Umberto Bossi (foto LaPresse)

La Lega che non c'è più

Michele Brambilla

La Padania e il federalismo, la bottega e il “ghe pensi mi”, le sparate di Bossi. Sono rimasti solo i negher

Erano i primi anni Ottanta e nelle case di quelli che avevano un cognome doc, diciamo Brambilla per fare un esempio, arrivava un giornaletto sulla cui prima pagina c’era sempre il disegno di un uomo imbavagliato, e la scritta “Lumbard tass!”, lombardo taci. “Non dobbiamo più permettere”, diceva quel giornale, “che ci mettano a tacere, che nelle nostre scuole ci siano insegnanti che insegnano ai nostri figli a parlare in meridionale”. Chi erano questi matti? ci chiedevamo noi che ricevevamo il giornale nordista, anzi a quei tempi solo lombardista, noi Brambilla tanto per fare un esempio. Non sapevamo ancora che in un piccolo paese del Varesotto che si chiama Verghera, frazione di Samarate, qualcuno aveva deciso di dare una forma-partito, sia pure in embrione, a ciò che nei bar del Nord s’era un po’ sempre detto: siamo noi a lavorare, a lavurà, i terroni sono la nostra palla al piede.

 

L’Umberto, folgorato da Alberto da Giussano, aveva concepito la pazza idea: dar voce politica al sentimento dei bar del Nord

L’accordo con i grillini, roba lontana dai bar del Varesotto, dalle saracinesche del Nord, è il de profundis per la Lega di una volta

Verghera di Samarate era allora, e in gran parte è ancora, un paesino sconosciuto, anche se ha dato i natali a un’azienda famosa dalle Prealpi alle Montagne Rocciose, la MV Agusta, che faceva le moto con cui Giacomo Agostini vinceva i campionati del mondo. MV vuol dire appunto “Meccanica Verghera”, ma nessuno lo sa. E lì a Verghera, nella locale sezione del Partito comunista italiano, negli anni Settanta un giovane che si chiamava Umberto Bossi aveva preso la tessera. Voleva fare la rivoluzione della classe operaia, ma poi era rimasto folgorato da Alberto da Giussano e aveva concepito la pazza idea, dar voce politica al sentimento dei bar del Nord. Di quelli che “ne abbiam piene le balle di pagare le tasse per mantenere la Cassa del Mezzogiorno”, di quelli che “noi la mattina andiamo a bottega”.

 

Veramente l’Umberto non era uno di quelli che tirava su la saracinesca la mattina alle sette, e neanche alle nove. “Lavorare non ha mai lavorato”, mi disse la sorella Angela in un’intervista nel 1994: “Sa come lo chiamiamo noi qui in paese? El mantegnù, il mantenuto. Gli ho dato tutto io, dalle bistecche all’automobile, non è mai stato capace di fare niente, al mio matrimonio si era offerto di fare le foto e non ce n’è una che non sia sfocata. E adesso fa il fenomeno con la politica...”. Avevano litigato, fratello e sorella, il 29 aprile 1987, quando la Lega era ancora una cosa piccola, tre consiglieri tre: il Brivio Pierangelo (marito dell’Angela) a Gallarate, il Leoni Giuseppe a Varese e il Bianchi Giacomo all’assemblea provinciale varesina. Poi però l’Umberto era diventato senatore, il Senatùr, e avevi voglia di ricordare la giovinezza da fallito, il matrimonio naufragato con la Gigliola che era andata in bestia anche perché lui aveva fatto tre feste di laurea in medicina senza neanche aver dato gli esami. Neppure cinque anni dopo la frattura tra fratello e sorella, nel 1992, la Lega faceva il pieno di parlamentari alle politiche, sull’onda di Mani Pulite. Neanche un altro anno ancora, il 1993, e Marco Formentini diventava sindaco di Milano. Neanche un altro anno ancora, il 1994, e la Lega era al governo, salvo poi far diventar matto – nell’estate della canottiera – un altro figlio del Nord, milanese e brianzolo fino al midollo, Silvio Berlusconi.

