cerca

Le armi di Mattarella per il governo

Indagine onirica sulle consultazioni e le tre fasi dei negoziati tra centrodestra e M5s. Dopo la dissimulazione arriverà il compromesso, e i nuovi rottamatori sapranno rendere presentabile il Cav. trasformando il tribunismo in mediazione

31 Marzo 2018 alle 06:11

Le armi di Mattarella per il governo

Foto LaPresse

Con presidenti interventisti e leggi elettorali maggioritarie le consultazioni erano una formalità. Con un presidente prudente come Mattarella e le Camere, entrambe, senza maggioranze precostituite nelle urne, è un’altra storia. Può succedere di tutto, ma ecco quello che presumibilmente succederà. Il primo giro di consultazioni, subito dopo Pasqua, sarà quello del negoziato duro, delle posizioni di partenza in cui ciascuno mostra la bandiera. Il perdente, il Pd, dirà che sta all’opposizione rispetto ai gruppi più forti sui quali incombe la responsabilità di formare un governo, e nel caso è disponibile a discutere di soluzioni istituzionali per dare una mano al presidente. Salvini dirà che è personalmente disponibile a farsi da parte, per responsabilità, sebbene la coalizione di cui è risultato leader sia quella arrivata prima per i voti raccolti, e che la Lega e i suoi alleati sono pronti a un governo con i grillini, unica maggioranza possibile, salvo un buon programma e una buona costituzione del ministero (farà forse un nome, il suo o di uno dei suoi, pro forma). Berlusconi aggiungerà che non accetta discriminazioni e veti, rivendicherà alla coalizione la guida del governo, forse farà il nome di Salvini o di un leghista per cortesia politica, e non si dirà pregiudizialmente ostile a un governo del presidente o di tutti con maggioranza molto ampia e una guida decisa dal Quirinale. Di Maio chiederà per sé l’incarico, si mostrerà indisponibile a un esecutivo con Berlusconi o con Forza Italia, ma aperto all’alleanza con altri, in primis la Lega e come variabile secondaria, senza crederci più di tanto, ammiccherà al Pd come stampella di un monocolore grillino in nome del singolo partito arrivato uno.

 

A questo punto il presidente prenderà atto di disponibilità, indisponibilità, rivendicazioni varie sulla guida del governo, e ne concluderà che non c’è la possibilità di formare una maggioranza e un esecutivo sulla base delle opinioni dei consultati. Uscirà dal suo studio, tra i corazzieri come sempre, e fatta questa constatazione pregherà Gentiloni di continuare nella gestione dell’ordinario avviando un secondo giro di consultazioni, senza dare un incarico ad alcuno. Qui si passa dal negoziato duro al compromesso difficile, seconda fase. Il tempo passa. Si comincerà a respirare un clima di emergenza politica, qualche nervosismo verbale e qualche ansia internazionale, problemi di sicurezza e di gestione dell’economia eccetera. Forse a questo punto ci sarà il compromesso tra Salvini e Di Maio, e saranno loro ad accordarsi su guida, composizione del governo e maggioranza, proponendo la soluzione in senso convergente al capo dello stato. Ipotizzabili nel percorso consultazioni sulle consultazioni, specie tra i grillini cliccanti, intervento a garanzia e ostentazione di responsabilità di padri nobili (sì, Grillo in persona è un padre nobile, non l’unico, c’è anche Berlusconi), sondaggi nervosi che indicano i rischi per tutti di un compromesso mancato, il Pd sempre diviso tra la tigna e le manovre di chi ha la velleità di stravolgere lo schema del duopolio destra-grillini, molte chiacchiere televisive, molti boatos e rumors, molta finzione e controfinzione manovriera, i giovani rottamatori populisti cercheranno di sistemare le questioni ciascuno in casa propria, il tema Berlusconi per Salvini e il passaggio dal tribunismo e dallo spirito di corpo alla mediazione utile per i grillozzi.

 

Se lo stallo durasse anche per il secondo giro di consultazioni, senza incontri risolutivi notturni e patti di ferro tra i vincitori anomali delle elezioni, senza che i coalizzandi si accordino su una indicazione di nomina concordata, al terzo giro, in un clima effervescente, il saggio Mattarella propone un incarico spiegando che o è così o si rivota. Il meccanismo è semplice e il percorso obbligato, a dover scommettere la puntata vincente è sull’accordo prima dell’ultima fase, ma non si sa mai.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    31 Marzo 2018 - 16:04

    Al direttore – Narrazione onirica e seducente quella di Giuliano Ferrara. Affascinante, nella certezza che qualsiasi governo possa uscirne, lo stesso sarà sempre, come sempre accaduto anche col maggioritario e il premio di maggioranza, ostaggio dei capricci e dei personalismi spiccioli, prosaici, contingenti, dei componente della coalizione che lo ha espresso e, della pretesa dei cespugli di essere pari agli alberi. Definire questa impostazione, che sfocia nella frammentazione politica, nella conflittualità perenne e nell'ingovernabilità, “democrazia”, non è né corretto, né appropriato. Il neologismo giusto è “masochismocrazia”

    Report

    Rispondi

Servizi