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“Siamo spaventati, ma non spaventatissimi”

L'intervento di Giuliano Ferrara alla presentazione romana del libro di David Allegranti “Come si diventa leghisti”

6 Marzo 2019 alle 15:17

Come si diventa leghisti”. Se qualcuno è interessato alla faccenda, legge questo libro e diventa… leghista! È un manuale… No, in realtà è un’inchiesta, perché David Allegranti – l’autore di “Come si diventa leghisti. Viaggio in un paese che si credeva rosso e si è svegliato verde” – ha scritto una grande inchiesta sulla Toscana, in particolare ha scritto un micro focus sulla città di Pisa, dove come sapete qualche mese fa hanno vinto i leghisti.

 

Questo libro è molto interessante sotto il piano del metodo, perché il modello di Allegranti è un signore che si chiamava William Sheridan Allen, che ha scritto un libro dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale mettendo a fuoco un piccolo centro tedesco della Germania. Il titolo di quel libro era “Come si diventa nazisti”. Ora, per fortuna la conclusione di David Allegranti, che ha il senso delle proporzioni e nell’avere il senso delle proporzioni è stato aiutato dai fatti, dalla realtà, dal modo che ha la realtà di esprimersi e anche da Gipi qui presente – il protagonista assoluto di uno dei capitoli più belli del libro – ha trovato una soluzione diversa. Cioè, prima di tutto non è vero che i leghisti sono nazisti; per certi aspetti sono molto peggio ma questo tu non l’hai detto.

 

Poi, in secondo luogo, non è vero che si è realizzato in Italia – ancora – un regime di tipo totalitario o aspirante totalitario, un regime senza vie d’uscita individuali o collettive, senza opposizione, senza alternativa, senza democrazia, senza parlamento. Questo non è vero. Non è vero che dire “Come si diventa leghisti” equivale a raccontare dopo come si è diventati nazisti prima. Quindi, cercando di mettere i suoi occhi vividi nella realtà di Pisa, dopo una bellissima inchiesta che fece per il Foglio e che è uno dei capitoli di questo libro, mi sembra quello sul Cep, Allegranti, che non è solo un timidone, quindi un uomo anche furbo come tutti i timidi – un timidone, un uomo con una sua eleganza un po’ anglo-becera, con un suo modo di porsi sempre molto disincantato e fatto insieme di vicinanza e di presa di distanza – ma è anche un narratore, uno che racconta la realtà accostandola in modo molto simpatico, molto vivo per chi è interessato a questo tipo di cose, incontra per caso in piazza Dante un tipo che si chiama Giovanni, prima aveva parlato con un altro che si chiama Alì, poi va nell’ufficio della Susanna Ceccardi, la regina di Cascina, importante centro di 40 mila abitanti alla periferia di Pisa, che ha fatto da battistrada alla conquista leghista della Toscana, oppure parla con gli ex sindaci di Pisa, con la gente dei quartieri popolari e residenziali e cerca sempre di capire che cosa è successo, con un tocco magico. Direi un tocco che è fatto di ritrosia, di modestia, di umiltà e anche di diffidenza. E vengono fuori un sacco di cose.

 

Secondo me politologicamente non viene fuori nulla, cioè viene fuori quello che il giornalista cercava: come si diventa leghisti, o come si pensa di essere diventati leghisti, ma non viene fuori il perché. D’altra parte, spesso i perché non ci sono, sono domande impossibili. E poi lo dirò a proposito del capitolo su Gipi, che svela che non esistono i perché. Nel mondo non c’è mica solo la razionalità che spiega che due più due fa quattro, c’è anche l’intuizione, la sensazione, qualcosa che non è organizzabile in termini intellettuali, razionali e logici. Per la parte illogica il capitolo con Gipi è perfetto. È la parte illogica del racconto, è quella quindi anche letterariamente più pregevole. Il resto sono anche molte cifre, non si capisce mai se i reati sono aumentati o non sono aumentati; questo dice il Censi, questo dice il Tirreno, questo dice la realtà dei fatti. Mai niente è chiaro, è chiaro soltanto che ha ragione Allegranti quando dice che l’1,5 per cento – in una pagina, trenta pagine dopo è l’1,6 – di pil aumentato i pisani non l’hanno sentito. Cioè non glien’è fregato niente.

