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Il grillismo moderato è come Mark Caltagirone

Claudio Cerasa

Il dramma di una classe dirigente che sceglie di considerare un populismo più presentabile di un altro

A pochi giorni dalla fine della campagna elettorale, il nostro paese si ritrova travolto da un fenomeno politico simile a quello che sta monopolizzando da giorni i più importanti programmi di costume della tv italiana. Il fenomeno in questione potrebbe prendere il nome dello stesso marito immaginario di Pamela Prati, l’ormai leggendario Mark Caltagirone, con la differenza che mentre la famosa soubrette si è impegnata in tutti i modi per far credere di essere sposata con un signore che non esiste, buona parte della classe dirigente è impegnata da giorni a dimostrare che quello che è sotto gli occhi di tutti semplicemente non esiste.

 

Il metodo Mark Caltagirone applicato alla politica riguarda una straordinaria illusione alimentata in modo fraudolento da un pezzo importante dell’opinione pubblica italiana: la possibilità che al governo esista un populismo più presentabile di un altro. Può piacere oppure no ma è un fatto difficilmente contestabile che a due giorni dalle più importanti elezioni della storia recente del nostro continente buona parte dell’establishment italiano – opinionisti, imprenditori, circo mediatico foraggiato dalle meglio procure d’Italia – abbia scelto di trasformare Matteo Salvini nel nemico pubblico numero uno decidendo nuovamente, come già successo un anno fa prima del 4 marzo, prima che il Movimento 5 stelle accusasse il presidente della Repubblica di alto tradimento, di credere alla divertente favola del grillismo moderato.

 

Luigi Di Maio nel corso della campagna elettorale è stato abile a far finta di non aver governato l’Italia negli ultimi dodici mesi con Matteo Salvini, è stato scaltro ad aver nascosto dietro agli arazzi di Palazzo Chigi il ministro Danilo Toninelli, è stato saggio ad aver impedito ad Alfonso Bonafade di fare campagna elettorale, è stato astuto ad aver cercato il dialogo con Confindustria a tre giorni dalle europee. Ma un conto è il tentativo legittimo di vendere una ciofeca, un prodotto falso, quello del grillismo moderato. Un altro è invece quello di spacciare una postverità per una nuova verità.

 

A due giorni dalle elezioni europee sarebbe invece un dovere per tutti ricordare che non esiste un populismo di governo buono e uno cattivo, che non esiste un nazionalismo migliore dell’altro, che non esiste un sovranismo presentabile e uno non presentabile (M5s e Lega parlano di tutto tranne che di Europa perché dovendo parlare di Europa dimostrerebbero a tutti di avere le stesse idee sul futuro dell’Europa) e che non esiste una sola prova capace di testimoniare che la campagna elettorale combattuta dal M5s contro la Lega sia sufficiente a trasformare il M5s in un pericolo minore rispetto alla Lega.

 

In molti, forse mossi dalla speranza che in un futuro non così lontano dal presente il M5s possa diventare una costola del Pd (Giuliano Pisapia, capolista del Pd, ieri ha detto a Repubblica che il centrosinistra non si potrà mai alleare con un M5s guidato da Luigi Di Maio, il che significa di essere pronto a promuovere un’alleanza del Pd con il M5s in caso di un passo indietro di Di Maio), fanno finta di non ricordare che il M5s è sempre lo stesso che sogna di abolire la democrazia rappresentativa, è sempre lo stesso che sputa ogni giorno sullo stato di diritto, è sempre lo stesso che considera un imputato colpevole sino alla condanna definitiva, è sempre lo stesso che sui vaccini gioca con la salute dei nostri figli, è sempre lo stesso che fa di tutto per evitare che la legge assicuri la ragionevole durata dei processi, è sempre lo stesso che sogna di abolire in Parlamento il voto segreto, è sempre lo stesso che sogna di introdurre il vincolo di mandato per i parlamentari, è sempre lo stesso che traccia i voti dei suoi iscritti creando sistemi di votazione che, come ha recentemente ricordato il Garante per la privacy, rendono “possibile controllare e ricostruire le preferenze espresse dai votanti a causa della mancanza di anonimato”, è sempre lo stesso che da anni tenta di nascondere la sua vocazione eversiva dietro un alone di normalizzazione.

 

La notizia degli ultimi mesi di campagna elettorale è che il Movimento 5 stelle ha capito che per provare a non perdere le elezioni occorre giocare più con il moderatismo che con l’estremismo. Quello che un pezzo importante della classe dirigente italiana non vuole invece capire è che per il populismo la moderazione non è un fine ma è un mezzo per realizzare progetti eversivi, per mettere sotto attacco la democrazia rappresentativa, per ridiscutere i valori non negoziabili della società aperta. E credere alla balla di un populismo più presentabile di un altro significa aver già scelto di considerare un estremismo meno pericoloso di un altro. Sicuri che ne valga la pena?

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.