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Vita da ministro della realtà

Come Giovanni Tria è arrivato a essere il marziano che resiste in mezzo agli annunci gialloverdi

Marianna Rizzini

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rizzini@ilfoglio.it

16 Luglio 2018 alle 10:19

Vita da ministro della realtà

Giovanni Tria (foto LaPresse)

[Aggiornamento del 16 luglio ore 10] 

È stato un weekend complicato per il governo Conte che ha dovuto gestire la vicenda, pasticciata, del decreto dignità. Nella relazione tecnica che accompagnava il provvedimento una tabella ipotizzava, come effetto delle misure previste, la perdita di 8mila posti di lavoro all'anno per dieci anni. Una contrazione di 80mila posti di lavoro entro il 2028, effetto della stretta sui contratti a tempo determinato, con la riduzione della loro durata massima dagli attuali 36 a 24 mesi. Sabato il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha smentito il dato, suggerendo che fosse stato inserito da una “manina” e dando la colpa al ministero dell'Economia o alla Ragioneria dello stato che avrebbero agito su pressione di non meglio specificate “lobby” (il sempreverde “complotto” ai danni del governo gialloverde). Da Via XX Settembre è arrivata subito la replica alle critiche del capo politico del M5s: la relazione tecnica è stata preparata dal ministero dello Sviluppo economico. E mentre fonti vicine ai vertici del M5s chiedevano di “fare pulizia” nella Ragioneria e al Mef, le opposizioni attaccavano il governo e criticavano gli effetti recessivi del decreto. Domenica Di Maio e Tria hanno rilasciato un comunicato congiunto che ha però aperto un altro conflitto con l'Inps e con il suo presidente, Tito Boeri. "Le stime di fonte Inps sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro, contenute nel decreto - si legge nella nota -, sono prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili". Matteo Salvini, da Mosca, ha subito colto l'occasione per chiedere le dimissioni di Boeri e il presidente dell'Inps, intervistato dal Corriere, dopo aver sottolineato che l'attacco è “incredibile, da Tria non me l’aspettavo” ha risposto nel merito: “Siamo ai limiti del negazionismo economico. Il provvedimento comporta un innalzamento del costo del lavoro per i contratti a tempo determinato e un aumento dei costi in caso di interruzione del rapporto di lavoro per i contratti a tempo indeterminato. In presenza di un inasprimento del costo del lavoro complessivo, l'evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro. In un'economia con disoccupazione elevata, questo significa riduzione dell'occupazione. Difficile stabilire l'entità di questo impatto, ma il suo segno negativo è fuori discussione. La stima dell'Inps è relativamente ottimistica”.


    

Non può scrivere i suoi “Diari della motocicletta”, il ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria, anche se è motociclista tanto convinto quanto defilato, nei giorni in cui accadono cose come quella accaduta venerdì, con il vicepremier Luigi Di Maio che, davanti a una platea Coldiretti, dice in materia di libero scambio la frase “se anche uno solo dei funzionari italiani che rappresentano l’Italia all’estero continuerà a difendere trattati scellerati come il Ceta, sarà rimosso”, proprio mentre Tria, dall’Ecofin di Bruxelles, si colloca agli antipodi: “… La mia opinione personale”, ha detto Tria, “è che il libero commercio, che si estende anche attraverso accordi commerciali, è sempre una buona cosa. Poi bisogna vedere come si fanno questi accordi” (e su Di Maio aggiunge: “Su qualunque tema non mi piace commentare le dichiarazioni di altri membri del governo”).

    

Il Tria di prima, tra motociclette, Patmos, viaggi a Pechino e cene della moglie . E il Tria di oggi che nega il cigno nero

Né può andarsene, per ora, Tria, in giro sul gommone attorno a Patmos, l’isola greca che descriveva agli amici come la quinta perfetta e insospettabile per viaggi introspettivi che culminavano per la vie bianche della chora, tra monastero medioevale e biblioteca. Non può neanche ridere, il professore, come faceva nei giorni felici della docenza economica a Tor Vergata con l’allora collega ed ex ministro della PA Renato Brunetta, compagno di stanza nel bunker sotterraneo in cui i due dovevano attendere il giorno dello spostamento nella nuova sede – periodicamente invitati dall’allora preside di facoltà Luigi Paganetto, che dei due è stato in qualche modo selezionatore e king maker, a visitare la cosiddetta “voragine”, cantiere e luogo di evocazione delle magnifiche sorti e progressive della futura Tor Vergata, infine edificata e celebrata in Aula Magna (la cui porta secondaria, per un periodo, racconta Brunetta, non andava aperta per nessun motivo, ché si correva il rischio di affacciarsi sul vuoto nel bel mezzo di una lecture del visiting professor e futuro premio Nobel per l’Economia Edmund Phelps).

 

Men che meno Tria può lasciarsi tentare dal tango (leggenda narra che sia capace di volteggiare da principiante sulle note del bandoneón), sebbene continui a partecipare alle cene per pochi e fidati commensali organizzate dalla moglie, “abilissima cuoca e guida del marito sulla scena culturale della città”, come racconta l’amico ed ex sottosegretario all’Economia nel governo Monti Gianfranco Polillo.