 

Hanno detto ai pisani: “Guardate che abbiamo fatto grandi opere, abbiamo consolidato infrastrutture importanti, abbiamo grandi progetti per il futuro, abbiamo finanziato la cultura, abbiamo messo 50 e più milioni sull’edilizia popolare”. E loro hanno fatto: “Embè? Noi votiamo Salvini”. È andata così. Per questo dico che non tutto è sempre razionalizzabile, perché sembrerebbe da alcuni capitoli del libro che il problema è il quotidiano, la manutenzione. Allora, se il problema è quotidiano e la manutenzione, è da vedere se alle prossime elezioni voteranno Virginia Raggi sindaco di Roma, perché sul quotidiano e la manutenzione – io che sono amante della città, e non odiatore della città come Gipi e come Allegranti, che dichiarano “noi due odiamo Roma”,  ma come odiate Roma? Come si fa a odiare Roma? È una cosa un po’ perversa, scusate… Però, insomma, amante o non amante, vedo che il quotidiano non è molto accudito. Come ha detto Bottura o Bizzarri, non mi ricordo chi dei due, non capisco perché se n’è andato l’assessore ai rifiuti. C’è una crescita costante dei rifiuti, perché se n’è andato? Non ha nessun senso.

 

Ora, il libro metodologicamente è un grande pezzo di sociologia e di analisi storica del presente, di storiografia del presente. Il protagonista letterario, che è l’autore è straordinariamente bravo e affascinante, perché entra e non entra nei problemi, è sempre uno che crede e crede fino a un certo punto, ed è disposto a credere a qualcos’altro. Non è un generico liberale del dubbio, è un intelligente cronista delle cose vere, che sono sempre ambivalenti, sempre ambigue, sempre strane e difficili da interpretarsi. E poi è un gran libro letterario per via dell’incontro tra Allegranti e Gipi, che si mettono in un ristorante diciamo in una trattoria di passo a poco prezzo, dove alla fine ti danno pure il tiramisù, questo strano dolce molto milanese che si chiama tiramisù e ti distrugge, ti butta giù alla fine di qualunque pranzo. Non so come siate sopravvissuti al tiramisù. Io lo odio, altro che Roma.

 

Comunque hanno tutto un pranzo con pasta con le vongole e poi frittura di pesce – sono due bocche buone! – poi anche il tiramisù, durante il quale conversano molto. Gipi dice le uniche cose secondo me rilevanti che un politologo – lui che politologo non è – abbia mai detto sulla situazione italiana. E tra le molte cose che dice ce n’è una che colpisce. Intanto dice una cosa che dicono i grandi sociologi della comunicazione come Will Davies, gente di Oxford o di Cambridge, gente che non ha mai fatto dieci giorni di galera, come confessa con una certa vanagloria il nostro Gipi. Allora, questo Will Davies ha scritto un libro che adesso uscirà da Einaudi e che si chiama “Nervous States” – non so come l’abbiano tradotto – nel quale vuol dire che c’è una nevrastenia dei social, una nevrastenia di linguaggio che attraversa, dalle classi dirigenti in giù, tutta la popolazione e che determina questo stato assurdo in cui tutti considerano sdoganata non una politica di contenimento e programmazione dei flussi dell’immigrazione, ma proprio sdoganata la cattiveria pura. Cioè, i penultimi che se la prendono con gli ultimi e fanno così di una certa categoria di povera gente un capro espiatorio della propria condizione esistenziale.

 

