Dal vaffa al governo. Ora Grillo imbarazza il M5s

Massimo Solani

Si è chiusa Italia 5 Stelle. Le auto blu, i militanti poco coinvolti, le battaglie del passato dimenticate, il Movimento ha cambiato pelle. E quando Beppe dal palco attacca Mattarella i suoi lo scaricano: “Non ha ruoli istituzionali”

L’immagine più azzeccata è quella dell’aragosta. La usa Davide Casaleggio dal palco quando spiega come il crostaceo, crescendo, cambi carapace perché il vecchio non è più adatto a contenerla. E “Italia 5 Stelle”, alla sua quinta edizione, è il carapace nuovo di zecca che il Movimento si è dato per contenere la propria dimensione di governo e raccontarsi ai militanti. “Il cambiamento non deve far paura”, dice Casaleggio.

 

Però il rischio è che spiazzi e faccia perdere sicurezze e convinzioni. “Oramai siamo al governo – scherza Beppe Grillo chiudendo la due giorni romana – quando sono arrivato e ho visto le auto blu qua dietro mi sono chiesto chi ci fosse, 'sono i nostri, sono i nostri' mi hanno risposto”. L’organizzazione ha fatto di tutto per tenerle ben coperte dietro la grande quinta blu che nasconde via dell’Ara Massima di Ercole, ma quelle autoblindate blu parcheggiate e gli uomini delle scorte in attesa dei ministri sono il segno più evidente della trasformazione governativa. Persino più del presidente del Consiglio Giuseppe Conte che sul palco legge il foglietto che Rocco Casalino gli porge sulla scaletta cercando di accreditarsi come grillino di lunga data (“Mi scelsero cinque anni fa per l’organo di autogoverno della magistratura amministrativa, i miei colleghi non li conoscevano”).

 

 

Un presidente del Consiglio non scelto dalla base attraverso le votazioni online, non candidato alle elezioni e sostenuto da una maggioranza formata in alleanza con la Lega. Un’eresia soltanto qualche anno fa. The times they are a changin’ cantava Bob Dylan, e quelli del Movimento sono tempi cambiati radicalmente e che uno difficilmente valga ancora uno lo si nota incrociando per gli stand i parlamentari in t-shirt gialla con il nome di battesimo (niente cognome, troppo formale) sulla schiena. “Il portavoce nazionale ti ascolta”, c’è scritto sulla maglietta, ma a fare domande non c’è quasi nessuno visto che per quanto sorridenti e disponibili per il corpaccione dei militanti sono praticamente tutti sconosciuti.

 

I big invece, ossia quasi tutti quelli al secondo mandato parlamentare, dalla maglietta devono essere stati esonerati e si aggirano negli spazi della festa stringendo mani e concedendo selfie. Cassati i tradizionali gazebo dedicati alle regioni e ridotte al minimo le agorà (quasi abbastanza vuote) della partecipazione che aveva animato gli appuntamenti degli anni precedenti resta ben poco. Gli workshop stessi, del resto, quasi non lasciano spazio al coinvolgimento dei militanti. L’enorme timeline che dai pannelli racconta l’evoluzione del Movimento dalle origini fino ai giorni del governo, i maxischermi che rimandano in loop le immagini del giuramento e le brochure che servono a raccontare il contratto firmato con la Lega e quanto fatto in questi quasi cinque mesi di esecutivo, infatti, sono un esercizio di narrazione propagandistica e autocelebrativa studiato fin nei dettagli. Così, al cittadino che vuole partecipare non resta altro che iscriversi a Rousseau, il piatto forte della ditta Casaleggio, come ossessivamente ricordano Gianluigi Paragone e gli altri che si alternano alla conduzione sul palco principale spiegando quanto sia facile essere parte del futuro della democrazia partecipata con un semplice sms.

 

 

E pazienza se la piattaforma è stata ridicolizzata dagli hacker e fatta a pezzi dal garante per la Privacy. Del resto i tempi dello streaming online, delle votazioni aperte ai militanti per ogni singola nomina o candidatura sono ormai un ricordo. Ai militanti che invece sono arrivati da Melendugno con le magliette con su scritto “No Tap, No Ilva, No truffa Xylella”, invece, non resta altra strada che provare a sollevare lo striscione (l’unico che si vede in giro) con scritto “Tap = tradire Grillo e il Salento”.

