Conferenza stampa sulla candidatura di Milano-Cortina alle Olimpiadi invernali del 2026. Il presidente del Cio, Thomas Bach e il presidente del Coni, Giovanni Malagò (foto LaPresse)

Le Olimpiadi del tafazzismo italiano

Claudio Cerasa

I conflitti creati da Salvini e Di Maio in Europa hanno rimescolato le carte nel Cio, la candidatura di Milano e Cortina ai Giochi del 2026 è a rischio e a perderci sono proprio le regioni governate dalla Lega. Perché il cambiamento è solo isolamento

La politica dell’isolamento può trasformarsi in una macchina del consenso fino a quando l’emarginazione dal mondo viene venduta agli elettori come se fosse l’evoluzione naturale della pazza battaglia tra la sovranità del popolo e l’impostura delle élite. Quando però la realtà dei fatti arriva lì a dimostrarti che in un mondo interconnesso isolarsi significa restare fuori dai giochi, la tua precaria macchina del consenso può improvvisamente trasformarsi in una macchina del tafazzismo. E per un paese come l’Italia, il primo risultato concreto dell’innato masochismo populista che ci porta da mesi ad autoflagellarci con una bottiglia di plastica nelle nostre parti intime rischia di coincidere con un appuntamento non meno importante rispetto al giorno in cui l’Istat (31 gennaio) dovrebbe purtroppo confermare le stime sulla decrescita dell’Italia.

 

L’appuntamento in questione è collegato a una partita importante che il nostro paese sta giocando sullo scacchiere delle alleanze internazionali e l’appuntamento è quello relativo all’assegnazione delle Olimpiadi invernali del 2026. Il prossimo 25 giugno, a Losanna, gli 87 membri del Comitato olimpico internazionale decideranno a quale paese assegnare l’edizione invernale delle Olimpiadi del 2026 e dopo il ritiro della città di Sapporo (Giappone) e di Calgary (Canada) le uniche due candidature in ballo sono quella svedese, con Stoccolma, e quella italiana, con Milano e Cortina. Fino a qualche settimana fa, la candidatura di Milano e di Cortina poteva contare su un numero di delegati del Cio superiore ai 43 necessari per avere la maggioranza assoluta, tanto che a metà dello scorso ottobre, quando la candidatura di Stoccolma sembrava improbabile , il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, arrivò a dire che “sulle Olimpiadi l’Italia è messa meglio del governo svedese”. Pochi mesi dopo il risultato della politica isolazionista messa in campo a colpi di vaffanculo in giro per l’Europa dal governo italiano ha contribuito a ribaltare la situazione. Il risultato è che, complice anche la formazione in Svezia di un governo, cosa che mesi fa sembrava remota, la partita per l’Italia “è oggettivamente più difficile di prima”, come ha ammesso pochi giorni fa il sindaco di Milano, Beppe Sala.

   

C’entra la formazione del governo in Svezia ma c’entra anche un problema di natura politico-diplomatica legato proprio al tafazzismo del governo italiano, che a forza di mollare schiaffi ai partner europei si ritrova a un passo dal ricevere sulla propria guancia lo schiaffo del paese europeo più maltrattato da Luigi Di Maio e da Matteo Salvini: la Francia di Emmanuel Macron. I membri del Cio, in realtà, non hanno a che fare direttamente con la politica e sono scelti all’interno del Comitato olimpico in virtù dei propri meriti sportivi. In determinate circostanze, però, la politica all’interno del Cio ha la possibilità di azionare alcune leve: non può essere solo un caso se i francesi presenti nel Comitato Olimpico nel giro di pochi mesi sono passati da una posizione a favore della candidatura dell’Italia a una posizione a favore della candidatura della Svezia.

 

E’ il caso, così raccontano al Cio, del principe Alberto Di Monaco, anche egli membro del Comitato olimpico, che solitamente al Cio gioca in squadra con gli amici francesi. E’ il caso di Tony Estanguet, campione canoista francese, presidente del Comitato olimpico Parigi 2024, oggi a favore della candidatura di Stoccolma. E’ il caso di Guy Drut, leggenda dell’atletica leggera francese, ex ministro dello Sport nel governo Juppé tra il 1995 e il 1997, che l’8 novembre è stato accolto con tutti gli onori a Roma a una festa organizzata dal Coni per celebrare gli ottant’anni di Mario Pescante, e che ora però rispetto alle Olimpiadi del 2026 si trova improvvisamente più vicino alla Svezia che all’Italia.

 

Il ragionamento vale per la Francia ma vale anche per tutti gli altri paesi come la Germania, schiaffeggiati quotidianamente dall’Italia, che comprensibilmente oggi si chiedono – dal caso Fincantieri al caso Olimpiadiper quale ragione dovrebbero sostenere un paese che piuttosto che costruire alleanze è impegnato a generare conflitti. Un paese che, oltretutto, ciliegina sulla torta, si prepara ad arrivare all’appuntamento olimpico del 24 giugno con un governo il cui primo azionista, il M5s, ha fatto di tutto per evitare che una città amministrata da un suo sindaco potesse organizzare o le Olimpiadi del 2024 o quelle invernali del 2026 e che ha già comunicato che rispetto al 2026 sosterrà i costi per garantire la sicurezza delle gare e i controlli antidoping, ma non le spese per realizzare nuovi impianti e riqualificare i vecchi. Forse sarebbe il caso che, almeno su questa partita, i governatori leghisti delle due regioni in campo per le Olimpiadi del 2026, la Lombardia di Attilio Fontana e il Veneto di Luca Zaia, spiegassero a Salvini e Di Maio che in politica isolarsi non significa sfidare il mondo ma significa semplicemente finire a poco a poco lontani dal mondo.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.