Governo alla resa dei Conte

Claudio Cerasa

Il presidente del Consiglio è ormai alla guida di un governo per gli affari correnti, ma Salvini ha tre pazzi motivi per non togliergli l’ossigeno

Le comunicazioni offerte ieri sera alla nazione dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte (sintesi: se il governo non la smetterà di litigare rimetterò il mio mandato al presidente della Repubblica) confermano, se mai fosse necessario confermarlo, che il futuro del governo non passa da quello che farà il capo dell’esecutivo, che sugli equilibri politici del paese ha dimostrato di avere lo stesso impatto di un’amichevole estiva sul destino della serie A, ma passa da ciò che faranno nei prossimi giorni gli unici veri protagonisti di questa legislatura: Matteo Salvini e Sergio Mattarella.

 

Per tentare di orientarsi nel complicato labirinto della politica (il governo è un disastro non per quello che non fa ma per quello che ha fatto) non si può prescindere da queste due traiettorie e per provare a indovinare il percorso imboccato dal leader della Lega e dal presidente della Repubblica occorre rispondere a due domande solo apparentemente banali. Domanda numero uno: che partita gioca Mattarella? Domanda numero due: cosa spinge Salvini a evitare di chiedere al capo dello stato quelle che, dalla visuale del Truce, sarebbero delle razionali elezioni anticipate? Per provare a rispondere alla prima domanda, mettendo insieme un po’ di chiacchiere raccolte sabato pomeriggio ai giardini del Quirinale in occasione della festa della Repubblica, occorre concentrarsi subito su un punto cruciale che coincide con un’altra domanda: in caso di richiesta di elezioni anticipate da parte della Lega, Mattarella farebbe di tutto per non sciogliere la legislatura o farebbe di tutto per assecondare la richiesta del capo della Lega?

 

La risposta è che nella testa del presidente della Repubblica non esiste alcun piano B, non esiste alcuna possibilità che in questa legislatura sia possibile tentare quello che qualcuno al Quirinale provò a fare un anno fa, ovvero mettere insieme Partito democratico e Movimento 5 stelle, e in assenza dunque di un piano B, ovvero di una maggioranza alternativa a quella presente, il capo dello stato non avrebbe difficoltà a far diventare quella presente la legislatura più corta della storia della Repubblica (a oggi siamo a 433 giorni, la legislatura più breve fu l’undicesima e durò 722 giorni). Per cercare una forma di interventismo da parte del presidente della Repubblica non è necessario dunque concentrarsi sul piano B ma è necessario concentrarsi sul piano A. E la ragione per cui il presidente del Consiglio è stato costretto ieri a dare un goffo penultimatum alla sua maggioranza coincide con una volontà esplicita del capo dello stato: evitare che, a pochi mesi dalla legge di Stabilità l’esecutivo continui a muoversi come se fosse un governo per gli affari correnti.

 

La partita di Mattarella è dunque chiara, quella che invece non è chiara è la partita di Salvini.

 

E per provare a rispondere alla domanda che ogni osservatore interessato alla politica si pone in queste ore – perché Salvini potrebbe non voler capitalizzare ciò che ha guadagnato alle europee? – bisogna inserire nel nostro ragionamento tre elementi di riflessione.

 

Il primo riguarda il potere: da qui alla prossima primavera ci saranno almeno 200 nomine importanti che il governo dovrà fare (comprese quelle delle società partecipate) e un conto è farle con il M5s e un altro è farle con Meloni e Berlusconi (dove lo trova un altro alleato come Di Maio?).

 

Il secondo elemento riguarda i numeri: la Lega, in caso di elezioni, non ha intenzione di allearsi con Berlusconi ma non ha neppure intenzione di allearsi solo con la Meloni e ha bisogno che nasca un partito più moderato rispetto al suo con cui allearsi e tentare di conquistare la maggioranza parlamentare senza dover correre il rischio di presentarsi al voto offrendo ai propri elettori due scenari non graditi: un governo di nuovo con Di Maio, un governo di nuovo con Berlusconi.

 

Il terzo elemento riguarda un dato più psicologico che politico: e se al Truce andasse bene così? Cioè: e se Salvini fosse interessato ad avere il masso del potere con il minimo di responsabilità? E se Salvini fosse interessato più a comandare che a governare? Fino a oggi, pur litigando su tutto, su ogni dettaglio, Salvini in fondo ha chiesto al M5s non di cambiare il contratto ma di realizzare con urgenza un punto: la flat tax. Il governo da mesi non dà più segni di vita (come ha dovuto riconoscere indirettamente ieri anche lo stesso premier) e dal giorno dopo la finanziaria somiglia sempre di più a un governo per gli affari correnti. Ma se Salvini deciderà di non andare a votare non lo farà perché il Quirinale ha un piano B: lo farà perché il suo piano A è continuare a governare con lo stesso partito con cui da un anno esatto sta indebolendo l’Italia. Altri popcorn, grazie.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.