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Rousseau dà un tocco nazionale al patto civico in Umbria Pd-M5s

Il Movimento rompe un altro tabù e dice sì (60,9 per cento) all’alleanza con il Pd. Si lavora sul candidato, spunta il nome di Francesca Di Maolo

20 Settembre 2019 alle 20:55

Zingaretti e Di Maio (LaPresse)

Zingaretti e Di Maio (LaPresse)

Roma. “In Umbria c’è un’emergenza”, diceva ieri Luigi Di Maio aprendo all’alleanza con il Pd per le elezioni regionali del 27 ottobre. Un’alleanza che dopo quella per costituire il governo per la seconda volta in un mese è passata dalla piattaforma Rousseau (ieri sì al 60,9 per cento, no al 39,1 per cento), strumento che ormai è entrato di fatto anche nel lessico istituzionale del centrosinistra. Accettato, incorporato. Se non c’è Rousseau, le decisioni non si possono prendere.

 

“C’è stata una giunta al centro di uno scandalo di corruzione sulla sanità. Che vogliamo fare? Metterci a dire quanto sono cattivi gli altri e quanto siamo bravi noi? Secondo me è il caso di trovare un modo per cui, insieme ad altre forze, diamo la possibilità a qualcuno di esterno ai partiti di cambiare questa regione e certe logiche”, ha aggiunto Di Maio per giustificare l’ennesima giravolta del M5s, che dopo aver aperto alle alleanze locali solo con le liste civiche si è poi detto pronto ad allearsi anche ad “altre forze politiche”. Solo che le “altre forze” sono il Pd, che ha già un candidato “civico”. Andrea Fora, già presidente di Confcooperative e vicino al cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei.

 

Fora da settimane è in campagna elettorale, ma dovrebbe adesso ritirarsi, stando alle indicazioni – sempre via Rousseau – del M5s. “Il nome che abbiamo proposto come candidata presidente è l’attuale Sindaco di Assisi, Stefania Proietti, una amministratrice locale molto attiva e una docente universitaria molto apprezzata. E ci aspettiamo una risposta, perché non c’è più tempo”. Epperò anche il Pd sta aspettando una risposta, come ha detto Walter Verini ieri: “Da giorni, in accordo con il partito nazionale, attendiamo una risposta seria su una candidatura civico-sociale da tempo in campo, a prescindere dal Pd: quella di Andrea Fora. Il quale, davanti a eventuali intese su profili di alto spessore, aveva dato e darebbe piena disponibilità ad aiutare queste soluzioni”. Non pare essere il caso, evidentemente, di Stefania Proietti. Servirà dunque un terzo nome. Sempre civico, perché Verini non vuole un candidato con l’etichetta Pd e Di Maio vuole “de-partitizzare” la giunta. “Ne parliamo da giorni”, dice Verini al Foglio. Come a dire: c’è una trattativa aperta, nonostante gli scazzi delle ultime ore. E proprio in tarda serata è spuntato il nome di Francesca Di Maolo, presidente dell’Istituto Serafico di Assisi

  

Questo cortocircuito sulla “civicità” – per usare una nota espressione di Denis Verdini – va a unirsi a un altro cortocirtuito. C’è sempre di mezzo Rousseau, naturalmente. A votare per il quesito sull’Umbria, infatti, ieri erano “tutti gli iscritti del Movimento 5 Stelle” (hanno partecipato in 35.036). E perché mai un iscritto della Valle d’Aosta o un altro della Sicilia dovrebbero decidere le sorti di un’altra regione? Mistero se non fosse che in realtà avere la legittimazione larga del modello Umbria potrebbe essere un primo passo per avvicinarsi allo stesso modello civico a livello nazionale. Un mistero è anche quello che potrebbe succedere il 27 ottobre. Pd e Cinque stelle hanno scelto di unirsi contro la Lega che in Umbria va molto forte, ha vinto alle amministrative a Terni (29 per cento) e governa insieme al centrodestra Perugia, anche se il sindaco è espressione di Forza Italia.

  

Il capo della Lega ha gioco facile nel drammatizzare lo scontro spiegando che il voto umbro è un test sul governo giallo-rosé. Fino a qualche settimana fa, la regione era data per persa dal centrosinistra, dopo le dimissioni – causa Sanitopoli – di Catiuscia Marini da presidente e quelle di Gianpiero Bocci da segretario regionale del Pd. Adesso questa unione fra Cinque stelle e Democratici potrebbe riuscire a recuperare lo svantaggio oppure rischia di rafforzare il sentimento anti-establishment, stavolta incarnato da Salvini?

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    21 Settembre 2019 - 01:01

    Zitta, zitta, quatta, quatta la DD avanza, Se in Umbria andasse bene, in prospettiva una crisi di governo non sarà "parlamentarizzata" bensì "piattaformizzata" sotto il controllo democratico di un'azienda privata. Il progresso è inarrestabile.

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