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La neutralità relativa della “forse premier” Elisabetta Belloni

Ambasciatrice, in ottimi rapporti con Letta (Gianni), con Gentiloni e con il mondo accademico che piace ai Cinque stelle

9 Maggio 2018 alle 08:37

La neutralità relativa della “forse premier” Elisabetta Belloni

Elisabetta Belloni

Roma. Qualcuno che sia neutrale, qualcuno che sappia come muoversi in Europa, un civil servant, un alto profilo, una personalità non partitica. Una donna. E insomma l’identikit del premier possibile per l’eventuale governo-ponte (forse anche senza fiducia certa), per come è stato indirettamente disegnato dalle parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, fa sì che un nome più degli altri ricorra nei passaparola successivi all’ultimo giro di consultazioni: quello di Elisabetta Belloni, segretario generale del ministero degli Esteri nonché ambasciatrice con lunga carriera diplomatica alle spalle e docente di Cooperazione con varie missioni difficili o impossibili nel curriculum, dal caso Mastrogiacomo al caso Marò al caso Regeni. Ma che cosa si intende per “neutrale”? Che non parteggia per questo e per quello o, come fanno intuire alcuni osservatori interni ai Palazzi alludendo a Belloni, che è “in ottimi rapporti con tutti”? Si dà il caso, infatti, che Belloni sia in ottimi rapporti con Letta (Gianni), in ottimi rapporti con l’area accademico-politica da cui i Cinque stelle, due mesi fa, pescarono i ministri immaginati dell’esecutivo Di Maio dei loro sogni (la Link University di Vincenzo Scotti) e in ottimi rapporti con l’attuale premier Paolo Gentiloni, di cui Belloni è stata Capo di Gabinetto quando il premier era ministro degli Esteri. Ultimo ma non ultimo, Belloni è in ottimi rapporti con la Santa Sede e può vantare solidi studi gesuitici presso il liceo classico Massimiliano Massimo, quello frequentato da Mario Draghi, Gianni De Gennaro e Luca Cordero di Montezemolo. Al Massimo, Belloni entrò nel 1972, scrisse anni fa il Corriere della Sera, come prima studentessa donna ammessa in un istituto fino ad allora soltanto maschile.

 

“Belloni avrebbe già la maggioranza in tasca”, scherzavano ieri nei pressi della Farnesina, volutamente sorvolando sui niet preventivi di Lega e Cinque stelle alla sola idea di governo neutro. “Belloni è la donna delle emergenze”, dice un diplomatico, che la ricorda all’opera all’Unità di Crisi del ministero degli Esteri, da lei diretta dal 2004 al 2008. Solo che ora l’emergenza non può essere gestita – vista la prospettiva e le regole d’ingaggio dell’eventuale governo neutro in parlamento incarognito – con i modi felpati da mondo delle feluche, dove qualche anno fa Belloni, allora direttore generale della Cooperazione, era considerata, come racconta un osservatore, “pronta all’ascolto ma non sempre in linea con le idee dei cooperanti”. Veniva allora chiamata “Grace Kelly” per via del filo di perle, dell’eleganza algida e dell’altrettanto algida pettinatura bionda, oscillante tra il carré perfettamente geometrico e la lunghezza media mai tormentata da ciocche ribelli. Erano quelli i giorni in cui il settore cooperazione fu squassato dal problema “tagli al bilancio”. Non passò quindi inosservata (nel senso dei malumori di una parte delle ong) la linea rigorista di Belloni, così sintetizzata in un’intervista all’Espresso: “Meno fondi non significa cooperazione meno efficiente. Certamente la minore disponibilità di risorse consentirà di finanziare solo un ridotto numero di progetti. Il nuovo rigore finanziario ci offre tuttavia l’occasione di rafforzare l’efficacia di quelli in corso e di quelli ancora da realizzare”.

 

Fino a un mese fa la possibile premier (o ministro degli Esteri?) del governo neutro, stimata oltre che da Luigi Di Maio anche dal pasionario a cinque stelle Alessandro Di Battista, era considerata pure papabile per il ministero degli Esteri di un governo non neutro, cioè nato da una sognata e presto sfumata intesa M5s-Pd. E però, visto il cambio paludoso di scenario, è chiaro che persino la neutralità può essere relativa.

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