 

Anche perché quando Luigi Di Maio gli passa accanto e loro provano parlargli, il ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro si ferma soltanto quel microsecondo necessario a farsi consegnare un volantino contro il gasdotto che un tempo il Movimento per bocca di Alessandro Di Battista prometteva di “cancellare in due settimane”.

 

 

Ma ora il Movimento è al governo, acqua passata, il carapace cambia. Lo dicono anche i piccoli segni: tipo lo striscione immortalato in una foto che sul grande pannello dedicato alle origini racconta di un comizio di Beppe Grillo del 2011. “La Camorra è merda, pestala con il tuo coraggio e ti porterà fortuna” c’è scritto. Firmato: “Io sono Saviano”. Quello stesso Saviano che Salvini, da ministro dell’Interno, delegittima e insulta un giorno sì e l’altro pure senza che fra i pentastellati si sollevi una voce di indignazione.

 

Del resto l’alleato leghista è il convitato di pietra di cui quasi nessuno sembra ricordare l’esistenza. In compenso lo fanno i militanti che a più riprese dicono di non fidarsi di Salvini e i suoi, scottati dalla polemica sulla “manina” e il condono nato senza padri. L’allarme è rientrato sabato in consiglio dei ministri, ma sottotraccia la tensione resta altissima e rischia di superare di nuovo il livello di guardia già quando in Parlamento si voterà il decreto sicurezza che porta la firma del ministro dell’Interno. Dai banchi del Movimento sono stati presentati 81 emendamenti e nonostante Di Maio assicuri che una soluzione si troverà il rischio è che  sull’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari e la stretta sugli Sprar possa accendersi una nuova guerra intestina. “Io ammiro l’etica politica di Salvini”, carezza l’alleato Beppe Grillo. E chissà cosa avrebbe detto il Grillo di qualche anno fa di un partito condannato per aver frodato lo stato sui rimborsi elettorali e “graziato” dai sequestri con una rateizzazione di 89 anni. 

 

Questioni che aleggiano sul Circo Massimo senza troppo preoccupare i militanti. Del resto, per dirla con il presidente del Consiglio Conte che la folla accoglie fra le ovazioni, questo è “il popolo che sostiene il cambiamento” e bastano le solite parole d’ordine per scacciare l’idea che il nuovo carapace di governo nasconda un Movimento fattosi élite di potere. Così ci pensa il sottosegretario alla presidenza Vito Crimi a rispolverare l’evergreen sull’abolizione del finanziamento pubblico all’editoria (“Perché la stampa dice quello che vogliono loro e non quello che volete voi”, tuona Paola Taverna in formato vicepresidente del Senato ripulito da insulti e accenti di borgata) e Beppe Grillo a minacciare la presidenza della Repubblica a cui bisogna togliere i poteri perché, dice, “Un capo dello stato che presiede il Csm e capo delle forze armate non è più in sintonia col nostro modo di pensare”. Parole che, dopo la sceneggiata dell’impeachment post voto, rianimano quell’orgoglio barricadero del Movimento prima natura (anche se in serata è proprio il M5s a smentire il fondatore facendo notare che Grillo non riveste ruoli istituzionali e ribadendo: “Abbiamo piena fiducia nel ruolo di garante della Costituzione del presidente Mattarella”). Un sentimento che la due giorni romana, ampiamente sottotono in quanto a presenze nonostante i proclami da record, sembra aver sacrificato sull’altare del nuovo corso di governo. E non è un caso, allora, se fra i “big” più cercati, fotografati, abbracciati e baciati sabato c’era Vittorio Di Battista che si aggirava con un cartello con scritto “No Tav No Tap No Benetton”. “So' scojonato – dice ad un cronista – Io ci credo ancora al Movimento, però… Se mi danno il potere assoluto per sei mesi, risolvo io tutti i problemi d'Italia. Non so se Salvini è di destra – conclude -, io no, io so’ fascista”. Non tutto è cambiato, allora. Alla faccia dell’aragosta, del carapace e anche di Bob Dylan.