Così il decreto dignità toglie dignità ai lavoratori

Claudio Cerasa

Una lettera che spiega il dramma della dottrina Di Maio sul lavoro: meno occupati, non meno precari

Al direttore 
L’alba di un nuovo, triste, giorno. 14 luglio 2018. Entra in vigore il Decreto Dignità. Ed io, con altri 400mila assunti in somministrazione, probabilmente la mia dignità la perderò. Una dignità data dal lavoro, dallo stipendio, dai contributi, dalla Naspi, dai corsi di formazione... Mi spiego. Ex dirigente fuori dal mercato del lavoro, un figlio e una casa da mantenere, da anni sono “sopravvissuta” moralmente ed economicamente grazie al lavoro in somministrazione. Nessuna azienda mi avrebbe mai assunto a tempo indeterminato... perché la loro necessità era legata a picchi di lavoro, a commesse extra, a lavoro stagionale... Ma io in questi anni ho sempre lavorato: 3 mesi nella ristorazione, 8 mesi nella logistica, 6 mesi in fabbrica e via discorrendo. Flessibile, pronta a cambiare lavoro e mansione, a volte anche città, ma sempre tutelata, parificata ai miei colleghi “diretti”, e, non meno importante, grata di essere stata presa a cuore dalle ragazze dell’agenzia per il lavoro a cui mi sono rivolta. Nessuna cooperativa e nessun centro per l’impiego mi hanno garantito tanto in questi anni. Cosa mi aspetta oggi? Incertezza, timore di non poter più contare su chi mi ha offerto opportunità di lavorare fino ad oggi... per non più di 24 mesi. Senza contare restrizioni da causali e numero limitato di proroghe. E’ questa la lotta al precariato? Togliere la speranza ai precari? “Riabilitare” il lavoro nero e le false partite Iva? “Il lavoro è dignità” si dice. Ma se mi togli il lavoro, che dignità mi resta?

Loredana Sorci

  

La sua lettera è drammaticamente perfetta, cara Loredana, ed è quello che proviamo a ripetere da giorni. Chi combatte la flessibilità non combatte il precariato ma combatte l’occupazione. Un mercato flessibile porta esattamente a quello che dice lei: più speranze per i precari di avere un domani un posto di lavoro. Un mercato non flessibile porta a quello che vedremo domani: meno speranze per i precari di avere un domani un posto di lavoro. Se Salvini avesse davvero coraggio di occuparsi di cose serie, e di problemi reali, dovrebbe ripartire da qui: sgravi sul lavoro a tempo indeterminato, detassazione per le assunzioni degli under 30, abolizione delle clausole oggi necessarie per rinnovare un contratto a termine. Questa non è lotta al precariato. Questa è solo decrescita felice. Grazie, e auguri.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.