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Tap, Tav, Vaccini, Xylella… Il demone plebeista sfugge a chi lo ha evocato

Salvatore Merlo

In Puglia danno fuoco alle bandiere del Movimento e minacciano il ministro Barbara Lezzi. Così il mostro populista si rivolta contro chi l’ha per anni alimentato

Roma. Adesso in Puglia danno fuoco per strada alle bandiere del M5s, minacciano il ministro Barbara Lezzi, “vattene via dal Salento”, e nelle fiamme gettano anche le fotografie che ritraggono i volti dei parlamentari grillini, assieme alle schede elettorali, proprio come i fanatici islamisti danno fuoco alle bandiere americane e israeliane, costruiscono fantocci con le sembianze di Donald Trump e li impiccano in pubblica piazza. Un accanimento selvaggio che per il grillismo assume il valore di una nemesi, ricordandoci che una volta liberati certi dèmoni sono incontrollabili anche per chi li ha scatenati. 

 

A marzo dell’anno scorso una folla manzoniana di agricoltori rabbiosi aveva circondato e sommerso di fischi un consigliere regionale pugliese del M5s, Cristian Casili: “Buffone! Vergogna! Sparisci!”. Casili era stato per anni in prima linea a fianco di quei “movimenti popolari” che per spiegare il disseccamento degli ulivi pugliesi chiamavano in causa presunti complotti internazionali, negando dunque la responsabilità del virus della Xylella che intanto però mieteva vittime tra gli alberi, cancellava intere coltivazioni. Così a distanza di qualche anno, mentre la malattia avanzava, mandando all’aria investimenti e aziende agricole, il mostro populista si rivoltava contro chi l’aveva alimentato, dunque contro Casili e contro il Movimento cinque stelle, a riprova che l’originaria comicità di Beppe Grillo sempre più si trasforma in ferocia incontrollabile. La stessa paranoia che poi si è abbattuta sul ministro della Salute, la cinque stelle Giulia Grillo, alla scoperta del suoi dietrofront sui vaccini: “Traditrice”, “venduta”… Assalti e minacce che sono l’effetto delle promesse scombiccherate ma anche dell’incitamento all’offesa persecutoria che Luigi Di Maio asseconda nei confronti di tutte quelle categorie che non gli piacciono, dagli avversari politici ai funzionari dell’Unione europea fino a quei giornali che non sono servili nei suoi confronti. Una forma di teppismo politico che mima e allude alla violenza, che legittima l’intolleranza, l’estremismo, e che fatalmente ora si rivolta, come ogni marea, contro gli stessi ingegneri del risentimento, contro coloro i quali hanno risvegliato i dèmoni del plebeismo, dell’esasperazione, pensando di poter avanzare a cavallo di questo drago. Ma con quali conseguenze?

 

Così domenica, in provincia di Lecce, trecento fanatici hanno bruciato le bandiere del M5s che ha secondo loro “tradito” perché il Tap, il gasdotto demonizzato dalla signora Lezzi, da Alessandro Di Battista e dal Movimento, quell’infrastruttura che è per l’Italia lo spartiacque tra l’arretratezza e la modernità, tra la dipendenza energetica e un’ipotesi di sviluppo, si farà. E allora come i talebani in Afghanistan, questi grillini di popolo contro i grillini di establishment hanno imbastito un rogo e dato fuoco in effigie al ministro Lezzi, proprio come un tempo il Blog indicava i nomi dei giornalisti da punire, da dileggiare, da incenerire. E insomma si realizza una nemesi, la stessa che colpì i giacobini francesi quando tirarono su la ghigliottina nella quale furono costretti a mettere il collo. Dare fuoco a bandiere, a manichini e a fotografie di altre persone non è certo un valore occidentale, non riflette la morale civile né la sapienza democratica e liberale, ma una cultura arcaica ed estremista che sta a metà tra il Mullah Omar e le Brigate rosse, il boia di Parigi e la lapidazione biblica: c’è la furia e la malattia della politica e della piazza. E infatti adesso devono suonare sinistre persino alle orecchie dei cinque stelle quelle parole un tempo pronunciate da Grillo, quando rivolto alla politica e agli avversari, vaticinava: “Tutto finirà in una combustione spontanea”. Un fuoco che è il contrario del fuoco di Efesto, l’abilissimo zoppo che nell’Iliade forgia l’armatura di Achille nel fuoco della civiltà e della cultura. Quello di oggi è invece un fuoco composto di bestialismi, il delirio antimoderno delle tribù che odiano i gasdotti e i treni veloci, i ponti e le gallerie, persino l’euro: la rivolta contro il presente, la voglia di segare il ramo su cui stiamo tutti seduti. Che accadrà quando il governo dirà che anche la Tav va fatta? E che succederà se le ricette economiche della manovra non dovessero funzionare? Che accadrà quando il dèmone si sentirà di nuovo tradito dai grillini? Forse tutto è destinato a deflagrare nelle mani inconsapevoli dei cinque stelle proprio come la devozione popolare del Cinquecento deflagrò nelle mani di Lutero, il quale aprì la strada alle sette ereticali che misero sottosopra il mondo.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.