partito mai amato (eufemismo) come Forza Italia – chiedere a Roberto Fico da chi ha ricevuto i voti per diventare presidente della Camera, chiedere a Elisabetta Casellati da chi ha ricevuto i voti per diventare presidente del Senato, chiedere ai parlamentari del M5s in Europa con quali partiti italiani hanno votato pochi giorni fa a Bruxelles la presidente Ursula von der Leyen. E, cosa non banale, ha reso evidente all’Italia intera che la grande intellighenzia di sinistra, la Cacciari Associati, che voleva avvicinare il Pd al M5s per costringere il Pd a mettere in atto una svolta corbyniana era una sinistra senza capo né coda. Grazie a Luigi Di Maio, l’Italia – oltre che a non dover scoprire anzitempo la gioia di essere governata da un leader desideroso di mettere i suoi pieni poteri al servizio di un progetto protezionista e antieuropeista: altro che Boris Johnson, che la Brexit non la voleva ma l’ha dovuta solo governare – ha potuto così scoprire che per essere compatibile con la seconda potenza industriale dell’Europa il grillismo deve fare l’opposto di quello che ha promesso ai suoi elettori (dalla difesa dell’euro ai porti chiusi, dalla difesa dell’Europa alla difesa delle prerogative del Parlamento) e che nei casi in cui il grillismo non smentisce se stesso (giustizia, prescrizione, scudo penale, Ilva) il paese ne paga amaramente le conseguenze. Grazie a Luigi Di Maio, il grillismo sta morendo. E ciò che resta del grillismo, almeno una parte di questo, quando il grillismo non è impegnato a trafficare con le procure, a giocare con i cinesi, a trasformare in parco giochi i nostri giganti industriali, è persino al servizio di una causa giusta: fare tutto ciò che è necessario per difendere l’Italia – e incidentalmente le proprie poltrone – da coloro che la vogliono portare più vicina a Mosca che a Bruxelles. Il grillismo resta un virus pericoloso ma grazie a Di Maio il virus potrebbe sparire dalla circolazione prima del previsto.

 

Non male questo Giggino, no?

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.