Greta Thunberg (foto LaPresse)

Greta a Roma, la megalopoli maleodorante di Virginia Raggi

Salvatore Merlo

Ipotesi semi-tragica sulla visita della superambientalista nella Capitale

Uno se la deve proprio immaginare Greta Thunberg, l’icona sedicenne dell’ambientalismo internazionale, che oggi arriva a Roma, ospite di una città in cui il sano dirigismo pedagogico dei Cinque stelle sta instaurando, ovviamente a modo suo, il regno del benessere in terra. E allora già sembra quasi di vederla, stamattina, scendere a Termini, sotto la pensilina del Frecciarossa. Ecco la piccola Greta, che non prende mai l’aereo perché inquina. Non farà in tempo a ripetere ai giornalisti venuti ad accoglierla la profezia sulla fine della civiltà nel 2030, che in un attimo, di fronte ai suoi occhi di simpatica svedese, si materializzerà qualcosa di molto simile all’apocalisse: piazza dei Cinquecento. Quindi anche lei, come noi, diventerà un bersaglio mobile dentro quel reticolo di salsicce di lamiera mista a fumi, gas ed esalazioni. Ecco, cara Greta, le diranno: quelli che vedi si chiamano “autobus Atac”. Anche se sembrano soltanto degli scassoni fermi in mezzo alla piazza, sono il nostro servizio pubblico. Vanno quasi tutti a gasolio, come ormai nemmeno a Calcutta. Ma la sindaca ha detto che nel 2024 sarà tutto green, e nemmeno niente più automobili diesel. Ogni tanto ne esplode uno per strada, certo. Ma così, allegramente. Come i botti a Capodanno (ah, in Svezia non li sparate i botti?). Noi invece sì, spariamo anche gli autobus. E ne ricaviamo pittoresche scie di fuliggine che poi addobbano per anni le facciate dei palazzi, come al civico 50 di via del Tritone, lì, sotto l’insegna della profumeria Muzio, abbrustolita dall’8 marzo 2018.

  

E insomma sarà uno spettacolo, Greta Thunberg a Roma. Tra la piazza maleodorante e l’inizio di via Cavour, i gabbiani col becco sporco di sangue e il materiale immondo che s’attacca alle suole delle scarpe. Ecco i clacson, i motorini come a Saigon, l’isteria da piccola megalopoli congestionata, lo strepito degli automobilisti, dei tassisti sgasanti, dei pedoni, pure della zingara grassa che fruga col bastone nel cassonetto stracolmo di monnezza indifferenziata (Virginia Raggi spiegherebbe a Greta che la zingara non ha letto le linee guida del comune, come non le hanno lette i gabbiani mangia-sorci, altrimenti saprebbe che non si può rovistare nella spazzatura, e che comunque quella che sta rovistando non è spazzatura perché da aprile 2017 il comune l’ha proprio abolita la parola spazzatura: nei documenti ufficiali si parla soltanto di “materiali post-consumo”).

 

Vista la zingara, e dopo aver scoperto che la raccolta differenziata cresce a un ritmo tale per cui forse tra circa quarant’anni si arriverà a una media accettabile (disse nel 2017 l’ultimo dei tre, tragici, assessori all’Ambiente: “Entro i prossimi quattro anni la raccolta differenziata arriverà al 70 per cento”), forse Greta potrebbe anche scoprire, avventurandosi a piedi, che ormai orientarsi a Roma è semplicissimo. Ci sono punti di riferimento certi: Piazza di Spagna? Sesto cassonetto a sinistra. Ma il Colosseo è prima o dopo quei bidoni in fiamme? Boh. Greta potrebbe anche voler prendere la metro. Chissà. Lo facesse, in un attimo, scese le scale mobili – pardon, quelle non funzionano perché sono crollate – insomma scese le scale immobili, ecco che la ragazza venuta a salvare il mondo avrebbe un’epifania. Solo la metro di Roma rende evidente il significato di economia a km zero. Non ci si muove proprio. Tre centralissime fermate chiuse da mesi. E infatti i romani vanno tutti in macchina, mentre la sindaca partecipa ai forum ambientalisti sulla Co2. Certo si può sempre andare a piedi, penserà Greta. Ma per strada ci sono quei poveri alberi che a Roma – dove l’ambiente è tenuto in massima considerazione – vengono giù sulla testa della gente al primo soffio di vento manco fossero scale mobili. Ecco forse stamattina Greta scenderà per un attimo dal treno, si guarderà intorno, e poi scapperà via terrorizzata. La fine del mondo è più vicina di quanto lei non pensasse. Peccato, perché le avevano preparato un palco a emissioni zero in piazza del Popolo.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.