Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

L'apertura del Cav. al governo tecnico è l'alibi ideale per Salvini

Valerio Valentini

Famiglia e azienda premono sul leader di FI. Di Stefano (M5s): “Mattarella, raffinato, favorisce la via di fuga al centrodestra”

Roma. Quando l’ipotesi che sembrava troppo ardita diventa all’improvviso quella apparentemente più percorribile, è da poco passata l’ora di pranzo. Succede, in particolare, subito dopo la replica di Mariastella Gelmini a Giancarlo Giorgetti. “Berlusconi faccia un gesto di responsabilità e permetta la nascita di un governo politico tra M5s e Lega”, ha invocato lo stratega di Matteo Salvini. “Richiesta irricevibile”, ribatte di lì a breve – e “con una fretta un po’ eccessiva”, fanno notare i suoi compagni di partito più “aperturisti” – la capogruppo di Forza Italia alla Camera. Ed è a quel punto che la suggestione fino ad allora soltanto vagheggiata, liquidata per tutta la mattina con scettici sogghigni, prende consistenza nei conciliaboli e nelle chat dei parlamentari di M5s e Lega. Uniti, almeno su questo, nel prefigurare quello che accadrà. Perché a quel punto, come in un bizzarro capovolgimento degli eventi e delle probabilità, la prospettiva dell’appoggio esterno azzurro a un governo giallo-verde pare farsi più astrusa, ed ecco che prende quota l’altra soluzione: quella, cioè, dell’inciampo tecnico. “Ora è chiaro – riflettono i leghisti – che se Berlusconi ufficializza il suo appoggio al governo tecnico, per noi diventa facile rompere. 

 

E insomma la rottura a lungo attesa e favorita, così estenuantemente inseguita che “ormai”, sbuffa Riccardo Fraccaro, “siamo fuori tempo massimo”, si fa prossima come forse non lo è mai stata, in questa sfibrante serie di allucinazioni post-elettorali. Il ragionamento che si diffonde e che parecchi grillini, pur dissimulando, confermano, è grosso modo questo: la scelta di Berlusconi sull’appoggio al governo tecnico, che Sergio Mattarella è in procinto di presentare, può costituire l’incidente perfetto. Perché se Forza Italia annuncia il suo sostegno all’esecutivo del capo dello stato, a quel punto Salvini trova un alibi formidabile per giustificare la rottura della coalizione, e Berlusconi avrebbe buon gioco a scongiurare una nuova campagna elettorale dagli esiti per nulla incoraggianti. E così, prima ancora che il premier “neutrale” si presenti alle Camere a chiedere la fiducia, per il leader del Carroccio si riaprirebbe naturalmente la via che porta all’accordo con Luigi Di Maio. Del resto, se l’idea di tornare alle urne a luglio a molti parlamentari di Forza Italia appare come una mossa scriteriata (tanto che a metà mattinata, con una goliardia solo apparentemente innocua, tra i forzisti comincia a circolare anche l’hashtag #colcavolo – solo in forma appena meno elegante di quella qui riportata), anche i pentastellati, a sentirli parlare a taccuini chiusi, dicono che il loro “Sì” al voto con la canicola è in realtà un “Nì”, e che insomma se si potesse trovare un’altra soluzione sarebbe assai meglio. E la soluzione potrebbe essere stato proprio Mattarella a propiziarla. Dice, col sorriso sul volto, Manlio Di Stefano: “Il presidente della Repubblica è stato molto raffinato. Alla fine, l’ipotesi del governo tecnico potrebbe aiutare chi non ha ancora avuto la forza di prendersi certe responsabilità a farlo”. Il riferimento, ovviamente, è a Salvini. Che però, ai suoi, continua a predicare pazienza, pur sapendo che lo sblocco è imminente. Perché, dopo tutto, resta ancora in ballo anche l’altra possibile via d’uscita dalla crisi.

 

Berlusconi, è vero, per ora resta fermo sulla sua contrarietà a qualsiasi forma di sostegno al M5s; ma sta ricevendo pressioni e suggerimenti – specie dai suoi parenti e dai vertici delle aziende di famiglia – per riconsiderare l’ipotesi di un appoggio esterno, magari attraverso l’astensione. Certo, riflettono in Forza Italia, a quel punto gli andrebbe riconosciuto un ruolo da padre nobile, “da salvatore della patria”: una legittimazione, insomma, che esalti la sua scelta di defilarsi. Se però Berlusconi dovesse resistere, allora resterebbe l’altra strada: formalizzare la volontà di sostenere il governo del presidente, agevolare la rottura di Salvini e camuffare il proprio passo di lato come un atto di responsabilità istituzionale, puntando di nuovo a ricompattare il partito che non vuole nuove elezioni e “riconquistare l’elettorato moderato che non apprezzerebbe – si ragiona in Transatlantico – un abbraccio ancor più stretto con l’estremismo leghista”. Il tutto, ovviamente, prima che Mattarella convochi il suo premier neutrale: perché evitare al capo dello stato la non esaltante figura di creare un governo senza maggioranza, è in fondo un interesse trasversale.