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C’è un argine a Francoforte

Più Draghi contro le chiacchiere

“Ora dall’Italia aspettiamo i fatti”. Così l’Eurotower scopre il grande bluff di una Manovra propagandistica

13 Settembre 2018 alle 20:29

Più Draghi contro le chiacchiere

Bce, Mario Draghi in conferenza stampa a Francoforte (foto LaPresse)

Roma.Dall’Italia aspettiamo i fatti. Finora da esponenti del governo abbiamo avuto parole, che sono cambiate molte volte, provocando danni con aumenti dei tassi, e quindi dei costi per famiglie e imprese”. Ieri la questione italiana ha occupato buona parte della conferenza stampa di Mario Draghi, l’ultima prima che la Banca centrale europea dimezzi (da ottobre) da 30 a 15 miliardi al mese gli acquisti di titoli pubblici e privati, per poi azzerarli a fine anno. “Per il momento – ha proseguito il presidente della Bce – ci atteniamo a ciò che dicono il primo ministro, il ministro dell’Economia e quello degli Esteri che garantiscono che l’Italia rispetterà le regole di bilancio”. Non solo. L’aumento dei rendimenti dei titoli di stato italiani “non ha avuto nessun effetto sugli altri paesi”: dunque solo un problema autoindotto, nessun contagio, e nessun ricatto utilizzabile sull’eurozona. Poco prima il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, era stato ancora meno diplomatico: “C’è un problema che è l’Italia, ed è proprio il tema sul quale mi voglio concentrare”. Svolgimento: “Ho avvertito più volte il governo italiano che ridurre il debito è nel suo solo interesse, non è vero che Bruxelles impedisca investimenti e infrastrutture, stiamo parlando del paese che più di tutti ha beneficiato della flessibilità sul deficit. Chi afferma che si possano aumentare gli investimenti solo aumentando l’indebitamento dice una bugia. Comunque, l’Italia ha anche un nuovo ministro dell’Economia con il quale lavoro regolarmente in un clima costruttivo, e spero che questo clima prevarrà”.

   

Al netto dell’uso e abuso che degli interventi degli “eurocrati” faranno i due azionisti del governo, e del refrain sull’Europa “da cambiare”, la novità da ieri è una: la manovra economica 2019 finora nelle sole mani di Giovanni Tria passa sotto la marcatura stretta, chiamiamolo commissariamento, della Commissione di Bruxelles e della Bce. Cioè di chi stabilisce le regole accettate e condivise da tutti gli altri 26 paesi, e di chi detiene singolarmente la gran parte del nostro debito, avendo comprato in gran quantità i nostri titoli pubblici, e che Lega e M5s volevano utilizzare per pagare le loro mirabolanti promesse elettorali, gli effetti speciali che non ci saranno. Tria non è più solo a reggere l’urto di un Luigi Di Maio, Enzo Moavero non è isolato rispetto alla tentazione di ordalia orbaniana di Matteo Salvini, Giuseppe Conte non può continuare a fare lo slalom tra impegni europeisti e di bilancio che gli hanno consentito l’ascesa a Palazzo Chigi e gli interessi dei suoi due danti causa. Draghi ha chiamato tutti per nome: Conte, Tria e Moavero. Saranno loro a dover prendere l’iniziativa e tirare i conti, anche se al momento nella maggioranza la mano destra non sa cosa fa quella sinistra: il M5s non ha idea di come la Lega stia scrivendo la controriforma delle pensioni e la Lega non sa come il M5s sia impegnando la sua quota nel reddito di cittadinanza.

  

Nava costretto a dimettersi da Consob

Il senso della giornata di ieri non è l’ennesimo scontro tra Europa e populisti-nazionalisti. Il succo è che il grande bluff delle promesse elettorali è al capolinea: flat tax, reddito di cittadinanza, smantellamento assistenziale della previdenza, gestione propagandistica delle crisi industriali, tutto l’armamentario della vittoria elettorale, non verrà mai realizzato, se non in versione micro o simbolica. L’Ilva, per dire, doveva chiudere e invece il referendum per l’accordo con ArcelorMittal è passato con un plebiscito tra gli operai. Cioè il contrario, e per fortuna, delle promesse. Ciò avviene non per colpa dell’“eurocrazia dalla quale non prendiamo ordini”, ma perché quelle promesse erano una presa in giro: a cortesemente pagarne il conto doveva essere proprio l’Europa alla quale si dà un calcio nei denti e si minaccia di non restituire i debiti. Messi alle strette Luigi Di Maio e Matteo Salvini scelgono sempre più “armi di distrazione di massa”: dalla strumentalizzazione della tragedia di Genova all’avere costretto ieri alle dimissioni il neopresidente di Consob, Mario Nava, in quanto dirigente distaccato della Commissione europea. Come se Salvini, per undici anni parlamentare europeo, fosse sospettabile di essere fedele a Strasburgo prima che a Roma. Per chi ha garantito stipendi pubblici ai disoccupati e ha promesso di tagliare le tasse a tutti siamo all’ultima spiaggia.

Renzo Rosati

Livornese, del 1950, ha lavorato tra Milano e Roma, dove vive, al Mondo, l'Europeo, Panorama e in molti quotidiani occupandosi di cronaca, costume, politica, economia. Ama il jazz, il cinema,  i cani, la montagna, la sua famiglia, il bianco e nero. Adora il Foglio.

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    14 Settembre 2018 - 15:58

    Fra la commissione europea e l'europarlamento c'è una bella differenza. I poteri di quest'ultimo non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli della commissione, questo a prescindere se le dimissioni di Nava siano giuste o meno. Per il resto verrei segnalare che esiste una parola chiamata gradualità, per cui non è necessario fare tutto e subito, purché sia fatto bene. Per esempio questa parola era ignota a chi ha steso la legge Fornero e gli sconquassi che essa ha determinato. Quindi non parlerei di ultima spiaggia ma di graduale percorso.

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