Perché guardare con ottimismo ai prossimi mesi osceni di governo populista

Claudio Cerasa

Le opposizioni avranno più tempo per svegliarsi, i populisti si sbraneranno tra di loro, Lega e M5s non sono i pilastri di un nuovo bipolarismo, si allontana l’ipotesi di elezioni eccessivamente anticipate. Molti rischi ma anche straordinarie opportunità in vista

Di questi tempi, in questi pazzi tempi della politica italiana, essere ottimisti, e provare cioè a essere positivi sul futuro, è sempre più complicato, sempre più tortuoso, sempre più spericolato, sempre meno facile e per tutti coloro che non amano il sovranismo, che disprezzano il nazionalismo e che si sentono anni luce distanti dal populismo potrebbe non essere così facile individuare un qualche elemento di ottimismo osservando l’imprudente traiettoria imboccata dal nostro paese. La carta dell’ottimismo potrebbe poi facilmente essere sostituita da quella del pessimismo se è vero quello che ha scritto venerdì scorso l’Economist, secondo il quale non è solo il rancore che genera il populismo ma spesso, in base al “paradosso della soddisfazione”, è anche la felicità a produrlo, che sarebbe poi un modo come un altro per dire gentilmente agli anti populisti: sveglia, non lo vedete che siete fottuti? Sarà perché il pessimismo non ci appartiene, sarà perché il catastrofismo non ci piace, sarà perché, come diceva sir Winston Churchill, l’ottimista vede opportunità in ogni pericolo mentre il pessimista vede pericolo in ogni opportunità. Sarà per tutto questo e forse per molto altro ma al contrario di quanto si potrebbe credere nella fase politica che stiamo vivendo vi sono ancora molte ragioni per mettere da parte l’inutile pessimismo e concentrarsi sul fondamentale ottimismo. 

 

L’Economist si chiede perché le persone felici votano per i partiti arrabbiati. Noi ci chiediamo se ci sia un modo per permettere alle persone furiose con i partiti arrabbiati di essere ottimiste, e dunque felici, anche dopo aver capito che il governo degli arrabbiati non ha intenzione alcuna di sfaldarsi, almeno per il momento, e che per questo, tra un’intervista e l’altra in mutande del ministro dell’Interno, ci accompagnerà allegramente, e con molti bacioni, nel corso di tutta l’estate.

 

Senza permettere agli elettori di poter giudicare chi governa togliendo
a chi guida il paese l’alibi del “sono stati quelli prima di noi a fare casini”
non sarà possibile avere fino in fondo un elettorato consapevole del disastro compiuto il 4 marzo 2018. E non sarà possibile evitare ciò che difficilmente potrebbe essere evitato in caso di elezioni eccessivamente anticipate: mettere la nomina del capo dello stato nelle mani di un Parlamento
a doppia trazione populista 

  

La risposta alla nostra domanda, esiste o no un modo per essere anti sovranisti e per essere ottimisti? è sì, eccome se esiste, e abbiamo cercato di rispondere a questa domanda non con una risposta ma con dieci spunti di riflessione. Spunto numero uno. Chi considera il populismo sovranista un pericolo per il nostro paese, e per l’intera Europa, può e deve giustamente essere preoccupato da quello che i sovranisti combineranno nei prossimi mesi (essere felici che i gialloverdi abbiano fatto una manovra correttiva è come essere felici che i piromani dopo aver appiccato un incendio si preoccupino di chiamare anche i pompieri) ma allo stesso tempo non può che essere contento che siano i sovranisti populisti, e non altri, a dover affrontare la prossima legge di Stabilità e a dover fare dunque i conti con i danni creati al paese da questa maggioranza.

 

Spunto numero due. Chi considera il populismo sovranista un pericolo per il nostro paese, e per l’intera Europa, può e deve giustamente essere preoccupato da quello che i sovranisti combineranno nei prossimi mesi (sarebbe interessante sapere quando la Zagrebelsky Associati organizzerà girotondi attorno al Parlamento per denunciare gli orrori costituzionali generati da una maggioranza di governo nata anche grazie al contribuito generoso offerto alla causa dai famigerati costituzionalisti antifascisti) ma allo stesso tempo non può che essere contento se grazie all’incapacità di governo mostrata generosamente ogni giorno da Luigi Di Maio e da Matteo Salvini l’Italia potrà diventare ancora una volta un modello in tutta Europa: se non volete avere un governo come il nostro, votate tutti tranne che sovranisti come quelli lì.

