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Quel processo alla Repubblica, alla democrazia e ai partiti che scontiamo ancora

No, Galli della Loggia. Dopo l’8 settembre una nazione rinacque, dopo la fucilazione di Moro iniziò lo sfaldamento fatale della Repubblica

18 Maggio 2018 alle 20:54

Quel processo alla Repubblica, alla democrazia e ai partiti che scontiamo ancora

Archivio Cioni-Spinelli/LaPresse

Ernesto Galli della Loggia si è deciso a gareggiare con me negli esercizi di pessimismo apocalittico. Scriveva ieri nel Corriere che sono tornato intelligente dopo il vano ottimismo del mio periodo renziano o berlusconiano (immagino di questo si tratti). Escludo il ritorno all’intelligenza, troppo vecchio, alla mia età si regredisce. Escludo anche il mio ottimismo pregresso, perché quando lui lottava contro la plastica berlusconiana, con un tantino di radical chic e di politicamente corretto, mi sembrava giusto usare questa plastica a scopi di argine della grande inciviltà giuridica cresciuta dopo la Milano antipartito in toga degli anni Novanta, con amara consapevolezza e senza l’ombra dell’ottimismo; e l’incantamento per Renzi derivava dallo stesso filone, e magari dalla delusione per il mio amico e storico contemporaneista di vaglia che dichiarò di aver votato Grillo nel 2013, e ora forse non è per questo motivo autorizzato al pessimismo mortale che lo avvince. Berlusconi e Renzi sono i due che hanno provato a riformare e rifondare la Repubblica con riforme costituzionali importanti, e chi ha voluto eccepire ha eccepito, legittimo, ma non mi ritengo responsabile, dati i miei “sì”, di una Patria oggi immersa nello sprofondo palletico dei ragazzotti che aspettano lunedì per incassare il biglietto della lotteria del reddito gratuito e della caccia al negher.

  

Detto questo, voglio aggiungere qualcosa da un lato sull’assassinio di Moro, che mi parve giusto segnalare qui come una profezia “misteriosa e tremenda” sul collasso della Repubblica, e dall’altro sulla morte della Patria l’8 settembre del 1943, su cui Ernesto ha scritto saggi importanti e brillanti qualche anno fa. Ernesto sostiene che non l’assassinio di Moro in un carcere del popolo ma l’armistizio e lo squagliamento dello stato unitario dopo il fascismo è all’origine dei mali attuali di un paese da rifondare. A me pare sbagliato: dopo l’8 settembre una nazione rinacque, dopo il 9 maggio del 1978, data della fucilazione di Moro, si iniziò lo sfaldamento fatale di una Repubblica, ancora in corso con la presa di potere di magistrati e demagoghi e le minacce alla democrazia rappresentativa (Pasolini, che Ernesto cita, fu ucciso tre anni prima di Moro, e la sua morte ha una vena profetica ma solo in senso letterario). Penso insomma che dal 1943, data dell’armistizio, agli anni seguenti, la Patria sopravvisse alla sua morte, e che tutte le cosacce che scrive Galli della Loggia sono vere, ma le classi dirigenti dell’Italia libera e poi costituzionale riuscirono, nonostante le ambiguità di Yalta, a fronteggiarle e dominarle. Ci fu il 18 aprile con la vittoria di De Gasperi e il suo apparentamento alle forze laiche e socialdemocratiche, ci fu il compromesso costituzionale, ci fu la rinuncia sostanziale di Togliatti alla doppiezza con la via italiana al socialismo (nei limiti del possibile in epoca di Guerra fredda e stalinismo), ci fu il boom, venne il centrosinistra, vennero i Radicali con le loro mattane riformatrici e la fissa dello stato di diritto antipartitocratico, ci fu una crescita civile e culturale all’ombra di un regime senza alternanza, con aspetti italodemenziali che sono ricorrenti. Ma quel regime restava una polis, una democrazia con venature illiberali di origini comunista e cattolica, e una grande impotenza politica delle terze forze, ma una democrazia in cui la rappresentanza, con i suoi partiti, funzionava e faceva funzionare le istituzioni nonostante l’eterno mugugno e l’invecchiamento non solo demografico del paese. Piano Solo e P2 e perfino la immane tragedia di Piazza Fontana e affini sono loffe se paragonate all’Oas francese, un’insurrezione terroristica dopo un colpo di stato oltremare ordito da generali. 

