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Le cinquanta sfumature del (non) dialogo con i Cinque stelle

Da “senza di me” alle riserve della Repubblica. Tutti quelli che nel Pd vogliono o non vogliono avere a che fare con i grillini

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19 Luglio 2019 alle 06:00

Le cinquanta sfumature del (non) dialogo con i Cinque stelle

Nicola Zingaretti ospite a "Mezz'Ora in Più" (LaPresse)

Roma. Le cenciate fra Lega e Cinque stelle sfiorano quotidiani livelli parossistici, e tale è l’esagerazione che viene da chiedersi dove sia il bluff e dove la realtà delle cose. Ieri Matteo Salvini ha agitato pubblicamente lo spettro del voto anticipato (ma, e questo vale per tutti i politici, un conto è quello che si dice e un conto è quello che si pensa): “Non vedo governi diversi da questo. Se i no prevalgono sui sì allora la via è quella del voto, sperando che non ci siano maggioranze raccolte sul marciapiede perché qualcuno non vuole mollare la poltrona”. In attesa di una risposta all’arcano (rissa finta o vera?), nel Pd ci si divide in 50 sfumature di dialogo, o non dialogo, con i Cinque stelle.

 

#Senzadime

Sotto-sfumatura #maancheno. Sono quelli – Roberto Giachetti, Anna Ascani – che appena sentono un sussurro, un accenno al dialogo e all’interlocuzione con i Cinque stelle, mettono mano ai tweet. Per non parlare di quando spunta nei titoli di giornale la parola “alleanza”; lì si passa direttamente alla fondina. Ieri, su Repubblica, Massimo D’Alema ha detto che la sinistra dovrebbe cogliere i segnali di “autonomia” del M5s rispetto al governo felpastellato sull’elezione di Ursula von der Leyen. “C’è un’intervista a Massimo D’Alema in cui dice che dobbiamo aprire al Movimento 5 stelle”, dice Anna Ascani. “D’Alema. D’Alema e i 5 stelle. Non c’è bisogno di aggiungere molto altro. Se vogliono fare l’accordo, se lo facciano #senzadime”. La precede Matteo Renzi, che però in fondo spera nell’accordo del Pd con i Cinque stelle per avere una giustificazione e andarsene per la sua strada: “Oggi i giornali rilanciano accordo coi Cinque stelle (per la verità è una parte del Pd che lo rilancia, ndr). Penso a Di Maio/Gilet Gialli, Di Battista contro Obama, Lezzi sul Pil, Taverna sui vaccini, scie chimiche, vaccini, Olimpiadi, Tav, allunaggio. E ripeto forte e chiaro il mio NO all’accordo con questi. #senzadime”. Matteo Orfini non è della corrente “senzista” ma usa parole simili, specie dopo la sortita di Di Maio sul “partito di Bibbiano”. “Io col Pd non ci voglio avere nulla a che fare, con il partito di Bibbiano che toglieva i bambini alle famiglie con l’elettroshock per venderseli non voglio averci nulla a che fare”, afferma il capo politico del M5s. “Non era facile riuscire ad essere più ignobili di Salvini. Ma Di Maio è riuscito in questo capolavoro”, risponde l’ex presidente del Pd, che aggiunge: “Noi con Di Maio non vogliamo avere nulla a che fare, per usare le sue parole. Molto diverse oggi da quelle che utilizzava un anno fa, quando elemosinava i nostri voti per andare al governo. Le nostre parole sono invece le stesse di allora: Lega e M5s sono la stessa cosa, l’opposto della sinistra. E a loro ci si può solo opporre”. Insomma, dice Orfini, il Pd respinga i barconi del M5s.