Gipi è uno che parla chiaro, dice ma cosa volete, è chiaro che il leghista è uno che ti prende per il culo, aveva detto “prima la Padania, separiamoci dall’Italia”, e adesso arriva e dice “prima gli italiani” e cerca di convincerti che questo slogan etnonazionalista, identitario e sovranista è utile per governare il paese. È chiaro che ti prende in giro, no? Non ci sono dubbi su questo. Però, dice lui, Gipi, avere dato l’autorizzazione a essere cattivi ha semplicemente trasformato gli italiani in un batter d’occhio in un popolo pieno di cattiveria, in un popolo capace di cattiveria. E questo un pochino è vero. Lui racconta di aver visto degli omaccioni, ed è stato ben zitto per paura che lo menassero, in un ristorante, secondo me prima del tiramisù, sempre il solito, che dicevano: “Eh Salvini sta facendo bene”. Ma sta facendo bene come, si è domandato lui nel suo foro interiore? E loro: “Sta facendo bene soprattutto nel Sud”. E poi hanno detto: “La Boldrini andrebbe impiccata e stuprata”. Conclude Gipi: l’hanno detto ad alta voce, eh; che sentissero tutti. Gipi conclude, ed è un po’ la conclusione vera, profonda, dovuta alla sua ricerca e allo scavo anche di Allegranti: “Sono spaventato, ma non spaventatissimo”. Perché quando le cose sono così grottesche, quando si arriva a questi estremi, è come se avessero detto “Non ci sono più le mezze stagioni”. È come se avessero fatto un qualunque stupido commento pieno, intriso di banalità, dicendo che si è autorizzati a essere pestiferi, cattivi, orridi e quindi si è pestiferi, cattivi e orridi in nome del buon senso e dell’odio verso tutti quegli intellettualini con gli occhiali che i khmer rossi deportarono nelle campagne per sopprimerli del tutto prima possibile e che invece la nuova classe dirigente italiana copre di insulti e cerca un po’ di escludere e di ostracizzare dopo decenni, questo bisogna dirlo, di loro egemonia sul discorso pubblico.

 

Quindi, se uno è stato egemone per tanti anni e decenni, l’ostracismo se lo merita pure in un regime dell’alternanza e della democrazia. Posto che questo regime sopravviva. Quindi il finale di Gipi, che è il finale di Allegranti – e Allegranti non a caso ha messo l’intervista in palchetto nel centro drammaturgico del libro – è che è un ventaccio, è una folata di aria compressa che ci è arrivata, ci ha colpito come un proiettile tutti quanti. Per il resto, le spiegazioni sono tante, lo dice anche l’autore del libro. Effettivamente, nei criteri per l’assegnazione delle case popolari non si è fatta abbastanza attenzione ai diritti di gente che risiedeva lì da più tempo e che si è sentita discriminata, in favore di uno strato di poveri, di immigrati, di indigenti che sono stati considerati privilegiati dalle classi dirigenti di sinistra.

 

È vero che la Lega è il più antico e l’unico partito politico italiano, perché gli altri non hanno uno statuto vero e proprio di partito; il partito di Berlusconi è il partito di Berlusconi, il partito di Grillo che poi non è di Grillo ma della Casaleggio, è governato da Di Maio per conto di quei due, non è di nessuno e sono un mucchio selvaggio, nel Pd stanno sempre a litigare e a discutere su chi è che deve dirigerlo, che è una cosa che francamente non interessa a nessuno. Quindi naturalmente l’unico partito che c’è veramente è la Lega. È vero che loro fanno il porta a porta e non usano solo i social ma è pure vero che sanno usare i social meglio degli altri, come dimostra quel team intorno alla Ceccardi. Come si chiama? Morisi, lo spin doctor di Salvini. Una volta c’era lo spin doctor di Tony Blair, Alaistair Campbell; quello era doctor. Questi non so cosa sono. Sono dei brù-brù che mettono in rete delle cose purchessia in cui c’è l’odio, la durezza. Fanno anche delle figuracce, perché uno che dice “io tiro avanti”, “io non mollo”, “loro possono processarmi quanto vogliono”, apre la busta davanti alla telecamera, eccetera, ma poi appena un tribunale dice “bene, processatelo”, si rifugia dietro l’immunità parlamentare. Uno così non fa una bella figura. Insomma, siamo spaventati ma non spaventatissimi. Devo dire che avrebbe potuto essere anche questo il titolo del tuo libro. 

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    08 Marzo 2019 - 17:05

    La meravigliosa, splendida, affascinante, maledizione delle parole. Pensate: tutto quello che è stato, agli albori oralmente, poi con la scrittura, geroglifici inclusi, detto e scritto e tramandato, giunto a noi, deriva da 24/26 singole forme grafiche coi rispettivi suoni. Prese una per una, non hanno alcun significato. Unendosi, assemblandosi in modi e sequenze diverse si fanno teologia o eresia. Dopo millenni emerge però la loro impossibilità di spiegare cosa siamo noi. Siamo fermi al “come a ciascuno piacerebbe fossero gli altri” Attenzione: non uguali a noi. Se nel tempo umano una “maledizione” conserva la sua potenza suggestiva, senza fornire soluzioni, vuol dire che è una “necessità” Il bravo David Allegranti lo conferma.

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