Salvini esulta, ma la sentenza di Strasburgo sulla Sea Watch non c'entra nulla coi porti chiusi

Luca Gambardella

La Corte non indica un porto di sbarco per i 42 migranti a bordo della nave dell'ong ma chiede all'Italia di dare assistenza

Per la Corte europea dei diritti dell’Uomo (Cedu) non esiste un “reale rischio di danno irreparabile” per i migranti a bordo della nave ong Sea Watch 3. Ormai da 13 giorni, 42 persone continuano a navigare avanti e indietro lungo il limite delle acque territoriali italiane attorno all’isola di Lampedusa, in attesa che il governo autorizzi lo sbarco. L’unica indicazione data dai giudici di Strasburgo all’Italia – arrivata con una sentenza urgente e provvisoria, prevista per pochi casi eccezionali – è che continui a fornire “l’assistenza necessaria alle persone che si trovano a bordo della Sea Watch 3 che si trovano in una condizione di vulnerabilità, per via della loro età o delle loro condizioni di salute”. In sostanza, se le autorità italiane continuano a evacuare mano a mano le persone che si sentono male, secondo Strasburgo, non si ravvisa una violazione grave e continuativa dei diritti umani. Finora, sono state sbarcati 11 migranti a causa delle loro gravi condizioni di salute. 

  

 

La decisione dei giudici era attesa e replica la sentenza già emessa lo scorso gennaio, quando altri 47 migranti rimasero al largo per 10 giorni sempre a bordo della Sea Watch 3. Anche allora, i giudici decisero di non imporre all’Italia l’assegnazione di un porto, e si limitarono a chiedere alle nostre autorità di offrire assistenza.

 

 

Anche se i giudici non hanno dato ragione a Salvini e torto alla Sea Watch, come invece lascia intendere il ministro dell'Interno, e sebbene l’Italia resti in aperta violazione delle convenzioni internazionali che disciplinano i salvataggi in mare, per il Viminale la decisione odierna della Cedu è una vittoria facilmente spendibile sui social network. E’ stato lo stesso ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ad annunciare su Twitter la decisione della Corte. “Anche da Strasburgo si conferma la scelta di ordine, buon senso, legalità e giustizia dell’Italia: #portichiusi ai trafficanti di esseri umani e ai loro complici”, ha twittato il capo del Viminale. In realtà, i giudici non si sono espressi – né erano chiamati a farlo – nel merito della politica italiana dei porti chiusi (che invece, come dimostrano i numeri degli arrivi di queste settimane restano abbondantemente aperti). Ma stavolta Salvini può finalmente usare la decisione di un organo giudiziario europeo a suo vantaggio per legittimare il suo pugno di ferro contro i migranti. Immancabile, poi lo slogan del vicepremier: “Meno partenze, meno sbarchi, meno morti, meno sprechi. Indietro non si torna”. Poche ore prima, Salvini era stato ancora più duro: “L’Italia non si fa dettare le regole da una ong pagata da chissà chi. Se la Sea Watch avesse avuto a cuore la salute delle persone a bordo, in questi 13 giorni sarebbe già andata in Olanda. Per me può rimanere in mare fino a Natale o Capodanno, in Italia non arriva”.

 

Le prossime ore saranno decisive per le sorti dei migranti a bordo della Sea Watch 3. In un’intervista rilasciata oggi a Repubblica, la comandante della nave, la 31enne Carola Rackete – anche lei tra i ricorrenti alla Cedu – ha annunciato l’intenzione di forzare i divieti italiani e di fare ugualmente rotta verso Lampedusa. “Io sono responsabile delle 42 persone che ho recuperato in mare e che non ce la fanno più. Quanti altri soprusi devono sopportare? La loro vita viene prima di qualsiasi gioco politico o incriminazione”, ha detto Rackete. Nel caso in cui la nave decidesse di entrare in acque territoriali italiane, in base al nuovo decreto sicurezza bis, l’ong rischierebbe un’incriminazione per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e il sequestro della nave.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it