  

In Francia si scatenò un finimondo che lèvati, con i carri armati per strada, ma la riforma costituzionale gaullista permise di superare il cattivo equilibrismo dei partiti e i partiti della paura e della gogna, e ha servito presidenze conservatrici, centriste, socialiste e ora, perfino in presenza di una crisi radicale delle forze storiche, una République “e di destra e di sinistra” con il suo partito della nazione, secondo i dettami del più interessante esperimento di sviluppo storico del potere in atto in Europa (incrociamo le dita, con i tempi che corrono).

  

La mia idea è che l’8 settembre, nella sua tenebrosa aura di resa di un’intera nazione e della sua storia patria, generò una guerra civile che fu vinta dai meno peggio se non dai migliori (come in tutte le guerre civili verità e retoriche fanno a pugni). Ma non fu la morte della Patria, fu la sua rinascita. Una rinascita che si prolungò in una Repubblica costituzionale piena di ingiustizie e di menzogne, di esclusioni e di rancori, che tuttavia realizzò le procedure della libertà e della civiltà politica in un paese che per un ventennio non le aveva conosciute, e nella storia unitaria precedente le aveva conosciute in un contesto di privilegio, di trasformismo e di fallimenti della monarchia dei Savoia e del liberalismo. Quel ciclo aperto dall’opportunismo badogliano e dalla svolta di Salerno fu una terribile occorrenza storica, in sintonia e coordinamento con quanto accadeva nel resto d’Europa e nel mondo, ma non una tragedia profetica “misteriosa e tremenda”. Invece l’assassinio di Moro, e quel “sangue ricaduto su di noi” con l’inceppamento della politica dei tempi aurei, che il solo Craxi si provò a fermare negli anni Ottanta, prima della catastrofe, è davvero profezia e tragedia. Non c’è alcun mistero su chi lo rapì e perché, eppure il fatto continua a grandeggiare nella memoria come un mistero. Il meccanismo che portò alla morte e riconsegna plateale del cadavere dell’uomo di stato era fatto, come tutte le tragedie, di pura necessità intrinseca, nasceva da quella storia e dai suoi attori, prima di tutto i brigatisti e l’Italia che plaudiva al partito armato, e poi noi che restavamo fermi e quelli che volevano trattare: ma il meccanismo superava quella storia. Moro fu sepolto dalla famiglia in privato, il Papa e la Repubblica italiana non ebbero neanche la possibilità di elevargli un tumulo simbolico, lasciarono per così dire il suo corpo politico e il suo ricordo civile alla mercé dei rapaci e dalle offese della natura, maledizione di prammatica nelle divinazioni omeriche per tutti i martiri e gli eroi della guerra che restavano insepolti. Piazzale Loreto fu una vile cagnara, una vendetta splatter indegna della Resistenza. Ma l’uccisione inevitabile e tremenda del presidente della Dc fu l’esito di un processo alla Repubblica, alla democrazia formale cosiddetta, e ai partiti, le cui conseguenze scontiamo fino a oggi. E se dopo l’8 settembre vennero il 25 aprile e il 18 aprile, dopo la morte di Moro sono venuti spasmi, anche eroici e più spesso banali e inconcludenti, delle classi dirigenti condannate, e infine una caduta non ancora redenta, malgrado tutto, in questo finale di partita intessuto da un arcaismo del XXI secolo, con la farsa del contratto e la scomparsa delle istituzioni e della loro autorità.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    19 Maggio 2018 - 16:04

    Benvenuti, Giuliano e Ernesto. Fate riflettere. Candidamente: “Viviamo nel migliore dei mondi possibili. Voltaire, more suo, prendeva in giro Leibniz. Proviamo a introdurre un inciso temporale, lasciando da parte le cosiddette verità eterne, che in quanto tali, “signum mortis, sunt?”: “Viviamo, di volta in volta, nel migliore dei mondi possibili” In effetti, per gli scampati dal maremoto di Lisbona, non coincideva forse col mondo in cui erano ancora vivi? Anche se entriamo nel mondo dei desideri, dei sogni, delle idee, delle utopie e dei rancori, l’assunto, di volta in volta, vale. La forza propulsiva di ogni accaduto è nel suo essere perennemente “in fieri”. Nel suo essere “relativistica”. Nella sua impossibilità di trasformai in “fine, fine a se stesso”. Giosuè Carducci: “Sempre corsi, mai raggiunsi il fine”, ha condensato in sei parole, il ruolo proprio, obbligato, splendido e tremendo, dell’uomo sulla terra.