 

Insomma el mantegnù qualche dote l’aveva dimostrata. Anche un progetto politico l’aveva dimostrato. Potesse piacere o no, ma il federalismo era un progetto politico. Il professor Miglio gli aveva fatto studiare Carlo Cattaneo, ma Bossi aveva capito che per ottenere una cosa bisognava chiederne una più grossa, in modo poi da mediare, come fanno i sindacati con i padroni, e “trovare una quadra”. E dunque a un certo punto aveva abbandonato il federalismo, almeno a parole, per la secessione. Così era nato il Parlamento del Nord. I parlamentari della Lega lasciavano per un giorno la settimana Montecitorio e Palazzo Madama e si trasferivano in una vecchia villa, la Riva Berni, a Bagnolo San Vito. Arrivavano la mattina, di buon ora da bravi lombardi, o veneti, o piemontesi o trentini, e scrivevano rapidamente, senza troppe chiacchiere, due o tre articoli della nuova Costituzione Padana. Poi arrivava Bossi, con il suo primo autista, un ex partigiano, su una vecchia Citroen XM. Non si presentava prima delle due o le tre del pomeriggio, perché la mattina gli è sempre piaciuto dormire. Si faceva dire che cosa avevano fatto i parlamentari del Nord, e volentieri disfaceva tutto. Come quella volta che la mattina, sui quotidiani, era uscita una sua intervista in cui diceva che avrebbe ritirato tutti i suoi deputati e senatori e si sarebbe insediato con loro a Venezia per dar vita alla Repubblica del Nord, e allora nella villa di Bagnolo tutti avevano già votato, prima che lui arrivasse, il “sì” alle dimissioni di massa. “Non c’ è problema, torno a casa mia, in dove c’è il giardino, in dove c’è l’orto, in dove sono libero”, aveva detto il senatore Boso detto Obelix. Ma poi era arrivato il capo, l’Umberto, e aveva dato il contrordine: la Padania la facciamo un’altra volta.

 

La Padania, in verità, non esisteva, non è mai esistita. Non è la Catalogna, non è i Paesi Baschi. Intanto, non c’è una lingua. Se parlano nel loro dialetto, non si capiscono fra loro un cittadino di Cuneo con uno di Mestre, ma neanche due lombardi. Uno di Sondrio con uno di Mantova, ad esempio. Ma neppure uno di Milano con uno di Bergamo, che pure ci sono solo quaranta chilometri. “A o a ae, e oe i ae ie!”, dice ad esempio un bergamasco: “Vado ad api e voglio le api vive”, e con tutte quelle vocali aspirate nei bar di Verghera si potrebbe pensare che è un arabo a parlare. E poi non c’è solo la lingua. C’è la diffidenza. C’è la rivalità. Magari i veneti alla fine si sentono tutti veneti, ma nella Lombardia di Bossi non si parlano fra loro neppure all’interno delle stesse province. Non si parlano fra loro, ad esempio, nella piccola (per abitanti) provincia di Sondrio, dove i valtellinesi dicono “bresaola” e i valchiavennaschi “brisaola”, e tutti e due dicono che non c’è paragone fra i due prodotti. Non si parlavano neppure quando erano nella stessa provincia (e tanto meno si parlano ora) i comaschi e lecchesi, che pur di non contaminarsi hanno fatto fallire la ferrovia che univa le due città. Ma anche negli stessi Comuni non sono tutti fratelli, in Padania: neppure gli abitanti di un piccolissimo paesino come Quarna, sul lago d’Orta, diviso in Quarna Sopra (285 abitanti) e Quarna Sotto, 428: per dire, c’è una sola chiesa ma la domenica il prete deve dire due messe separate, e non s’è mai visto che uno di giù sposasse una di su, e viceversa.

 

Non esiste la Padania perché in Italia non esistono neppure le province, figuriamoci le Regioni o le macro Regioni. La Padania, come tutta Italia, è terra di campanili: nella Lombardia di Bossi, neppure la sua provincia di Varese si sente un tutt’uno: ci sono i varesini, quelli del capoluogo, e i varesotti, quelli della provincia. Solo gli abitanti della provincia di Bergamo si sentono “bergamaschi” prima ancora che figli del proprio Comune. Ma sono appunto bergamaschi, non padani. “Bergamo nazione, il resto è meridione”, è scritto su uno striscione dei tifosi dell’Atalanta.

 

La Padania non esiste come lingua né come senso di appartenenza, eppure Bossi diceva che un collante c’è, “è l’idem sentire”, ripeteva, e voleva dire che gli abitanti del Nord una cosa in comune ce l’hanno tutti: la liturgia del lavoro, dell’individuo, dell’efficienza, del merito. La bottega, l’artigiano, la fabbrichetta, il “ghe pensi mi” invece del “ci deve pensare lo Stato”. Su questo Bossi aveva saputo costruire, diciamocelo, un popolo. Era il popolo di Pontida, il popolo delle feste della Lega dove trovavi una categoria per ogni condizione esistenziale: i lavoratori padani, i medici padani, i giovani padani, le mogli padane, i ciclisti padani, gli alpinisti padani, i cattolici padani, perfino i comunisti padani ai quali si sarebbe iscritto il giovane Salvini, l’Iscariota.