 

Spunto numero tre. Chi considera il populismo sovranista un pericolo per il nostro paese, e per l’intera Europa, può e deve giustamente essere preoccupato da quello che i sovranisti combineranno nei prossimi mesi (ma davvero può essere un segnale positivo avere un termometro chiamato spread che misura l’indice di fiducia di un paese che segna ancora una sfiducia due volte più grande rispetto a un anno e mezzo fa e tre volte più grande rispetto a paesi come il Portogallo e la Spagna?) ma allo stesso tempo non può che essere contento se grazie alla scelta di Salvini di non far cadere il governo le opposizioni avranno più tempo per riorganizzarsi, per darsi una sonora svegliata, per smetterla di scambiare la leadership di un partito d’opposizione con la leadership di una riunione di condominio (anche a costo, spunto numero quattro, di far nascere un nuovo partito, che oggi non c’è ma che forse servirà, capace di intercettare gli elettori infastiditi tanto dai partiti di governo quanto da quelli dell’opposizione).

 

Lo spunto numero cinque riguarda la bellezza, un po’ sadica, vero, di osservare i populisti costretti a sbranarsi tra di loro e a fare ogni giorno i conti con la realtà, e la storia recente del nostro paese ci dice che quando un partito arriva al suo massimo e non riesce a esaudire le aspettative degli elettori, il consenso con la stessa velocità con cui è arrivato se ne può andare via: è successo al M5s (15 punti persi in 14 mesi) può succedere anche alla Lega (ed è possibile che abbia ragione Giancarlo Giorgetti quando dice, spunto di ottimismo numero sei, che più Salvini perderà tempo per andare a votare e meno saranno le possibilità che Salvini diventi presidente del Consiglio).

 

Il settimo spunto per una piccola ma reale agenda dell’ottimismo riguarda un dato che più passa il tempo e più rischia di diventare imprescindibile: una reale, concreta e sana alternativa al governo gialloverde non può in nessun modo passare da un’alternativa al governo formata da uno dei due partiti di governo, e più sarà il tempo concesso a Salvini e Di Maio a Palazzo Chigi (senza esagerare però) e più saranno le possibilità che gli elettori si accorgano di quello che la classe dirigente delle opposizioni italiane sembra voler negare: la Lega e il M5s non sono i pilastri di un nuovo e inevitabile bipolarismo ma sono parte di un’alleanza ormai strutturale che ha una sua forza solo perché non esiste ancora un’alternativa forte, autonoma, credibile, capace di presentarsi agli elettori senza essere percepita come un inevitabile partner futuro di uno dei due partiti di governo.

 

L’ottavo spunto per una piccola ma decisiva agenda dell’ottimismo comprende un dato di realtà che occorre riconoscere con onestà: un governo Salvini sarebbe probabilmente un male minore rispetto a un governo Di Maio-Salvini, ma un governo Di Maio-Salvini tarato per durare il tempo giusto per non mandare a gambe all’aria il paese e per evitare la nascita di un governo Salvini potrebbe essere un male minore rispetto a un’elezione eccessivamente anticipata.

 

Il nono spunto per una piccola ma gagliarda agenda dell’ottimismo riguarda in realtà due questioni simmetriche: l’anti catastrofismo e la resipiscenza degli elettori. Fino a quando ci sarà un’opposizione incapace di essere percepita come qualcosa di diverso dal partito dello spread – forza spread, liberaci da questo incubo – l’opposizione continuerà a essere percepita come una forza costruita solo per distruggere qualcosa e non per costruire qualcosa di diverso rispetto a ciò che esiste oggi. E allo stesso tempo senza permettere agli elettori di poter giudicare chi governa togliendo a chi guida il paese l’alibi del “sono stati quelli prima di noi a fare casini” non sarà possibile avere fino in fondo un elettorato consapevole del disastro compiuto il 4 marzo del 2018, quando ha scelto di affidare l’Italia a un branco di populisti incompetenti e incapaci, non sarà possibile sgonfiare la bolla del salvinismo (il grillismo è già collassato) e non sarà possibile evitare (ma chissà se sarà possibile evitarlo) ciò che difficilmente potrebbe essere evitato in caso di elezioni eccessivamente anticipate: mettere la nomina del presidente della Repubblica nelle mani di un Parlamento a doppia trazione populista. Chi considera il populismo sovranista un pericolo per il nostro paese, e per l’intera Europa, può e deve giustamente essere preoccupato da quello che i sovranisti combineranno nei prossimi mesi ma se è vero che l’ottimista vede opportunità in ogni pericolo mentre il pessimista vede pericolo in ogni opportunità i prossimi mesi per chi vuole combattere il pensiero unico nazionalista sono pieni di rischi ma sono pieni anche di straordinarie opportunità: basta semplicemente volerle vedere.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.