Una campagna senza volto

Salvatore Merlo

Queste europee passeranno alla storia per essere state le prime senza santini, senza cene elettorali, senza duelli in tv. Istantanee ed estetica di un voto, con i suoi mille non detti

Sono sparite, le facce sono sparite. Ritrattoni, lenzuoloni, maxi-poster, murales in cinemascope. I candidati fino a ieri ti guardavano dall’alto in basso, concentrati, fatui, incravattati o scamiciati, le maniche arrotolate e i bottoni slacciati. Sui muri, sui volantini, attraverso la carta lucida dei santini elettorali: “Lo voti? E’ mio cugino, prendi”. Era la politica che si mostrava, era il duello che si annunciava, “un fendente di qua, un fendente di là, più fetenti arrivano e meglio è” (sempre sia benedetto Totò). E forse davvero è cambiata per sempre l’estetica elettorale con queste europee del 2019, che ridisegnano il paesaggio degli usi e del costume forse ancora prima di rivelare la povertà, o il vuoto, delle parole d’ordine e di disordine che sono state pronunciate con incauta spensieratezza. E certo ancora, come sempre, le elezioni europee si giocano sulle preferenze, dunque sui nomi e sulle facce, appunto, che però questa volta – per la prima volta – sono passate tutte da WhatstApp, Instagram, e attraverso i video – “a me gli occhi, please” – da condividere su Facebook. Persino le richieste di voto, anche ben motivate, sono rimbalzate da telefonino a telefonino con un messaggio vocale. Sorprendenti, o irritanti per invadenza tecnologica: “A queste elezioni europee io voto così e ai miei amici chiedo di darmi una mano a votare allo stesso modo…”. Così, un viaggio scrutando i muri delle città italiane, proprio in questi giorni, in attesa della fatale domenica del 26, è forse più istruttivo di qualunque studio di sociologia politica. I muri delle città raccontano infatti una modernità che cancella i vecchi riti elettorali – non che se ne senta troppo la mancanza, per carità, ma il fenomeno merita d’essere segnalato.

   

E non solo per la sparizione dei faccioni. Scarse sono state, in questi mesi, persino le cene elettorali, anche nel Lazio e pure nel sud, lì dove pure la politica s’è sempre fatta nelle trattorie e negli agriturismi, con gli elettori agguerritissimi davanti alle coppiere fumanti di carbonare e amatriciane, la porchetta offerta assieme al vino e il voto invece richiesto. Sembra passato un secolo da quando, a Milano, una sera di marzo del 2004 quasi mille persone si sedettero a tavola intorno a Gianfranco Fini e ai colonnelli di Alleanza nazionale, per quello che fu ribattezzato il cenone dei record. Addio quindi “aperitivo democratico”, versione anni Duemila degli antichi pacchi di pasta, nessun “happy hour europeo” presso apposito e fighetto wine bar: c’è il reddito di cittadinanza, e non si deve nemmeno fare la fatica di andarlo a distribuire personalmente perché ci pensa l’Inps. E insomma poca roba, in gran parte deserta. Come le piazze mezze vuote dei comizi. Matteo Salvini ha riempito Milano, ma ha svuotato Bari. E a Firenze ha sapientemente scelto la più piccola e stretta piazza che ci fosse: piazza Strozzi. Nicola Zingaretti invece ha evitato le fotografie con visuale aerea, per quel poco che ha girato in una campagna elettorale lasciata tutta ai tweet di Carlo Calenda. E allora ben si capisce come anche le piazze mezze vuote o mezze piene, abbiano una loro rilevanza perché fotografano, non solo il punto più basso della partecipazione, ma anche la fine del rapporto fisico che, astuto e insieme ingenuo, si era venuto a creare tra la politica e gli spazi pubblici. Giorgia Meloni è comparsa poco. Renzi soltanto al chiuso. Berlusconi, forse per non affaticarsi troppo, ha frequentato esclusivamente gli studi televisivi e diffuso videomessaggi dal giardino di casa. E certo se ne sono fatti, anche stavolta, di comizi, ovviamente. Eppure il raduno cerimoniale stavolta è apparso irrimediabilmente a rischio, o in disuso, per non dire che è tenuto in dispregio dell’attuale classe politica, quando un tempo non così lontano di comizi ce n’erano di tutti i tipi: “di mercato”, “di vicolo”, “di caseggiato”, oltre che “volanti” e persino sui predellini delle automobili. Così è scomparso anche il duello televisivo, che nella versione di Sky, o nell’antica edizione Occhetto vs Berlusconi, voleva essere l’ultimo duello cavalleresco: una giostra dove i colpi non erano mortali, ma ciascuno dei contendenti tentava di accendere lo scontro per imporre la propria ragione su quella dell’altro.

