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Perché la rivolta contro il M5s svela la natura estremista del movimento

Tap, vaccini, immigrazione e politica fiscale. Dopo la luna di miele, arriva l’onda di disillusione dell’elettore tradito

30 Ottobre 2018 alle 10:50

Perché la rivolta contro il M5s svela la natura estremista del movimento

(Foto LaPresse)

Roma. Il Tap, i vaccini, l’immigrazione, la politica fiscale. Accade oggi ai Cinque stelle quello che sempre succede a un partito che dall’opposizione va al governo: dopo la luna di miele, arriva l’onda di disillusione dell’elettore. E però il M5s non vuole dirsi partito, e comunque deve difendere la diversità presunta che l’ha portato al vertice come movimento dell’uno-vale-uno e del tutti indignati contro tutti e degli estremismi accolti e coccolati come veicolo per la vittoria nell’urna. Ma una volta arrivati a Palazzo Chigi, la situazione rischia di sfuggire: se hai promesso qualcosa a chi ti crede diverso dagli altri, dando dei morti viventi-farabutti-ladri-incapaci a tutti gli altri, non ti puoi permettere, poi, di essere moderato nell’azione o di scendere a compromessi o di valutare i pro e i contro.

 

E i Cinque stelle hanno assecondato talmente tanto la vox populi disfattista, antiscientista e anti grandi opere, per non dire di quella sovranista ora scaricata mediaticamente (invano) sul lato Lega, da ritrovarsi colpiti dalle stesse frecce scagliate per ferire l’universo mondo politico. E infatti, prima che sul Tap (gasdotto che porterà otto miliardi di metri cubi di gas dall’Azerbaijan all’Europa – Puglia compresa), i Cinque stelle eletti in Parlamento si sono accorti che qualcosa si è incrinato nel rapporto con i propri elettori alla festa del M5s al Circo Massimo, dieci giorni fa, festa dove alcuni dei “portavoce” eletti, riconoscibili per via della pettorina gialla, venivano aggrediti da cittadini inferociti che si sentivano traditi per via dell’ammorbidimento in tema no Vax (un elettore pentito ed esagitato girava per gli stand sventolando davanti a eletti ed addetti alla comunicazione un foglio su cui si stagliavano, sottolineate con l’evidenziatore, parole grilline antivacciniste di due anni fa, a suo dire dimenticate dai suoi ex beniamini una volta giunti al governo).

 

E hai voglia a fare distinguo, come facevano i responsabili della comunicazione: una volta dato credito all’estremismo (o superstizione o diceria internettiana), non si può tornare indietro, pena la perdita dell’elettore stesso, portatore di una stima epidermica, volubile, soggetta alla rabbia del momento e trasferibile presso altro lido in men che non si dica. Sul Tap, invece, la “maledizione” del cittadino deluso ha colpito il ministro a cinque stelle per i Rapporti con il Sud Barbara Lezzi, che nel weekend ha cercato di spiegare ai no Tap vezzeggiati dal Movimento in campagna elettorale (ora pronti a bruciare la bandiere del M5s e a innalzare striscioni a dir poco critici) che la “procedura” era stata decisa dal precedente governo: l’estremista no Tap, milite ignoto di un’indignazione preventiva che prima, nel M5s, non ci si sognava di contraddire, ormai va per la sua strada, e a nulla è servita l’excusatio di Lezzi nel post su Facebook in cui cercava di appellarsi alla razionalità di un elettorato nutrito a colpi di “no” emotivi ai simboli di un progresso osteggiato in quanto presunto ricettacolo di malefatte altrui.

 

Né serviva l’intercessione del premier Giuseppe Conte (della serie: date la colpa a me) né l’intervento del vicepremier Luigi Di Maio: “Quando abbiamo fatto il contratto di governo… abbiamo detto che il Tap rientrava in uno studio costi-benefici… c’erano da sborsare almeno venti miliardi, che sono più del reddito di cittadinanza e di quota 100 messi insieme, è chiaro che ai cittadini italiani abbiamo dovuto dire la verità” (e ieri Di Maio invitava il M5s a resistere agli attacchi disponendosi “a testuggine” come un esercito romano). Continuano intanto a risuonare le parole della senatrice Elena Fattori, scritte sul suo blog: avessimo detto questo, ci avrebbero dovuto rincorrere con i forconi, era il succo del ragionamento: abbiamo fatto due condoni, uno edilizio e uno fiscale, abbiamo detto sì alla Tap, sì all’Ilva, valuteremo costi/benefici per decidere sulla Tav, siamo passati dal “non ci alleeremo con nessuno” all’alleanza con la Lega, chiamata contratto per comodità. Il bagno di realtà è appena all’inizio, ma il punto è a monte: essere ricettacolo di estremismi un tanto al chilo o non esserlo, questo è il problema.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    30 Ottobre 2018 - 14:02

    Per me fate il solito errore: confondete l'attivista con l'elettore. Questi ultimi coincidono solo in minima parte con gli attivisti e se ne stanno zitti, coperti, come sempre nella storia repubblicana, in attesa di capire chi li pagherà meglio prima di decidere il loro prossimo voto.

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