 

Le riserve della Repubblica

Un grande classico, in ogni trattativa o fantacalcio istituzionale, è “l’ipotesi Amato”, che torna buona per ogni stagione. Amato al Quirinale. Amato presidente del Consiglio. Amato capo bagnino a Fregene. Amato è il modello per tutti i riservisti repubblicani e per quelli che aspirano a esserlo. Trasversalità è la parola d’ordine, specie di questi tempi in cui di vocazione maggioritaria non ce n’è nemmeno un’oncia. Prendiamo Enrico Letta, che potrebbe inevitabilmente presentarsi come aspirante inquilino del Colle o di Palazzo Chigi, che dopo l’elezione di Ursula von der Leyen con soli 9 voti di scarto, eletta grazie ai consensi del M5s, ha twittato: “Delle due l’una, o dicono che han sbagliato oppure tirano le conseguenze e cambiano di 180 gradi la strategia”. Oppure prendiamo Walter Veltroni, che sogna la presidenza della Repubblica e si fa fotografare con Virginia Raggi, a testimonianza di quanto potrebbe essere super partes, se solo i Cinque stelle cogliessero i segnali di autorevole autorevolezza. E vogliamo dimenticare Romano Prodi che ha liquidato l’èra renziana in tempi quasi non sospetti dicendo che il Pd “non è più il partito dei ricchi”, strizzando l’occhiolino al barricaderismo dei Cinque stelle?

 

Quelli dello streaming

Non c’è solo D’Alema a sognare un’intesa con i Cinque stelle. Non c’è solo Pier Luigi Bersani, prima vittima del partito dello streaming, che dopo le Europee spiegava perché sinistra e Cinque stelle devono parlarsi: “Bisogna dare un appuntamento per tutti coloro che sono disposti a lavorare per un’alternativa alla destra e cominciare con loro un percorso politico. Poi bisogna rompere il muro che si è creato tra gli elettori della sinistra e quelli dei cinque stelle”. C’è (soprattutto) Dario Franceschini, che da dieci anni gestisce in qualunque retrovia la macchina del Pd, in Parlamento e dentro gli organi di partito. L’ex segretario del Pd sogna un Conte bis sostenuto un po’ da tutti, a esclusione della Lega naturalmente, che abbia come base l’asse strategico-culturale fra Pd e Cinque stelle. Efficace l’indirizzo politico di Franceschini, che per la prima volta in vita sua vede diluire il proprio peso politico in una maggioranza troppo composita per restare attaccata a lungo: contarsi per contare, marciare per non marcire. E Nicola Zingaretti? Il segretario del Pd vuole il voto, ripete in continuazione. Niente governo Pd- Cinque stelle. Non in questa legislatura quantomeno. L’alleanza solo dopo il ritorno alle urne. Anche perché il Pd zingarettiano con chi mai altri potrebbe stare insieme? Alle Europee avevano pure lo stesso programma elettorale. Lo certifica pure Francesco Boccia: “La scelta del M5s di appoggiare la presidente von der Leyen – dice a Radio Radicale – è un chiaro segnale che hanno finalmente iniziato a fare politica. Non si può fare finta di non vedere che su molti temi Pd e 5s la pensano spesso in maniera simile. Lo dico da due anni, prendendomi anche gli insulti del vecchio PD. Se dobbiamo portare avanti alcune battaglie nel nome dell'Italia, lavoro, scuola, ambiente, non possiamo nasconderci dietro gli isterici capricci di qualcuno che sembra ancora alimentare la politica dei pop corn. Con i pop corn non si fa politica”.

 

Beh, se lo chiede Mattarella...

Con Di Maio, dicono i sostenitori della mozione Mattarella, presenti soprattutto in Base Riformista, non ci si va neanche a cena insieme. Figurarsi fare un governo. Con Giuseppe Conte, invece, le cose potrebbero essere molto diverse: se, caduto il governo felpastellato, il presidente della Repubblica suggerisse un Conte bis per evitare il voto anticipato, allora se ne potrebbe pure parlare. Da #senzadime a #senzaDiMaio.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    19 Luglio 2019 - 13:16

    Diciamo la verità: non è che il Pd abbia una visione chiara di quello che vuole fare, vale anche per programmi e idee. Lo stesso dicasi delle altre opposizione ,in primis Forza Italia che sogna di governare con Salvini, anche se le distanze sono notevoli e non solo per la visione dell'Europa, e compresi i rimasugli delle forze di centro.

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