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Il patriottismo europeo è diventato un atto rivoluzionario

Votare per l’Europa è votare contro un nuovo pol. corr. che avanza nel segno di pulsioni post-democratiche: non poco

24 Maggio 2019 alle 06:00

Il patriottismo europeo è diventato un atto rivoluzionario

Foto LaPresse

Niente da aggiungere, forse, a quanto scrive Laurent Joffrin su Libération. Le elezioni del Parlamento di Strasburgo non cambieranno il corso delle cose nei paesi che votano, non oltre una certa misura, quella del supersondaggio. Si può votare per un centro di stabilizzazione, i popolari (Forza Italia qui, con la riserva dell’alleanza presunta con Salvini e la simpatia personale per il vecchio Cav.), o per i conservatori, o per un centro d’impulso e modernizzazione, i macronisti (beati loro che possono). Oppure per i Verdi oppure per i liberali (beati loro eccetera). Oppure per le sinistre costituzionali più o meno attive nelle politiche europeiste e sicure dal punto di vista liberaldemocratico (in Italia il Pd). Meno utile disperdere il voto in piccole formazioni irrilevanti, per quanto rispettabili e benestanti. Per il gusto horror ci sono gli arrembanti nazionalisti e demolitori di vario conio dell’Unione europea. Finirà con una coalizione di governo parlamentare e di potere, a Strasburgo e a Bruxelles, imperniata sul non più sufficiente asse di ieri, popolari e socialdemocratici. Fine corsa.

   

Da noi, nello specifico, si può cercare di contenere la prepotenza di un Truce che usa il ministero dell’Interno per i suoi scopi di agitatore inconcludente, e per adesso prende colpi solo dagli sberleffi selfiecentrati e da qualche numero azzeccato di Calenda; dare una ridimensionata al nucleo di spinta della svolta antiparlamentare, i grillini; e sopra tutto colpire un governo che razzola nei diritti acquisiti dei pensionati, coltiva le sue clientele all’insegna del non lavoro, con il debito di cittadinanza, rovina i fondamentali dell’economia e della società italiana impregnandola di lassismi, fanfaronate, costose burle, tutte cose per cui i novissimi mostrano decisamente una generosa competenza. Forse è un po’ presto per l’hangover, la sbornia non è passata ancora, siamo alle prime avvisaglie dei postumi, e un governo che realizza un programma demagogico occupando tutti gli spazi o quasi è un governo a suo modo forte, non autorevole ma prepotente.

     

L’Unione europea non funziona o funziona male, perché non è mai stato facile convergere usciti che si era da un ciclo bisecolare di guerre sanguinose e di furie nazionalistiche, sebbene sia vero, assodato, che la sua presenza equilibrante, non solo sul piano monetario, l’euro, ha portato elementi di riforma e rassicurazione infinitamente maggiori di quelli che si percepiscono. Sebbene sia chiaro che nel mondo di Trump, Putin, Xi, Bolsonaro, Erdogan e altri vari è l’ultimo progetto potabile di democrazia rappresentativa. E che proprio per questo è sotto schiaffo, l’ostacolo da abbattere, una risorsa decisiva per gli interessi comuni e per gli interessi nazionali dei suoi membri, una sempre più fragile speranza di saggezza e di riforme, di pace e di prosperità, altro che banche, Soros, rosario sbandierato, prima qui prima là, e altri vaneggiamenti. In fondo votare per l’Europa è un voto a dispetto, un consenso e anche un dissenso per fortificare l’opposizione all’andazzo prevalente, al nuovo politicamente corretto che s’avanza nel segno di pulsioni autoritarie, razziste e come si dice oggi post democratiche. Non poco.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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  • giantrombetta

    29 Maggio 2019 - 08:08

    Caro Giuliano, scrivo dopo il voto europeo che purtroppo dalle nostre sciagurate parti ha dimostrato che la sbornia non e’ ancora passata. Rifletto sulle pulsioni post democratiche per concludere che la partita non si gioca più con sul piatto soltanto il governo o i governi , dove il piatto si azzera ad ogni mano e si smazzano sempre nuove carte. La prossima posta pone sul piatto le nostre più alte istituzioni, presidio fermo alla base della nostra democrazia repubblicana. Mi riferisco all’elezione del Presidente della Repubblica, il quale a sua volta rinnova giudici della suprema Corte Costituzionale oltre a presiedere il CSM. Insomma questo avanzare di pulsioni autoritarie, come dici tu, potrebbe per la prima volta avere conseguenze non soltanto sulle sempre labili e precarie maggioranze parlamentari ma sulle istituzioni fondamentali che costituzionalmente presidiano la nostra democrazia al di sopra dei governi. C’e’ di che riflettere, credo. E, per mia modesta parte, inquietarsi

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    24 Maggio 2019 - 18:06

    Scrive l’Emerito (Giuliano, non Benedetto): “In fondo votare per l’Europa è un voto per fortificare l’opposizione […] al nuovo politicamente corretto […]. E non è poco”. E’ pochissimo, invece. Perché si guarda il “dito” della reazione popolare e si perde la “luna” della persecuzione ideologica e strumentale che l’ ha determinata. Votare per l’Europa? Certo che si. Ma perché torni ad essere un “luogo” normale. Dove all’evidente di natura, al buon senso, alla nostalgia dell’ovvio, non venga opposto il rituale stigma xenofobo, omofofobo o islamofobo che sia, declinato - ratione materiae - a spegnere ogni obiezione. Dove la legittima insofferenza di tanti non venga stupidamente consegnata al dileggio e all’ostilità del “politicamente corretto”. Quello “vecchio” - per dirla con l’Emerito. Quello ben consolidato ed imperante nel mainstream. E che ne articola la sua grammatica totalitaria in ogni dove (altro che “pulsioni autoritarie”). Con la stima di sempre.

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  • carlo.trinchi

    24 Maggio 2019 - 10:10

    Tutto vero direttore tutto già visto ma se siamo a questo qualche colpa bisognerà pur trovarla perché i mali non vengono mai dal cielo ma da noi stessi e dalle nostre mal celate ambizioni o arcestrali rivalse. L’Europa dell’euro è stata governata da Francia Inghilterra e dalla grande Germania. Poi la brexit sta camcellando un partener che ha deciso di suicidarsi. Francia e Germania hanno imposto la loro linea ad un insieme di vassalli poveri e allo sfascio provenienti da politiche e storie tremende. Abbiamo visto i due campioni allargarsi ovunque e considerarsi più che alleati padroni del sistema europa. L’attacco alla libia insegna. Dall’impoverimento generale nascono i sovranismi e il resto. Non è con lo spread che si governa ma portando avanti il processo di unificazione facendo capire che senza Europa siamo morti. Macron iniziò questo percorso finito in un silenzio assordante, la Germania mai. La Merkel è moribonda, e senza guide l’Europa affonda con i suoi migranti.

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