 

Quasi quasi, visto il quadro governativo di piccole baruffe anche geopolitiche quotidiane, neanche può più tanto mettere a frutto l’expertise di uomo-ponte tra il mondo produttivo e accademico cinese e il mondo produttivo e accademico italiano, Tria, recentemente definito sulle pagine sull’Executive Intelligence Review “friend of China”, per via dei buoni rapporti bilaterali intrattenuti negli anni dal professore, anche preside della Facoltà di Economia di Tor Vergata e organizzatore di seminari di manager cinesi presso il Mise. Fa fede l’antica consuetudine con Pechino dell’ex maoista (nel Sessantotto) Tria, anche se pare non c’entrassero nulla con il maoismo le assemblee di contestazione studentesca presso il liceo Virgilio di Roma, frequentato dal ministro in anni caldi con il collega professore Ernesto Felli, con cui a lungo ha collaborato (anche su questo giornale), da cui spesso si fa consigliare e prestare libri (e può capitare che dimentichi momentaneamente di restituirne qualcuno) e a cui lo lega un’amicizia che potrebbe essere lontanamente definita “à la Montaigne” (precisamente, dice Felli: “Fratellanza tra pari su base volontaria”).

  

Tria è uno che in nome del decoro raccoglie personalmente cartacce nei corridoi universitari, dicono i colleghi

“Tria, con la sua visione equilibrata, non potrà fallire nel dare il suo contributo alle relazioni bilaterali” con l’Italia, ha scritto la suddetta rivista internazionale all’indomani della nomina del ministro “che capisce il cinese” e che, da Tor Vergata, preparava dossier Italia-Cina “su temi di frontiera”, facendosi promotore, racconta il rettore di Tor Vergata Giuseppe Novelli, di una sorta di “Via della Seta delle università”. Di sicuro neanche a Pechino, scherza un collega, Tria poteva trattenere l’abitudine maniacale al mantenimento del decoro, fosse anche raccogliendo cartacce e sostituendo vecchi annunci e volantini sulle bacheche studentesche, cosa che spesso e volentieri è stato visto fare per i corridoi dell’ateneo romano, da cui si allontanava per missioni scientifiche all’estero e a cui tornava sempre con qualche cadeau per gli stretti collaboratori (tipo biscotti al burro da Londra o cioccolato da Bruxelles), tenendo fede a quella che Paganetto, descrivendo Tria come “uomo che ha propensione a guardare i problemi con sguardo a medio-lungo termine” e non sulla scia “dell’impulso”, definisce “la spinta all’internazionalizzazione” dell’ateneo.

  

Il vicepremier uno, il vicepremier due e Giovanni Tria. L’euro sì, l’euro no e Giovanni Tria. Alberto Bagnai, Claudio Borghi e Giovanni Tria. I conti europei, i conti italiani e Giovanni Tria. I pensieri sommersi di questo, i pensieri emersi di quello e Giovanni Tria. C’è sempre un Tria di mezzo in questi primi tempi di governo gialloverde, e tanto il ministro dell’Economia è in mezzo che la battuta ha preso a circolare nei Palazzi: “Ma a ’sto punto non potevano farlo premier direttamente?”. E, senza nulla togliere al vero premier Giuseppe Conte, fatto sta che a ogni stormir di fronde (vertici Ue, provvedimenti promessi e/o promossi da Luigi Di Maio, prime riunioni di commissioni parlamentari), gli sguardi dell’universo mondo partitico si rivolgono in cerca di bussola a Tria, professore che non ha mai nascosto la lunga collaborazione con il centrodestra (vedi Renato Brunetta quando era ministro della PA) e che soltanto alla fine del confuso maggio 2018 è entrato nella rosa dei possibili ministri al posto dell’euroscettico Paolo Savona (secondo le cronache anche suggerito da Paolo Savona per il ruolo a lui sfuggito, essendo il ministro degli Affari europei un suo antico estimatore: nel 2007 proprio Savona ha dato un premio a Tria e al collega Felli, quando erano collaboratori in tandem).

 

Il liceo Virgilio, la “fratellanza” con Ernesto Felli, il maoismo, il socialismo e l’attrito verbale con Di Maio (vedi accordi commerciali)

E mentre gli euroscettici e gli euroconvinti si dividono attorno all’evocazione del “cigno nero” fatta da Savona a proposito della tenuta dell’euro – dove per cigno nero si intende l’evento che ritieni impossibile ma che se si verifica cambia di netto la percezione del reale – spunta dai corridoi ministeriali un’altra battuta: “Guardate che qui il cigno nero è Tria: l’uomo che non ti aspetti e che scioccherà chi pensa sia malleabile”. Ma il ministro, “mezzo-marziano suo malgrado”, dice chi lo conosce, del cigno nero non ha l’aria: occhiale dalla montatura poco estrosa, retorica non ridondante, labbra sottili formalmente sorridenti anche quando, come è accaduto qualche giorno fa, ha pronunciato un “no” netto alla passione per i proclami del vicepremier Di Maio: “Nessun bastone tra le ruote ma non si può fare un annuncio al giorno”, ha detto pochi giorni prima di intervenire al convegno dell’Abi in cui ha ribadito le sue linee guida su tasse, conti pubblici e Europa, nel quadro di un disegno “riformatore” che andrà avanti, ma tenendo presente l’impegno “alla riduzione del debito pubblico” in un “contesto complesso”.

