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Il declassamento del ministro Bonafede

Nel congresso dell’Unione delle Camere Penali Italiane i penalisti si oppongono alle ricette populiste del nuovo esecutivo Lega-M5s in materia di giustizia

20 Ottobre 2018 alle 15:54

Il declassamento del ministro Bonafede

foto LaPresse

E’ frattura completa, ormai, tra il governo giallo-verde e gli avvocati penalisti, da ieri riuniti a Sorrento al congresso dell’Unione delle Camere Penali Italiane, che domenica eleggerà i suoi nuovi vertici, incluso il successore di Beniamino Migliucci alla presidenza. Un congresso dal titolo emblematico (“Il buio oltre la siepe: la difesa delle garanzie nell’epoca dei populismi”), che esplicita nella maniera più chiara la volontà dei penalisti di opporsi alle ricette populiste del nuovo esecutivo Lega-M5s in materia di giustizia. Una contrapposizione che da ieri, con l’apertura dei lavori del congresso dell’UCPI, si arricchisce ulteriormente di tensione.

 

Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, invitato al congresso, infatti, non si è presentato, facendo riferimento a impegni precedentemente assunti, e ha inviato un messaggio agli oltre mille penalisti riuniti. Messaggio, però, che Gaetano Pecorella, componente del comitato di presidenza del congresso, si è rifiutato di leggere, scandendo queste parole tra gli applausi degli avvocati: “Un ministro della Giustizia deve venire al congresso dei penalisti per ascoltare ed è per questo che la sua lettera che ci ha inviato non merita una lettura, ma solo una distribuzione ai presenti”.

 

Il rifiuto di leggere il testo inviato dal Guardasigilli (che poi, nel merito, si sostanziava nella semplice elencazione di buoni auspici per la riforma della giustizia) assume ancor più rilievo se si considera che, pochi secondi prima, dal palco del congresso dei penalisti era stata data lettura di un messaggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in cui si esprimeva “apprezzamento per il tema scelto”. Riconoscimento non da poco, se si considerano, come abbiamo detto, i profondi significati politici del titolo scelto dai penalisti (la difesa delle garanzie nell’epoca dei populismi).

 

Nel corso della sua relazione, il presidente uscente dell’UCPI, Beniamino Migliucci, ha rincarato la dose: “La distanza tra le nostre idee e quelle del ministro è siderale. La situazione è complicata perché è sotto gli occhi di tutti come abbia preso il sopravvento il populismo anche in materia giudiziaria, populismo che non accetta mediazioni di sorta e che è ispirato a ottenere consenso con scelte a costo zero”. Migliucci ha ricordato come, non appena è stato reso noto il programma del nuovo governo in materia di giustizia, l’Unione abbia espresso “netta contrarietà” alle proposte di legge sulla “legittima difesa, sulla riforma dei reati contro la pubblica amministrazione e le norme del decreto in materia di protezione internazionale, immigrazione e sicurezza pubblica”. Temi che chiamano in causa la difesa dei diritti fondamentali e sui quali Migliucci ha lanciato un monito chiarissimo: “Sappiano il vicepremier Salvini e il ministro Bonafede che sulla difesa degli ultimi l’Unione delle Camere Penali non farà mai un passo indietro e che avranno vita durissima”.

 

Poco prima, il presidente uscente aveva evidenziato il successo ottenuto dall’UCPI con la raccolta di oltre 72mila firme per la presentazione al Parlamento della proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per la separazione delle carriere tra giudici e requirenti, definita “indispensabile per modificare la mentalità autoritaria e inquisitoria che ancora permea il processo penale nel nostro Paese”. Di conseguenza, Migliucci ha invitato il presidente della Camera, Roberto Fico, a far esaminare la proposta dal Parlamento e ha ricordato che persino Matteo Salvini aveva aderito alla campagna.

 

Chi comunque, a differenza di Bonafede, è riuscito a districarsi tra i vari impegni e a presentarsi al congresso dei penalisti è il vicepresidente del Csm, David Ermini. Dopo aver partecipato, ieri mattina a Roma, a un seminario di Magistratura Indipendente, Ermini si è recato a Sorrento e nel suo indirizzo di saluto, dopo aver anch’egli espresso apprezzamento per la scelta del titolo del congresso, ha sottolineato i rischi del processo mediatico, “corollario inevitabile di un regime a vocazione populista”: “Il processo mediatico investe e compromette valori – presunzione di non colpevolezza, riservatezza, efficacia investigativa, serenità di giudizio, informazione – che sono in qualche modo paritari e costitutivi di uno stato democratico e di diritto. E' evidente che in questa specie di ‘giustizia fai da te’ si annida il rischio di interferire negativamente mettendo in gioco la stessa equità del processo e della pena. Non solo infatti viene travolto il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza – compromettendo onore, reputazione, dignità della persona – ma potenzialmente può suggestionare e condizionare i protagonisti del processo giudiziario, i testimoni e gli stessi magistrati”.

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