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La riconquista del Pd secondo Matteo Renzi. Zingaretti atteso al varco

Niente più scissione. Le mosse renziane da qui alla Leopolda (ottobre) puntano, un domani, a riprendersi il partito

15 Maggio 2019 alle 06:00

La riconquista del Pd secondo Matteo Renzi. Zingaretti atteso al varco

Matteo Renzi e Nicola Zingaretti (Foto LaPresse)

Roma. “L’hanno fatto una volta l’errore di farsi scippare il partito da Renzi. E adesso che finalmente se lo sono ripreso, secondo voi se lo fanno togliere? Di nuovo?”. La Ditta dunque, come diceva Pierluigi Castagnetti, lunedì pomeriggio, alla Camera. Eppure se ne parla, Matteo Renzi dà l’impressione di aver imparato a non aver fretta, i suoi migliori amici dicono che ragiona su prospettive lunghe, con pazienza, non coltiva più velleità scissioniste ed è al contrario alla riconquista del Pd che pensa, ma senza fretta, appunto. E questo malgrado il nuovo-vecchio gruppo dirigente faccia temere ai renziani ipotetiche ritorsioni (c’è ancora la segreteria da comporre). Marco Miccoli, responsabile della comunicazione, fedele a Zingaretti, ha stilato una lista di gente che non deve andare in tv: Romano, Malpezzi, Rotta, Morani… i renziani. 

  

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Dicono che Maria Elena Boschi in tivù non ci vada per evitare di far polemica col nuovo segretario che parla di Unione sovietica e reintroduzione dell’articolo 18, ma un po’ tutti nel folto gruppo parlamentare renziano hanno l’impressione che “se potessero, ‘quelli’, cioè la Ditta, ci appenderebbero per i piedi in pubblica piazza”. Ma si vedrà. Ettore Rosato, l’ex capogruppo, sta completando l’incarico di formare i famosi “comitati civici”, che per ora sono ottocento in tutta Italia e che a metà giugno saranno battezzati in un incontro pubblico, forse a Roma (ma è ancora da decidere), con Matteo Renzi ad aprire le danze di quello che era nato come una specie di partito nel partito, sorta di piano B in caso di scissione, ma che adesso si cala invece nella nuova strategia della “riconquista”. Lenta, ragionata, senza fretta, con Renzi che pare sia disposto – pare – a fare un po’ violenza persino alla propria natura irrequieta. E si tratta un po’ di una scelta e un po’ di una necessità. La scissione è complicata dalla presenza di Carlo Calenda, che con la sua indole farfarella si è già prenotato per uno “spinoff” da destra, togliendo un po’ di spazio a Renzi (ma chissà).

  

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Inoltre c’è una questione troppo spesso sottovalutata: i renziani sono fedeli a Renzi, sì, gli vogliono bene, certo, gli devono molto se non tutto, però non sono più precisamente disposti a morire per lui, insomma a gettarsi bendati in una mossa azzardatissima come quella della scissione. Specie dopo la gestione pasticciata, se non catastrofica, dell’ultimo congresso, cosa che ancora rimproverano al capo fiorentino: il sostegno a Minniti, l’improvviso abbandono di Minniti e poi il ripiego su Martina (e Giachetti). E allora ecco l’idea della riconquista del partito, come unica, e anche entusiasmante forse, ipotesi. Ma si procede per gradi, sapendo che ogni cosa potrebbe cambiare, e che i piani di oggi potrebbero essere smentiti domani. A inizio luglio Luca Lotti e Lorenzo Guerini riuniranno in convention la loro corrente – i renziani com’è noto si sono divisi in due blocchi, quello Lotti&Guerini e quello Giachetti&Ascani: marciare separati per colpire uniti – tutti eventi che accompagneranno e scandiranno la ripresa dell’attività politica di Renzi dentro il partito, fino al culmine: la Leopolda di ottobre.

  

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E d’altra parte nulla, ragionano intorno a Renzi, verosimilmente accadrà prima di quella data. Il 26 maggio si votano le europee, è vero, ma il 27 si trarranno conclusioni solo preliminari sull’esito del voto, con una campagna elettorale (e un’attesa) protratta fino a giugno per via dei ballottaggi delle amministrative che sono collegate al voto europeo di maggio. Poi ci sarà l’estate, a rallentare ulteriormente, come sempre accade. E Renzi, a quanto pare, non crede a una crisi di governo, non se l’aspetta, intuisce anzi che Lega e M5s mentre litigano già si preparano a fare pace con un rimpasto di governo.

 

Quindi anche le ipotetiche aperture di Zingaretti al M5s, che pure impegnano i pensieri di una parte del vecchio/nuovo gruppo dirigente, non convincono troppo. Sarà al contrario sulla natura del centrosinistra – cioè sulle alleanze, sul modello di partito – e sulle proposte economiche e le ricette per il paese, insomma su quella piattaforma di programma che Zingaretti non ha ancora rivelato, che si aprirà un sanguigno dibattito interno al Pd. Centrosinistra in stile Unione prodiana o vocazione maggioritaria? Impianto riformista o socialdemocratico corbynista? “Sono ritornati i comunisti”, diceva il vecchio Castagnetti, l’altro giorno, con un amaro senso di prospettiva storica. Renzi sogna di riprendersi il partito. “E secondo voi ‘quelli’ se lo fanno togliere? Di nuovo?”. 

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Commenti all'articolo

  • Skybolt

    15 Maggio 2019 - 16:04

    Ci sone le fake news e le "no news". Che Renzi non se ne vada dal PD è una "no news" (come direbbe Osho, "ma 'ndo va?"). Il resto è sospeso tra speranza, delirio e wishful thinking. Una cosa invece è certa: che anche per Renzi, Casaleggio varrà bene un governo.

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