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Le elezioni non sono tabù per Mattarella

La procedura di infrazione contro la manovra costringe il capo dello stato a una domanda: che fare se Salvini volesse il voto? Il Quirinale dalla linea Zampetti alla linea Astori. Perché le urne nel 2019 sono un azzardo, ma anche un’opportunità

Claudio Cerasa

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cerasa@ilfoglio.it

22 Novembre 2018 alle 06:00

Le elezioni non sono tabù per Mattarella

Sergio Mattarella (foto LaPresse)

Per provare a capire quali conseguenze politiche potrebbe generare sugli attuali assetti del governo l’apertura di una procedura d’infrazione contro il nostro paese, più che concentrarsi sui rapporti di forza interni alla presidenza del Consiglio può essere utile allontanarsi di qualche metro da Palazzo Chigi, arrivare veloci al Quirinale e concentrarsi sulla storia di due personaggi dai cui suggerimenti dipende il futuro di Matteo Salvini e Luigi Di Maio – e forse anche di questa legislatura.

  

Non si può capire nulla sulle conseguenze politiche generate dallo scontro tra la Commissione europea e il governo italiano senza registrare al Quirinale una novità importante che riguarda una differenza di influenza rispetto al passato esercitata da due consiglieri del presidente della Repubblica: Ugo Zampetti, romano, segretario generale della presidenza della Repubblica, e Gianfranco Astori, milanese, consigliere del presidente della Repubblica per l’Informazione.

 

Poco prima e poco dopo la campagna elettorale, Ugo Zampetti è stato senz’altro il consigliere di Mattarella che più si è speso per provare a dimostrare qualcosa in verità di poco dimostrabile: la natura fondamentalmente moderata e intrinsecamente non estremista del Movimento 5 stelle. Per diversi mesi, al Quirinale, specie nelle ore fatidiche delle consultazioni di maggio, quando il presidente decise di non bruciare politicamente Di Maio non affidandogli l’incarico di formare un governo, la linea Zampetti ha coinciso con la linea Mattarella e fino a qualche mese fa lo stesso capo dello stato ha dato spesso l’impressione di individuare, nonostante le accuse di impeachment, più in Luigi Di Maio che in Matteo Salvini il vero adulto nella stanza dei bottoni – e forte di questa convinzione, Mattarella ha considerato per molto tempo come unica alternativa possibile alla miscela gialloverde un governo formato dal Movimento 5 stelle e dal Pd.

 

Il rapporto tra Di Maio e Mattarella continua a essere solido e cordiale. Ma la novità delle ultime settimane, che ci porta a ragionare su quale potrà essere il destino di questo governo, è che l’atteggiamento aggressivo avuto dal M5s contro Mario Draghi e lo scarso interesse mostrato dal primo partito del paese a fare di tutto per tutelare il risparmio, come prescritto dall’articolo 47 della Costituzione, hanno avuto l’effetto di rafforzare all’interno del Quirinale una linea politica differente rispetto al passato e ben sintetizzata oggi dal volto lombardo di Gianfranco Astori che all’interno del pressappochista oceano populista ha sempre considerato, forte dei suoi rapporti cordiali e privilegiati con i governatori di Lombardia e Veneto, la Lega come l’unico partito senza calzoni corti e su cui provare a fare affidamento per risolvere i problemi più gravi. La prevalenza progressiva della linea Astori non ha solo permesso al Quirinale di mettere da parte una pregiudiziale anti Salvini ma ha avuto un effetto ulteriore che ci permette di capire per quale ragione non è detto che di fronte a un crash di governo l’alternativa debba essere necessariamente ricercata all’interno di questo Parlamento.