  

Stavolta, invece, autocentrati sul proprio pubblico, sulle tante piccole bolle di internet, o padroni di studi televisivi i cui conduttori rinunciano al ruolo, ecco che Di Maio e Salvini, Zingaretti e Berlusconi, si sono confezionati ciascuno il proprio spazio autogestito e autoreferenziale. Sicché il duello si fa, ma a distanza, e ciascuno si rivolge ai propri tifosi in una sofistica di messaggi che nulla hanno a che vedere con lo scambio di opinioni: ogni giorno questa campagna elettorale è stata infatti una purga, un’ordalia, ogni giorno di questi ultimi disgraziatissimi mesi è iniziato con un duello e si è concluso con un altro. Per imbastire colluttazioni disincarnate, e non per esporre ordinatamente ragioni e proposte. E allora, nell’impossibilità di essere rapiti dalle parole, nella certezza di non esserlo dalle facce, come regolarsi? E cosa resterà di questa campagna elettorale che segna forse l’ingresso dell’Italia politica nella Terza Repubblica? Ecco qualche istantanea, qualche momento fatale o assolutamente non necessario ma che pure forse segnala la fase germinale attraverso cui si è composto il mosaico confuso di questi ultimi mesi.

Silvio Berlusconi

Lunedì scorso, a telecamere spente, raccontava al pubblico di “Quarta Repubblica”: “Me ne facevo sei per notte. Adesso non ci crederete… Dopo la terza mi addormento”. Nelle sue parole, odorose di vittoria e di naftalina, sono entrati tutti i lumi e le leggende d’una vita per chiunque meno raggiungibile che se fosse stata d’un abitante dell’Olimpo o del magico mondo del barone di Münchhausen.

Nicola Zingaretti

Nella calvizie del segretario del Pd ciascuno ci ha visto ciò che voleva. Gli antipatizzanti riformisti hanno utilizzato la tricologia come metafora dello spelacchiamento della ditta tornata a prendersi il partito e a far vendetta degli sgarbi subiti da Renzi. Per Zingaretti la calvizie è invece un marchio, un amuleto, è la bella testa lucida di suo fratello Montalbano. La pelata della popolarità.

Luigi Di Maio

Le labbra tirate in un sorriso più ambiguo di quello della Gioconda: sarà per lo sforzo di dover apparire di sinistra provenendo da una famiglia che ha sempre votato Movimento sociale? O sarà la tensione-allerta di chi avverte che da sotto qualcuno sta segando le gambe della poltrona sulla quale è seduto? O forse è soltanto la fatica – se non la tragedia – di un ragazzo di trent’anni che ha già perso la propria giovinezza.

Matteo Salvini

È intorno al balcone ducesco di Forlì che il 4 maggio ha preso corpo l’urlo resistenzialista tanto richiesto (perché utile) da Matteo Salvini. Ed è nel rapporto con i balconi e con gli affacciamenti trionfanti, come quello di Di Maio nella fatidica notte del 2,4 per cento, che a quanto pare si riconosce un’estetica teatrale che accomuna i due populisti al potere. L’uno furbo e trucesco, l’altro un po’ meno.

Carlo Calenda

Prolifico e reattivo quasi come Salvini – senza la Bestia, ma con un cigno – ha dimostrato che è possibile un artigianato della rappresentazione social. Ha fatto tutto da solo. Esibizione, senza dubbio, però distillata e quintessenziale in una vita pubblica già ampiamente e irreversibilmente spettacolarizzata. Gli è mancato Instagram. Ma osservandolo pare a buon punto.

Giorgia Meloni

Da Leonardo da Vinci alla mitologica zucchina di mare, Giorgia Meloni ha impiegato la sua campagna elettorale nella difesa dei prodotti italiani, di qualsiasi tipo. Umani, terresti e marini. Parola d’ordine: fermare lo straniero sul bagnasciuga. A settembre voleva far chiudere lo Starbucks di piazza Cordusio a Milano. L’identità racchiusa nella tostatura arabica

Emma Bonino

Il turbante arrotolato a ingentilire le offese della malattia, ma che non occulta la tenacia di chi non ha mollato un istante e ha presentato se stessa come il gratta e vinci, anzi la lotteria Italia della campagna elettorale per le europee: voti Bonino e vinci tutto o perdi tutto. Se supererà il quorum toglierà tre seggi ai populisti. Ma se il quorum non lo supererà, sarà un voto gettato

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.