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Scatti da Genova

La fotografia di quelli che ridono sotto al Morandi e la fotografia (da piangere) di un governo che non sa come ricostruire un ponte

14 Settembre 2018 alle 06:05

Scatti da Genova

Foto LaPresse

Quelli che ridono. In questa storia mancavano ancora quelli che ridono. Ah no, c’erano già stati i Benetton che “festeggiavano” a Cortina. A procedere al linciaggio, allora, furono i tabloid dell’ultradestra. Ieri a scovare i manager di Fincantieri e di Ansaldo che “se la ridono sotto il ponte crollato”, e a impiccarli in prima pagina, è stato il Fatto quotidiano. Il giornale preferito dagli elettori di quel tale partito, quelli che ridevano alle battutacce di Beppe Grillo sull’inutilità della Gronda. La foto, acciuffata dal sito MediTelegraph, è stata scattata una settimana dopo il crollo del ponte Morandi, si vedono l’amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono e il parigrado di Ansaldo Energia, con casco d’ordinanza, che ridono sotto al ponte. Sarà vietato, ridere? Forse sorridevano per qualcosa di buffo accaduto lì, fuori inquadratura, così è la vita. Ma “quelli che ridono” è uno dei tanti marchi d’infamia riproducibili all’infinito a disposizione dei professionisti della gogna. E mancava nel disastro di Genova, dopo i fischi al funerale, la faccenda di quelli che ridono. Ridessero davvero o no, che importa. Il punto è la valenza simbolica.

  

Il Morandi è stato subito il simbolo di molte cose, anche contrapposte. Dell’Italia allo sfascio, del malgoverno pregresso, del capitalismo cattivo, persino della voglia di rinascita. Per il governo gialloverde, è stato immediatamente il palcoscenico perfetto su cui mettere in scena le proprie idee di “diverso sviluppo” e le proprie magiche capacità di risolvere tutto in un attimo, con due slogan e una nazionalizzazione. La fotografia di quelli che ridono, in tutta questa simbologia di purghe e di pronti ritrovati populisti, fa però un autogol, smette di funzionare. O, per meglio dire, serve al Fatto per spiegare che l’idea made in Cinque stelle di affidare a Fincantieri, anzi al “boiardo socialista di rito craxiano” Bono la costruzione del nuovo ponte è quantomeno, e non solo per il Fatto, discutibile.

  

E con questo, si passa dalla fotografia di quelli che ridono alla fotografia del pasticcio degli ultimi due giorni, e di ieri in Consiglio dei ministri. La fotografia di un governo diviso, di tempi che si allungano, di una linea generale dei Cinque stelle disastrosa. Mercoledì il commissario straordinario per l’emergenza nonché governatore della Liguria, Giovanni Toti, ha commentato con durezza la “notizia” che il governo era pronto a varare il decreto su Genova di cui né lui, né le istituzioni locali, avevano ricevuto neppure una bozza. E da cui non uscirebbe per il governo ligure quel ruolo centrale da Toti sempre invocato. Toti ha puntato sulla Lega, “partito autenticamente autonomista e impegnato con noi in un percorso di ancora maggiore autonomia per le Regioni”, che non dovrebbe perciò accettare un decreto con “contenuti tanto lesivi, oserei dire umilianti, per le prerogative delle istituzioni regionali”. Messaggio arrivato a destinazione se, come raccontano gli informati, mercoledì sera in un momento informale lontano dai Palazzi con alcuni dei suoi, Matteo Salvini sarebbe sbottato in una battuta: domani mi toccherà votare un decreto di cui non so un cazzo. E qui si arriva al cuore del pasticcio. Che va oltre il problema dei poteri da affidare al commissario. Si sa che per Toti (e la Lega) alla fine la soluzione più rapida e logica è quella di affidare la ricostruzione ad Autostrade, che ha la concessione in essere. Ma i Cinque stelle vogliono la soluzione punitiva, Autostrade paghi e basta, ma ricostruirà una società (quale? Bono che ride?) controllata dallo stato. Ma questo prevederebbe la famosa revoca della concessione, e necessariamente una gara, se si vuole evitare almeno nella forma una nazionalizzazione tout-court. Ieri il Cdm ha deciso per il commissario, ma senza un nome. Per il resto è tutto ancora lì, in attesa, come uno strallo penzolante. Una fotografia da piangere.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    14 Settembre 2018 - 14:02

    Sbagliano e perseverano. Il 'delitto perfetto' sull'Ilva si è poi rivelato l'ennesima truffa dello scugnizzo, in coppia col suo compare Emiliano, ed è costato qualche centinaio di milioni solo per far durare di più la messinscena propagandistica.

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