E se si vota? Panico

David Allegranti

Gentiloni? Sala? Crisi o non crisi il Pd ragiona sulle elezioni con un dubbio: oddio, ma chi è il candidato premier?

Roma. Ma se – metti caso, prima o poi – ci fosse il voto anticipato, il Pd che cosa farebbe? Chi candiderebbe e come sceglierebbe il candidato? Le domande si rincorrono in queste ore di confusione organizzata, con Matteo Salvini versione Joker (“Se introduci un po’ di anarchia... Se stravolgi l’ordine prestabilito... tutto diventa improvvisamente caos. Sono un agente del caos. E sai qual è il bello del caos? E’ equo”) e una parte del Pd pronta a evitare il ritorno alle urne, via maggioranza alternativa, con Giuseppe Conte alla guida bis del governo e i Cinque stelle come possibili alleati. Le risposte a questi interrogativi sono molte. La commissione statuto del Pd, appena insediata e presieduta dall’ex segretario Maurizio Martina, potrebbe modificare le regole e scindere il ruolo di segretario da quello di candidato presidente. Qualora fosse così, Base Riformista – la componente guidata da Lorenzo Guerini e Luca Lotti che può contare su un’ottantina di parlamentari – è già pronta a chiedere le primarie. “Lo statuto e la ragion politica e il buonsenso non contemplano un altro sistema”, dice al Foglio il senatore Dario Parrini. “Ad oggi nulla si dice nel nostro statuto di come si sceglie il candidato premier perché il segretario, che è eletto con le primarie, viene considerato in automatico candidato premier”.

  

“Ma è evidente che in caso di sdoppiamento dei due incarichi – osserva Parrini – entrambi i titolari di entrambi i ruoli dovrebbero essere scelti con le primarie. Il Dna del Pd non consente altra scelta e io sono felice così”. Qualcuno però aggiunge che – in quest’orizzonte proporzionale o semiproporzionale – si potrebbe anche non scegliere il candidato presidente. Una soluzione peraltro che congelerebbe per il momento tutto il dibattito sul nome giusto per sfidare Matteo Salvini. Anche su questo, infatti, grande è la confusione sotto il cielo. Ma la situazione è tutt’altro che eccellente. Anzitutto perché molti sono gli ambiziosi cercatori d’oro sulla via di Palazzo Chigi, novelli zio Paperone nel Klondike. C’è Paolo Gentiloni, che vanta già nel pedigree politico la qualifica di ex presidente del Consiglio. C’è Enrico Letta, che però forse punta alla presidenza della Repubblica (anche lì il condominio è affollato, citofonare Walter Veltroni, Romano Prodi). Ci sarebbe pure Nicola Zingaretti, che fra tutti però – pur essendo il segretario – è quello che ha meno voglia di infilarsi in percorsi presidenziali. Anche perché il rischio di interrompere la serie positiva di vittorie, lui che si candida solo quando è sicuro di conquistare la competizione, è molto alto. C’è pure l’ipotesi di Giuseppe Sala, che a differenza degli altri potenziali contendenti ha un indubbio vantaggio: non ha un profilo politico legato esclusivamente al Pd (un po’ come Carlo Calenda, altro possibile protagonista). Anzi, più volte ha spiegato quanto il partito con cui ha vinto le elezioni a Milano non sia sufficiente a battere gli avversari.

  

“Il Pd può crescere ancora, ma non più di tanto”, ha detto di recente in un’intervista all’Espresso. “Solo un nuovo soggetto può riportare al voto qualcuno che normalmente non va a votare, qualcuno che ha votato per i 5 Stelle, e perfino qualche elettore della Lega che fa fatica ad accettare l’estremismo e la cattiveria salviniana. Anche per questo vedo in modo negativo le elezioni a breve termine. Si rischia che il nuovo soggetto sia solo una figurina”. Sala dunque arriverebbe solo a giochi fatti o sarebbe in grado di correre per eventuali primarie? E’ da capire. Una cosa però è certa: avrebbe bisogno di una rete ampia con solidi legami anche a Roma, in Parlamento. Nel Pd in diversi sarebbero pronti ad aiutarlo. Dal presidente del Copasir Lorenzo Guerini al capogruppo alla Camera Graziano Delrio. Quest’ultimo lo ha spiegato a qualche amico di recente: Sala – che gli ricorda il Matteo Renzi del 2012, mentre quello del 2019 pare intenzionato a fare altro, per fatti suoi – sarebbe determinante per vincere le elezioni, quindi per lui sarebbe la scelta più azzeccata. Un sindaco, oltretutto di Milano, la città migliore d’Italia. Profilo giusto, insomma. Solo che, ha osservato Delrio parlando con questi compagni di corrente, l’attuale Pd, così romanocentrico (Zingaretti, Gentiloni), non sta puntando sul modello Milano. Bensì su quello di Piazza Mazzini.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.