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La svolta europeista del M5s è un orologio rotto o no?

Claudio Cerasa

Europa, Russia e M5s. Come maneggiare la novità di una maggioranza alternativa a quella a trazione putiniana

Un giornale che ha passione per la società aperta, la globalizzazione, il garantismo, per l’Europa, l’atlantismo, il mercato libero, la democrazia rappresentativa e lo stato di diritto, di fronte a due fenomeni politici come Luigi Di Maio, e il suo Movimento 5 stelle, e Matteo Salvini, e la sua Lega, non può che ritrovarsi in modo naturale ad avere ogni giorno una buona ragione per denunciare l’orrore, l’incapacità, la pericolosità e l’oscenità di due populismi simmetrici e di due nazionalismi complementari.

 

Ma un giornale che ha passione per la politica, e le sue trasformazioni, ha anche il dovere di utilizzare qualche punto di domanda quando all’interno del panorama pubblico si manifestano novità politiche rilevanti come quelle che abbiamo visto nelle ultime settimane all’interno dell’impresentabile universo del Movimento 5 stelle.

 

Le novità in questione non riguardano piccoli e insignificanti dettagli della nostra attività parlamentare ma riguardano due temi intorno ai quali nella giornata di ieri si è andato a configurare ancora una volta uno scenario politico da pre-crisi di governo: il rapporto dell’Italia con la nuova Europa e il rapporto dei paesi europei con la vecchia Russia. Questo giornale ha notato che sui princìpi non negoziabili la Lega e il Movimento 5 stelle si trovano spesso ad avere posizioni meno distanti rispetto a quelle che vorrebbero far credere i teorici del bipolarismo populista: le firme per uscire dall’euro in fondo non le ha raccolte solo la Lega, ma le raccolse anche il M5s; le ong descritte come taxi del mare in fondo non sono delle immagini usate solo dalla Lega, ma anche dal M5s; le alleanze in Europa con i partiti che sognano di sfasciare l’Europa non sono un’esclusiva solo della Lega, ma lo sono anche del M5s; l’odio nei confronti dell’europeismo versione-Macron in fondo non è solo una caratteristica del salvinismo ma è stato a lungo anche una caratteristica del grillismo, arrivato persino a solidarizzare con gli amici francesi in gilet giallo.

 

Eppure, in queste ore, è difficile non notare che la ragione per cui Matteo Salvini ieri pomeriggio ha fatto sapere a tutti i leghisti di prima fascia di essere pronto ad andare a votare subito dopo aver convertito in legge il decreto sicurezza (agosto? Chissà) ha a che fare con due cambiamenti messi in campo dai primi azionisti del governo del cambiamento, che per quanto possano essere opportunistici sono significativi e persino sostanziali. I due fatti che hanno spinto il leader della Lega a far sapere di non avere più fiducia nell’alleato di governo (Salvini ha usato la parola “tradimento”) sono legati da un lato alla scelta del Movimento 5 stelle di votare in Europa, insieme con i partiti europeisti, la presidente Ursula von der Leyen e dall’altro alla scelta grillina di rivendicare una maggiore autonomia dalla Russia putiniana rispetto alla Lega.

 

Un governo nato sulla base di un contratto sfascista, ultraputiniano e ultra antieuropeista che rischia di cadere per posizioni differenti su Russia ed Europa rappresenta oggettivamente qualcosa di spiazzante, e persino di interessante, di cui non si può non tenere conto. Gli orologi rotti, come sappiamo, due volte al giorno hanno la caratteristica di segnare involontariamente l’ora esatta ed è possibile che l’immagine degli orologi scassati sia quella giusta per inquadrare la svolta europeista del Movimento 5 stelle.

  

Ma quando Matteo Salvini dice che in Europa Pd e M5s governano insieme e che i grillini su questo punto hanno tradito gli italiani che si erano identificati nel contratto di cambiamento non dice una cosa inesatta. In Italia, stando a quanto abbiamo visto negli ultimi giorni, esiste una maggioranza parlamentare alternativa oggettiva, formata dal nuovo Pd e dal nuovo M5s. Questa maggioranza probabilmente non prenderà forma nel corso di questa legislatura (anche se il modo migliore per renderla possibile è portare avanti un governo morto da mesi). Ma è una maggioranza potenziale che su alcuni punti non irrilevanti ha caratteristiche diverse rispetto a quella che sarebbe potuta nascere all’indomani del 4 marzo (e che per fortuna non è mai nata). È una maggioranza da cui la politica non potrà prescindere. Ed è una maggioranza che potrebbe diventare qualcosa in più di una suggestione se i partiti d’opposizione (aiuto!) continueranno a fare di tutto per non diventare quello che dovrebbero essere: una forte e credibile alternativa di governo. Forse conviene svegliarsi.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.