Zingaretti e Renzi si menano a colpi di Lega, Salvini come clava

Salvatore Merlo

Il Carroccio è diventato lo strumento di pressione psicologica che nel governo tutti i partiti usano contro tutti

Roma. La formula “attenti perché ho un accordo con la Lega”, assieme alle sue varianti tipo “occhio che ne ho parlato con Giorgetti” oppure “niente elezioni o regaliamo il Colle alla Lega”, fa ormai parte di un ricco armamentario minaccioso di cui la maggioranza di governo dispone allusivamente per fronteggiare qualsiasi evenienza e problema al suo interno, dall’Ilva alla manovra economica, dalla tassa sulla plastica ad Alitalia, esattamente come il superstizioso ha pronta una varietà di scongiuri per ogni fenomeno iettatorio: gatto nero, cappello sul letto, corteo funebre, numero 17… Matteo Salvini.

 

E allora c’è da placare l’arrembanza di Renzi? “Guarda che io parlo con Giorgetti e si può andare alle elezioni”, fa capire Andrea Orlando (che con Giorgetti ci parla davvero e si fa vedere mentre lo fa). Si deve tentare di contenere i soprassalti, le elisioni e i rigurgiti matti del M5s ormai sfuggito a ogni briglia di Di Maio? “Attenti perché anche a Salvini conviene votare”, allude Nicola Zingaretti in ogni intervista che rilascia. E ancora: è necessario comunicare al Pd che anche i renziani sanno maneggiare il coltello dalla parte del manico? “Noi di riforma elettorale parliamo anche con la Lega”, lascia intendere Matteo Renzi appena può. E insomma, Totò faceva le corna come Zingaretti dice “Lega”. E Renzi custodisce il numero di cellulare di Salvini proprio come Troisi si teneva stretta la Smorfia.

 

“Praticamente siamo un feticcio”, ride per esempio Edoardo Rixi, l’ex viceministro ai Trasporti, uno dei colonnelli di Salvini, uno dei dirigenti più importanti, che ovviamente come tutti i suoi colleghi leghisti in Parlamento s’è accorto di essere diventato una specie di oggetto di venerazione religiosa e rituale per il centrosinistra intero, grillini compresi, una cosa abbastanza perturbante, quasi freudiana verrebbe da dire. “Siamo lo strumento di pressione psicologica che nel governo tutti usano contro tutti, anche se non mi pare che funzioni tanto e la confusione è stellare”, dice Rixi, senza mai smettere di ridere. E in effetti, malgrado l’intreccio quasi sensuale tra plumbea pesantezza e aerea vacuità con il quale la Lega, Salvini e Giorgetti vengono alternativamente maneggiati dai partiti di governo, ecco, malgrado ciò: non pare che la reiterazione della minaccia sortisca effetti apprezzabili.

 

D’altra parte una minaccia di solito funziona quando è appannaggio di un solo belligerante, mentre qua Pd e Italia viva, Renzi e Zingaretti, si puntano l’un l’altro la stessa identica arma: plof. E infatti i grillini minacciati da Zingaretti, che usa Salvini come un bastone, non si placano affatto, anzi, insistono con l’Ilva e ieri, per soprammercato, sembravano pure tentati di riaprire il capitolo Tav. Tutto questo mentre Renzi, sempre ieri, pur minacciato dal Pd che brandisce la Lega come una clava, ha ripreso allegramente a mettere in evidenza lo stupidario della manovra grillodemocratica. E nemmeno il povero Zingaretti sembra tanto impressionato dalla minaccia renziana di una riforma elettorale fatta con la Lega alle sue spalle. Sicché non solo non c’è nessun effetto intimidatorio nell’uso combinato della formula contundente “Lega-Salvini-Giorgetti”, ma anzi sembra quasi di assistere a una farsesca recita in movimento di cui tutti sono allo stesso tempo spettatori, attori, autori e impresari. Ogni attore parla per conto proprio a voce alta verso la platea, dice di star combinando una beffa padana al vicino, il quale, naturalmente, poiché sta facendo anche lui la stessa cosa se ne impipa e va avanti fingendo di non aver sentito. Tuttavia, come dice sempre Rixi, che un po’ ci gioca, “noi siamo in Parlamento e parliamo con tutti”. Perché in effetti è vero che Giorgetti parla con Orlando e anche con Zingaretti, ed è anche vero che tra Renzi e Salvini è questione di feeling: nemici e complici, si cercano si parlano e si spiano non da oggi. Chissà quante mezze promesse, allusioni, tentazioni, piccole finte e grandi balle vengono scambiate in questi conciliaboli cui la Lega si presta volentieri, come la volpe con Pinocchio, vendendo a ciascuno un albero degli zecchini.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.