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Appello per una rivoluzione maggioritaria

L’impossibilità di creare una maggioranza ci ricorda qual è il vero incarico che spetterebbe alla politica: accendere subito la miccia di una stagione maggioritaria e darci i vincitori il giorno dopo il voto. Voto e governo: oltre le mosse di Mattarella

8 Maggio 2018 alle 06:14

Appello per una rivoluzione maggioritaria

Foto LaPresse

Rassegnatevi. Convincetevi. Persuadetevi. E in alcuni casi, se ci consentite, vergognatevi pure. Governo o non governo, fiducia o non fiducia, elezioni o non elezioni, il punto oggi è molto semplice e andrebbe urlato a squarciagola fino allo sfinimento. In tre parole: così-non-funziona. Che cos’è che non funziona è fin troppo facile capirlo e a sessanta giorni dalle elezioni possiamo dire che le inutili consultazioni osservate con noia dagli italiani – e probabilmente dallo stesso Sergio Mattarella – non hanno permesso di trovare la giusta combinazione per far nascere un governo, ma hanno permesso di mostrare all’Italia una verità mai così chiara come oggi.

 

Se, come ha detto ieri il capo dello stato, per la prima volta nella storia della Repubblica siamo di fronte a un voto popolare che non produce nessun effetto e non viene utilizzato per creare una maggioranza parlamentare, la colpa non è soltanto dei partiti irresponsabili e dei leader politici incapaci. La colpa, prima di tutto, è derivante dalla vera e principale emergenza del nostro paese: un sistema istituzionale che non funziona più e che non permettendoci di conoscere dal giorno dopo il voto il nome del vincitore ha contribuito a trasformare le elezioni in qualcosa di sempre meno interessante.

 

Se hanno avuto un merito, i sessanta giorni di consultazioni ci hanno aiutato a capire che senza una formidabile rivoluzione maggioritaria, senza una chiara e netta semplificazione del sistema istituzionale, senza una grande trasformazione del nostro sistema elettorale su un modello più simile a quello francese che a quello tedesco, saremo costretti ancora a lungo a passare giorni simili a quelli che abbiamo visto dal 4 marzo: la frammentazione del sistema politico, l’incomunicabilità tra i leader di partito, l’impotenza di chi dovrebbe far rispettare le regole, la caccia ai responsabili, lo scouting tra i gruppi parlamentari, i governi uscenti che governano senza avere la fiducia di nessuno, la sincera e giustificata sensazione di impotenza da parte degli elettori. Sono i sessanta giorni di consultazioni a dirci e a ricordarci che l’Italia avrebbe il dovere di sfruttare la prossima campagna elettorale, o se vogliamo anche i mesi che resteranno a questo Parlamento, per dare vita a una grande e formidabile stagione di rivoluzione maggioritaria. Ma è anche la storia recente del nostro paese a ricordarci che le più grandi innovazioni della politica italiana hanno coinciso con la stagione maggioritaria. L’amata Italia dei sindaci è nata nel 1993 con una legge elettorale a doppio turno. La fine della Prima Repubblica è stata certificata dai referendum maggioritari. La stagione del bipolarismo è nata con una legge elettorale – il Mattarellum – in buona parte maggioritaria. La nascita di due grandi partiti di governo come il Pdl e il Pd è avvenuta nel perimetro della vocazione maggioritaria. E mai come oggi è chiaro che una Terza Repubblica non incancrenita potrà nascere solo se chi andrà un domani al governo proverà a ricucire la ferita del 4 dicembre 2016. Non sappiamo ancora che governo nascerà (ma se un governo nascerà, se un governo avrà più voti di fiducia che di sfiducia, siamo sicuri che durerà così poco?). Sappiamo però che chiunque guiderà il prossimo governo e chiunque guiderà la prossima campagna elettorale in uno qualunque dei partiti in campo avrà un dovere morale non più prorogabile: accendere la miccia di una nuova e grande stagione maggioritaria. Senza preoccuparsi di creare le condizioni per far vincere qualche nemico, ma preoccupandosi solo di creare le condizioni per far vincere qualcuno.

