L'Umbria spiega al resto dell'Italia la pazzia di essere No Tav

L'Ohio italiano non è attrattivo per i turisti, che non sono molti e si fermano per poche notti

Si scrive Umbria, si legge Ohio. Celebrata dalla pubblicità e prima dai poeti come “cuore verde d’Italia”, l’Umbria non appare ancora particolarmente attrattiva per i turisti. Secondo il dossier della Cna, la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola impresa dell'Umbria, su dati Istat, nel 2018 gli arrivi sono stati 2,9 milioni, e le presenze (cioè i pernottamenti) 5,9 milioni. Queste cifre pongono l’Umbria rispettivamente al 14mo e 17mo posto nelle classifiche regionali, superata quanto a presenze da regioni direttamente e geograficamente concorrenti come Abruzzo e Marche. In questo caso il motivo è essenzialmente la bassa permanenza dei turisti che si fermano in Umbria 2,4 notti, su scala nazionale il dato più basso dopo la Lombardia, con una differenza tra opposti: la Lombardia riflette l’enorme attrazione del business, che comporta soggiorni brevi; l’Umbria, non è precisamente una terra di affari, non trattiene i suoi ospiti con le città e cittadine artistiche, gli itinerari nel verde e le bellezze naturali.  

 

 

E ha anche un grosso problema di gestione delle infrastrutture – un aeroporto di Perugia che funziona male, ferrovie malconce, alta velocità praticamente inesistente – senza rafforzare le quali è inimmaginabile poter scommettere sul turismo (negli anni la ricettività extra alberghiera è cresciuta in termini di strutture e presenze, ma strade, connessioni, reti di servizi rimangono in gran parte da adeguare per una piena capacità di accoglienza). Magari è anche per questo il centrosinistra alleato dei 5 stelle, ha candidato in extremis il presidente di Federalberghi Vincenzo Bianconi dopo decenni di politici professionisti. Nel valutare il numero dei turisti bisogna tener conto che l’Umbria è una regione con pochi abitanti, e il rapporto tra arrivi e residenti migliora un po’ la situazione: con 276 arrivi ogni 100 residenti la regione torna al di sopra della media italiana (212), però è abbondantemente superata da Trentino-Alto Adige, Val d’Aosta, Veneto, Toscana, Liguria. La sintesi della situazione è data dal trend di crescita degli arrivi dal 2010 al 2018: più 19 per cento, contro il più 30 di media nazionale e gli exploit di Veneto, Lombardia, Sicilia, anche Basilicata. Nelle presenze più 6 per cento, rispetto al 14 di media nazionale, e al 13 e 20 per cento delle confinanti Toscana e Lazio. Nel turismo i paragoni con l’Ohio, stato agricolo e industriale (Goodyear, Cleveland e Dayton), appaiono difficili. 

 

 

L’Ohio fa però parte della “rust belt”, la cintura della ruggine del Midwest ex cuore industriale d’America in crisi. L’Umbria, con le acciaierie Tyssen di Terni e il distretto di Narni sempre in bilico, rischia di arrugginirsi anch’essa. A meno che non ci sia qualcuno, in Umbria come in Italia, pronto a trasformare finalmente i problemi in opportunità.

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