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  • DBartalesi

    19 Maggio 2018 - 12:12

    Forse ha ragione, forse no. Il punto è che il ballo del nuovo governo lo guida il lepenista Salvini, usando al meglio, per le sue mire egemoniche, un movimento eversivo e anti parlamentare "five stars", facile da manovrare. Questo signore che grida contro l'Europa, non parla di Patria ma di confini da difendere, non cita il Pound "Contro usura", ma accetta i voti di Casa Pound, ha un 25 per cento di consensi ed è in posizione egemone nel centro destra. Non riusciamo a capire cosa c'entri l'uccisione di Moro, se non come atto più "alto" di una rivoluzione comunista e guerra civile rispuntata negll anni '70. L'Italia agli italiani è di nuovo tra noi.

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  • miozzif

    19 Maggio 2018 - 10:10

    Un po' di sano pessimismo giansenista nel gesuitismo montante è sano, il tono apocalittico suona però sempre eccessivo (sono duemila anni che si aspetta lo squillo delle trombe angeliche, perché dovrebbe capitare proprio a noi?). Ma l'apocalisse italiana descritta dall'editorialista del Corriere è leggermente grottesca. Nessuno - dice - ha vissuto un terrorismo come noi o ha visto le morti oscure di eminenti politici e i sospetti gravi su altri personaggi della Repubblica. Prendiamo allora la vicina Francia. La stagione dell'Oas altro che brigate rosse. Fu quasi guerra civile. Con tanto di golpe militare dei generali traditori in una Parigi spettrale. E il 'suicidio' del primo ministro di Mitterrand Bérégonvoy? E l'arresto di Sarkozy? E i mille misteri velenosi di potenti politici? O vogliamo parlare del dopoguerra nel Regno unito, con il terrorismo irlandese, con le guerricciole coloniali e postcoloniali? O della Germania divisa per mezzo secolo da un muro e occupata dai vincitori...

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    • mauro

      19 Maggio 2018 - 11:11

      Come si suol dire, a mal comune mezzo gaudio. Il punto è, egregio, che la fibra dei popoli degli esempi che Lei cita ha ben altra consistenza della nostra, risulta da ben altra tessitura. La nostra non aveva ancora fatto in tempo a consolidarsi, in pochi decenni, che ci ritrovammo il post otto settembre da gestire. E siamo ancora lì a parlarne, non solo tra storici, e decidiamo del nostro futuro in base a categorie che affondano le loro origini nel XVIIImo secolo e che non abbiamo nemmeno ben capito, pretendendo al tempo stesso di avere già un piede nel futuro. Del quale abbiamo, se mi consente la volgarità, una paura fottuta.

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      • miozzif

        20 Maggio 2018 - 20:08

        Come non avere un qualche timore del futuro quando si è un paese di vecchi come il nostro? Quanto al mio commentino, anche sciatto a rileggerlo ma scritto sul cellulare in un bus affollato, non voleva concludere col gaudio del male comune. Trovava semplicemente esagerato il piangersi addosso per quanto è successo nel dopoguerra in Italia. Si potrebbe aggiungere: e la Grecia, altro che quattro brigatisti, una feroce guerra civile. E Spagna e Portogallo costretti in fascismi anacronistici fino ai '70? E la Ddr? E il '56 ungherese? Perché non ricordare che da noi si ebbe una ricchezza diffusa mai vista nella storia italica?

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  • mauro

    19 Maggio 2018 - 09:09

    Caro Ferrara, mi rendo conto ora che quel mio commento di pochi minuti fa suona presuntuosetto. Per questo vorrei aggiungervi, che io l'8 settembre l'ho vissuto.

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