C'è una nuova questione settentrionale

Claudio Cerasa

Dallo spread al lavoro. Gli interessi del tessuto produttivo italiano sono stati messi a rischio da chi quel tessuto doveva rappresentarlo: Salvini. Perché è al nord oggi che si decide il futuro del governo, dell’Italia, del centrodestra e forse anche del Pd

Per il momento è solo una piccola scintilla di fuoco accesa improvvisamente su un lungo cordoncino infiammabile. Ma per quanto la fiamma sia ancora lontana dal raggiungere l’esplosivo il tema c’è, e il problema pure. Se ci pensiamo bene, è proprio intorno a questo cordoncino, attorno a questa miccia, che si giocano le principali partite che riguardano il futuro dell’Italia. Si gioca qui il futuro del governo. Si gioca qui il futuro della Lega. Si gioca qui il futuro del centrodestra. Si gioca qui il futuro del centrosinistra. Si gioca qui il futuro della nostra economia.

  

Il Movimento 5 stelle e la Lega avevano forse sottostimato l’impatto che avrebbe avuto il primo decreto firmato dal governo Conte. Ma a pochi giorni dalla presentazione del decreto senza dignità immaginato per ridare più dignità al lavoro la situazione è quella che è. I commercianti sono furiosi. Gli artigiani sono furiosi. Gli agricoltori sono furiosi. Le piccole imprese sono furiose. Gli imprenditori del nord sono furiosi. Le imprese del Veneto sono furiose. Le imprese della Lombardia sono furiose. Il capo degli industriali di Varese (terra leghista) ha scomunicato il governo gialloverde. Il capo degli industriali di Verona (terra leghista) ha scomunicato il governo gialloverde. Il capo degli industriali di Treviso (terra leghista) ha scomunicato il governo gialloverde. Il capo degli industriali della Lombardia (terra leghista) ha scomunicato il governo gialloverde. Il segretario della Lega del Veneto (cuore della patria leghista) ha scomunicato il governo gialloverde. E le ragioni sono quelle che già conoscete.

 

Un governo che, senza avere ancora fatto nulla, ha fatto aumentare in pianta stabile lo spread italiano di cento punti base (sono cinque miliardi di euro all’anno di interessi sui titoli di stato ma sono anche molti punti di credibilità persi dal nostro paese di fronte a tutti coloro che ogni giorno devono decidere se investire o no in Italia) ora grazie al suo primo provvedimento sul lavoro rischia di “azzerare una tendenza virtuosa” con “un approccio punitivo” che trasforma “gli imprenditori dei potenziali approfittatori in malafede”. Le parole tra virgolette non sono la citazione di un editoriale del Foglio ma sono le parole esatte usate da un altro pezzo da novanta degli industriali italiani che guida l’associazione di categoria dei confindustriali di Padova e di Treviso (terra leghista) e che ha ricordato al governo leghista che il provvedimento sul lavoro mette a rischio il tessuto produttivo del Veneto, “una regione che ha visto nel primo trimestre 2018 un saldo positivo di 53.200 posti di lavoro e la crescita delle assunzioni a tempo indeterminato (29.500, +26 per cento), specie per via delle trasformazioni da tempo determinato” e che ora è a rischio a causa di “una visione pregiudiziale che non coglie la complessità delle dinamiche più avanzate del lavoro e che rischia di sortire l’effetto opposto a quello desiderato diminuendo l’occupazione” (e secondo Confesercenti sono 633 mila i contratti a tempo determinato in scadenza a fine anno che rischiano di non essere rinnovati grazie alle nuove norme del decreto dignità).

 

Il punto dunque è facile da intuire ed è facile da sintetizzare: fino a quando la Lega di Matteo Salvini potrà permettersi di essere il motore di un governo che in poco meno di due mesi è diventato una minaccia reale per il tessuto produttivo del paese di cui la Lega è espressione? Fino a quando Salvini si occupa di immigrazione, fino a quando cioè il leader della Lega si occupa di trasformare una non emergenza in un’emergenza nazionale provando a governare più i problemi percepiti che quelli reali, per la Lega contraccolpi non ci saranno: non sarà l’approccio ducesco alla gestione dell’immigrazione a mettere in pericolo né il governo né l’opa sul centrodestra (almeno fino a quando in Europa gli alleati di Salvini, con l’aiuto di Salvini, non chiuderanno le frontiere con l’Italia, trasformando l’Italia nell’imbuto dell’Europa, e lì tanti auguri a dux). Ma nel momento in cui colui che rappresenta gli interessi della parte più produttiva del paese mette a rischio gli interessi della parte più produttiva del paese le cose si complicano. Ed è per questo che nella nuova questione settentrionale si giocano le cinque partite che abbiamo descritto. Si gioca qui il futuro del governo, perché senza intervenire sulle norme del decreto dignità che obbligano le imprese a giustificare i rinnovi dei contratti a tempo determinato (devono essere dimostrate “esigenze temporanee e oggettive” e “incrementi non programmabili dell’attività”), che obbligano le imprese a ridurre il numero di proroghe possibili per i contratti a tempo determinato (da 5 a 4) e che disincentivano le assunzioni a tempo indeterminato delle imprese inasprendo la parte relativa agli indennizzi per i licenziamenti (più 50 per cento), Salvini dovrà decidere se sostenere un governo nemico del ceto produttivo sacrificando la sua più importante base elettorale o se sacrificare il rapporto con Di Maio per non perdere contatto con la sua più importante base elettorale. Si gioca qui il futuro del governo, e della Lega, ma si gioca qui anche il futuro del centrodestra, e se vogliamo anche del centrosinistra.

    

Il primo problema è chiaro: un partito percepito come nemico delle imprese, che potrebbe realizzare il suo sogno di riportare l’Italia sul binario della decrescita felice, in che modo può essere in futuro il perno di un centrodestra egemone intenzionato a rappresentare prima di tutto il ceto produttivo italiano se il capo di quel soggetto politico interpreta una linea più vicina a Susanna Camusso che alle imprese italiane? Il secondo problema è meno chiaro ma è altrettanto importante: un centrosinistra intenzionato a trovare una sua nuova dignità può permettersi di costruire un’alternativa al governo populista puntando più sulla trasformazione di Roberto Fico nel Gianfranco Fini del grillismo che sulla trasformazione della questione settentrionale nella sua vera priorità assoluta? Più spread significa meno credibilità. Meno flessibilità significa più disoccupazione. Più sfiducia nelle imprese significa meno fiducia nell’Italia. Sulla nuova questione settentrionale si gioca il futuro del nostro paese, la nuova identità del centrosinistra, il prossimo collante del centrodestra. E se il governo non troverà un modo per liberarsi dalla sottomissione sindacale di questo governo, Salvini presto potrebbe essere costretto a rispondere a una domanda importante: si può sacrificare il futuro dell’Italia solo per non sacrificare l’alleanza con Di Maio? Chissà fino a quando la risposta, per Salvini, potrà continuare a essere sì.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.