 

Il populismo becero matura nei sistemi incapaci di decidere e mai come oggi le forze politiche dovrebbero rendersi conto che specie in un’epoca di pericolosa frammentazione le grandi coalizioni sono necessarie ma dovendo scegliere meglio metterle in mano agli elettori che ai parlamentari. E’ questo l’incarico di chi governerà un domani il paese. E chissà che i sessanta giorni di inutili consultazioni non ci aiutino a capire finalmente che le elezioni hanno un senso compiuto solo se dal giorno dopo le elezioni siamo in grado di sapere chi ha vinto le elezioni. Viva il maggioritario.

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Commenti all'articolo

  • gvpgvpgvp

    08 Maggio 2018 - 18:06

    Si sono autoproclamati "vincitori" ma non hanno cavato un ragno da un buco in due mesi di chiacchiere. E si sono dimostrati irresponsabili, disattenti agli interessi nazionali. Ora non serve il voto subito, come alcuni dei presunti vincitori proclamano, ma un governo che si occupi delle prossime scadenze (Europa, legge finanziaria, IVA, ...) e che ci porti al voto con una legge elettorale rinnovata, possibilmente affidando la fiducia a una sola camera. Altrimenti non credo che andrò nuovamente a votare., e molti faranno lo stesso.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    08 Maggio 2018 - 17:05

    Mi richiama alla mente quanto scrissi al Foglio, pubblicato il 14 febbraio 2011: “A Costituzione e istituzioni invariate, regolamenti parlamentari inclusi, qualsiasi sia la legge elettorale e qualsiasi sia la maggioranza di coalizione e il governo che può esprimere, qualunque ne sia il colore politico, non si potrà mai realizzare una condizione di “governabilità” intesa come possibilità del governo di attuare il programma/i su cui ha ottenuto la fiducia dalle Camere. Aggiungiamo i poteri d’interdizione, di pressione e di condizionamento che le varie oligarchie corporative istituzionali e mediatiche/editoriali private possono esercitare sui diversi soggetti della coalizione e, il cerchio si chiude.” Otto maggio 2018, siamo arrivati a non riuscire neppure a fare un governo. La malattia s’è aggravata.

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  • mario.patrizio

    08 Maggio 2018 - 15:03

    Non resisto e mi offro alla banalità: la governabilità non ha lo stesso peso della rappresentatività, causa il sistema costituzionale e ogni tentativo di ostacolare surrettiziamente il principio ha prodotto le macerie dell'ultimo quarto di secolo. Va da sé che il sistema premi ogni individualità e non favorisce raggruppamenti più corposi entro i quali far sentire la propria voce, pur se minoritaria. Non lo dice solo la Costituzione, lo hanno fatto anche i regolamenti di Camera e Senato. Già Platone individuava nell'individualismo la degenerazione della democrazia e non senza ragione gli effetti prodotti da ogni voce senza relazione con i voti raggiungono l'apoteosi dell'opposto: “Nulla rischia di uccidere la democrazia più che l'eccesso di democrazia” (Bobbio). Non c'è legge elettorale che possa modificare l'impianto della legge costituzionale, scientemente voluta dai padri costituenti.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    08 Maggio 2018 - 14:02

    Al direttore – Ok, le finesse escatologiche dei nostri maitre à penser, politici, mediatici, intellettuali, ubiquitari e trasversali, non sono pane per i denti del comune cittadino, che parte da un dato numerico: alle politiche il Cdx ha ottenuto il 37,2% come coalizione. Dopo, a distanza di 40 giorni, la medesima ha vinto, senza se e senza ma, in due regioni, ok? Un naturale, logico buon senso suggerirebbe di impegnarsi insieme: mancano tre punti per vincere il campionato. Già, ma nella squadra la fascia di capitano ha cambiato braccio. E allora? Il nuovo capitano s’ era messo in testa di cercare fortuna altrove? Poi ci ha ripensato, ma tutti quei soggetti editoriali e mediatici, Zagreb incluso, che se il Cdx facesse tre punti, andrebbero in irreversibile crisi d’astinenza, soffiano sul fuoco. Perché il Cdx non vota compatto il governo neutro? Mossa politica perfetta. Ma questa è roba da cittadino comune, mica da escatologici.

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