 

El mantegnù qualche dote l’aveva dimostrata. E anche un progetto politico. Il professor Miglio gli aveva fatto studiare Carlo Cattaneo

La Padania non esiste come lingua né come senso di appartenenza, eppure per Bossi un collante c’è, “è l’idem sentire”, la liturgia del lavoro

Parallelamente Bossi era riuscito – come un gesuita – a sdoppiarsi, a inventarsi un linguaggio per il popolo e uno per i dotti. E se il popolo era quello dei raduni e delle feste, i dotti erano il Palazzo della politica. L’ex finto medico, l’ex mantenuto, l’ex fotografo che non sapeva mettere a fuoco s’era costruito pure la fama, oltre a quella di capopopolo, di fine stratega. Sì è vero le sparava grosse a volte, come le pallottole di gomma contro i Bingo Bongo o i trecentomila bergamaschi pronti a scendere dalle valli con i fucili. Però man mano che il tempo passava aveva il riconoscimento degli editorialisti e dei retroscenisti. S’era a un certo punto creata la convinzione che l’uomo dei bar di Verghera aveva l’astuzia e la finezza di calcolo di un Andreotti o perfino di un Moro, e quando parlava ecco legioni di giornalisti che prendevano appunti e interpretavano: chissà che cosa avrà voluto dire. Proprio l’antipolitica del Nord sembrava diventata simile alla più infingarda delle arti del politichese romano, quella del dire una cosa per volerne comunicare un’altra. E allora si andava a seguire Bossi ovunque, dal Monviso a Venezia per il rito dell’ampolla, e d’estate a Ponte di Legno dove faceva diventare matti i giornalisti perché si materializzava all’una di notte, mangiava spaghetti in bianco e Coca Cola e poi bisognava giocare con lui a calcio balilla per capire che cosa avesse in mente. Si andava a letto alle sette-otto di mattina, senza capir bene se si aveva vissuto una pagina di storia o se ci si era fatti prendere per il culo.

 

Que reste-t-il di tutto questo? Que reste-t-il del Nord, del federalismo, della Padania, dell’idem sentire? La Lega di Salvini è altro da un pezzo, non si chiama più Nord da un pezzo, non si pensa più al federalismo perché oggi il problema è un altro, ed è vero che il voto del 4 marzo è stato soprattutto un voto contro i negher. Bossi le sparava grosse, oh sì, però forse sarà un’impressione, chissà, ma tutto sembrava più folcloristico, più innocente, meno incattivito del linguaggio salviniano di oggi. E l’accordo con i grillini – roba lontana anni luce da Bossi, dai bar del Varesotto, dalle saracinesche del Nord – è il de profundis per la Lega di una volta.

 

Si muore un po’ alla volta, e la Lega di Bossi ha cominciato a morire dov’era nata, per le strade del Varesotto appunto, fra Cittiglio Gemonio e dintorni, una notte del 2004, quando il capo si sentì male. Niente sarebbe più stato come prima. La tentazione della dinastia familiare, con l’incoronazione del figlio a erede, quindi il cerchio magico che non lasciava avvicinare più nessuno alla casa di Gemonio, le interviste negate e le dichiarazioni centellinate, così si è consumata la lenta agonia della Lega di Bossi. Resisteva qualche giapponese, il sindaco di Adro in provincia di Brescia con il suo Sole delle Alpi, i ministeri alla Villa Reale di Monza inaugurati e mai utilizzati, qualche ripetersi, sempre più stanco, di Pontida e di Venezia. Non ci sarà più bisogno, per la Lega di Salvini alleato di Di Maio, di ricordare la Lega Lombarda che sconfisse il Barbarossa, né l’Eridano cui Bossi dedicò un figlio. La Lega di governo di oggi seppellisce definitivamente quella di lotta degli inizi, e pure quella (essa pure) di governo dell’alleanza con Berlusconi, così diverso da Bossi ma così anche lui figlio del Nord.

 

Qualche anno fa – lavoravo alla Stampa – mi telefonò la fedele segretaria di Bossi, Nicoletta, per offrirmi un’intervista con il capo, ormai già defenestrato nei fatti. Avrei dovuto capire subito che era un segno della fine: Bossi non rilasciava interviste dal tempo della malattia, era inavvicinabile, come mai ora si offriva? Nicoletta, la fedele segretaria, mi diede appuntamento alla Camera. Raggiungemmo insieme Bossi, che mi aspettava seduto su un divano. Mi presentai. Mi disse subito: “Brambilla, Brambilla... E’ un cognome dei nostri”. Come quelli cui spediva il giornale più di trent’anni prima. Ma ormai non c’è più la Lega, non c’è più il Nord, non ci sono più nemmeno i nostri.

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