 

Per un presidente della Repubblica, in caso di crisi, eventualità che all’interno della Lega in molti hanno ormai messo nel conto, garantire la stabilità spesso coincide con il tentativo di far durare una legislatura più tempo possibile a tutti i costi. Ma in un’epoca storica in cui in buona parte dell’Europa le legislature che tendono a esaurirsi in anticipo sono in aumento (Olanda, Svezia, Spagna potrebbero andare presto a elezioni anticipate) la fine della pregiudiziale antisalviniana ha un significato più profondo e coincide con un’opzione che il Quirinale oggi non considera un tabù: non ostacolare Salvini qualora la Lega dovesse decidere anche in tempi molto brevi di far cadere il governo e di riandare alle elezioni.

 

Un presidente che non riesce a salvare una legislatura è spesso percepito come un presidente che non riesce a svolgere fino in fondo il suo lavoro. Ma la domanda giusta a cui anche il Quirinale dovrebbe rispondere è forse questa: per il paese sarebbe un azzardo (a) dare al centrodestra la possibilità di cercare alle urne i voti che non riesce a trovare oggi in Parlamento per formare un governo e (b) fare di tutto perché non sia questo Parlamento a eleggere nel 2022 il prossimo presidente della Repubblica?

 

Andare a votare è un azzardo, certo. Ma di fronte a un paese che brucia ogni giorno posti di lavoro, decimali di pil, credibilità, affidabilità, interessi sui titoli di stato, non andare a votare, nel caso ci fosse la possibilità, potrebbe esserlo ancora di più. La scelta con ogni probabilità sarà di Matteo Salvini. E se il leader della Lega dovesse scegliere di spaccare tutto e tornare a votare – magari anche prima delle europee, come successe già nel 1994, quando si votò a marzo per le politiche e a giugno per le europee – potrebbe scoprire che a certe condizioni le elezioni anticipate, per il presidente della Repubblica, più che un tabù potrebbero essere un’opportunità.

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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Commenti all'articolo

  • oliolà

    22 Novembre 2018 - 19:07

    Non fosse per quei Magistrati della Magna Grecia, direi subito: et perché non? Dato che si spacchino, e può succedere, dato che le elezioni devono essere libere, dato che grande libertà. di pensiero, alle ultime del 4 marzo, no se n'è vista, coraggio, rivotiamo. A meno che non si confonda la libertà di pensiero col casino in testa.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    22 Novembre 2018 - 18:06

    Il principio di realtà: “Dal 1948 al 1992 le elezioni politiche sono sempre state vincolate, ben dice Giuliano Ferrara, dalla “regoletta di Yalta”, Il nostro modo d’intendere e praticare politica, il consociativismo, è nato e s’è sviluppato in quella cornice. Quando è venuta meno, il 1994, preceduto dalla stagione di Mani Pulite, fu la prina occasione di verifica, gli italiani rifiutarono nettamente la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto e quello che avrebbe comportato. Tutta l’area di sinistra e quella dell’alta burocrazia, dei poteri intermedi trasversalmente diffusi, Scuola in primis, del sindacalismo politico, dei settori delle partecipate, della magistratura, della cultura, ecc. hanno respinto la prospettiva di riconsiderare i propri ruoli e relative rendite di posizione. Tutti per sé, nessuno per tutti. Questo, aggiungendo l’indole, il carattere di elettorato non educato a ragionare oltre i propri orticelli, è sfociato nel governo gialloverde. Poteva essere diversamente?

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  • Luciano D'Agostino

    22 Novembre 2018 - 17:05

    Si passerà dal ruggito del leone al belato del "piecoro", e il baraccone continuerà. Ma quando mai ci saranno martiri che rinunceranno allo stipendio?

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  • pietro58

    22 Novembre 2018 - 14:02

    è una possibilità ma io credo che invece troveranno un modo per proseguire con questa legislazione. in caso di crisi un pò di 5s potrebbero abbandonare il movimento e confluire nel gruppo misto confluendo in una rinnovata maggioranza di cdx.

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    • Skybolt

      22 Novembre 2018 - 18:06

      Proprio quello che il nostro presidente teme come la peste.....

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