 

E il dettaglio spiega molto: per un Di Maio che al mattino spara su pensioni d’oro, tasse sul lavoro, rider e altre precarietà, c’è un ministro dell’Economia che ribadisce l’urgenza di creare commissioni tecniche ad hoc per riflessioni approfondite in merito agli interventi su welfare, fisco e investimenti. “Meno male che Tria c’è”, dice Brunetta, memore degli studi di Tria e Felli per la Fondazione Free e degli articoli scritti per il Sole 24 Ore a quattro mani con il ministro (celeberrimo ormai quello del marzo 2017, in cui si esprimevano critiche a un’Europa condizionata dalla Germania: “Il surplus crescente dell’economia tedesca dimostra che l’espansione monetaria, senza una politica che aiuti la convergenza economica tra i vari Paesi, non fa che alimentare uno squilibrio che ci pone in conflitto anche con il resto del mondo…”). Ma celeberrima ormai è anche la sua linea: uscire dall’euro da soli no, cambiare le regole del confronto con gli altri paesi “è possibile e conviene”.

  

Poi ci sono i fatti, per esempio l’incontro all’Ecofin di ieri fra Tria e il commissario europeo agli Affari Economici Pierre Moscovici. A monte, durante la conferenza stampa di presentazione delle previsioni economiche della Commissione, Moscovici aveva detto: “Non conosciamo esattamente le politiche pubbliche che saranno varate dal governo italiano”, “ci sono problemi strutturali che non sono di ieri. Sta al governo italiano definire le sue scelte e le sue opzioni”. E Tria, arrivato a Bruxelles con un giorno d’anticipo per incontrare il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis, ha scelto una frase inizialmente leggibile in modo diverso all’interno e all’estero: “Non parliamo del 2018 perché nel 2018 nulla cambia” (nulla cambia perché non si farà correzione strutturale del deficit e dunque “manovrina” da cinque miliardi? O perché non ci si sognerà neanche di mettere mano ai sogni del vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Luigi Di Maio su reddito di cittadinanza e tasse?). Sia come sia, Tria ha usato parole di diplomazia attendista: “Il problema non è che non si riesce a farlo: si può fare tutto. Il problema è che, in un momento di rallentamento dell’economia, non si possono fare aggiustamenti troppo forti che rischiano di essere prociclici e di accentuare il rallentamento dell’economia”.

 

Ma venerdì le parole diventavano più nette: “Per il 2018 non cambiamo i nostri obiettivi, si vedrà a consuntivo. Non ci sarà una manovra correttiva, riteniamo che sia sufficiente per raggiungere gli obiettivi”. E a chi gli chiedeva che cosa pensasse del “cigno nero” di cui parla il collega Paolo Savona rispondeva: “Io non considero i cigni neri sennò non dovrei mai uscire di casa perché potrebbe cadermi una tegola in testa e potrei morire. Ma sono avventuroso e quindi esco di casa”. D’altronde Tria è convinto che le sfide condizionate “dalla particolare situazione economica dovranno essere affrontate nel segno della continuità con le politiche adottate in passato” (con tanti saluti al mantra della rupture grillo-leghista). “I mie rapporti con la Commissione europea sono ottimi”, ha aggiunto, non senza piccola puntura: “Naturalmente io non esaurisco i rapporti del governo con la Commissione, ma rappresento una fetta non trascurabile della discussione con la Commissione”.

 

Quando divideva con Brunetta, a Tor Vergata, “un bunker sotterraneo” e un’Aula Magna con “affaccio sul vuoto”

Ma se Tria il motociclista si definisce “avventuroso”, chi l’ha conosciuto pensa che in altro risieda la sua possibile forza di resistenza tra due litiganti (governativi) e tra cancellerie estere, visto il collocarsi del ministro a metà lungo la strada che separa gli euroscettici duri e puri dai fautori del “prima l’Europa sempre e comunque”. “Capacità di ascolto, il saper smussare”, dice Novelli. “Serietà”, dice Stefania Craxi (Tria è membro del comitato scientifico della Fondazione Craxi, ha lavorato a stretto contatto con Gianni De Michelis e Maurizio Sacconi e, dice la Craxi, “è un socialista che non ha mai nascosto le radici ideologiche di provenienza”). “La forza di Giovanni è il retroterra accademico”, dice Polillo: “E’ uno strutturalista, un moderno keynesiano con il pallino della ricostituzione in Italia dei centri di eccellenza tecnica e la capacità di far sempre prevalere nella discussione l’elemento oggettivo sulla soggettività. E comunque non sbraita”. “Equilibrato, tranquillo”, dice Brunetta, citando la sua boutade preferita, quella che “circola tra i broker di Londra”: “Quando parla Tria si compra, quando parlano altri improbabili economisti del giro gialloverde si vende”.

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