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La geografia del Pd

Ma se Renzi va alla conta quanti sono i parlamentari che stanno con lui? I numeri del Senato

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allegranti@ilfoglio.it

8 Marzo 2018 alle 06:03

La geografia del Pd

Matteo Renzi (foto LaPresse)

Roma. La tensione sul Pd dopo la legnata di domenica scorsa è enorme. Il partito è al 18 per cento ma i suoi parlamentari fanno gola a tutti per comporre una maggioranza di governo. Magari Pd-Cinque stelle, ipotesi che il segretario dimissionario Matteo Renzi rifiuta nettamente e che potrebbe essere discussa in direzione – insieme ad altro – lunedì prossimo. Esclusi gli eletti all’estero, il M5s porta 112 senatori, la coalizione di centrosinistra 57 (tra cui però ci sono anche Pier Ferdinando Casini ed Emma Bonino): il totale sulla carta fa 169 e la maggioranza assoluta 161. I numeri apparentemente ci sono ma il Pd dovrebbe votare compattamente questo esecutivo, non semplicemente dare l’appoggio esterno. Comunque, il Pd dovrà decidere cosa fare con i suoi voti, anche se Renzi ha già dato la sua indicazione: l’opposizione. Se però le cose dovessero assumere toni ancora più drammatici e ci fosse bisogno di contarsi, bisogna anzitutto capire quali sono gli equilibri all’interno dei gruppi parlamentari dopo le elezioni. Quanti sono i renziani? E gli orlandiani? Il Foglio ha analizzato la distribuzione del Pd al Senato. Naturalmente, il gruppo più consistente è quello dei renziani. Non deve stupire, la pre-selezione delle candidature – che aveva fatto arrabbiare molti, anche nella minoranza – è stata fatta da Renzi e da Luca Lotti.

 

Renzi porta a Palazzo Madama almeno 34 senatori: Mauro Marino, Mino Taricco, Alan Ferrari, Petra Agnelli, Renate Prader, Simona Malpezzi, Alessandro Alfieri, Tommaso Nannicini, Eugenio Comincini, Andrea Ferrazzi, Tommaso Cerno, Daniele Manca, Teresa Bellanova, Salvatore Margiotta, Ernesto Magorno, Davide Faraone, Valeria Sudano, Giuseppe Cucca, Matteo Richetti, Andrea Marcucci, Caterina Bini, Francesco Bonifazi, Nadia Ginetti, Dario Parrini, Stefano Collina, Edoardo Patriarca, Vanna Iori, Leonardo Grimani, Luciano D’Alfonso, Valeria Fedeli, Dario Stefano, Vito Vattuone, Caterina Bini (questi ultimi due vicini ad Antonello Giacomelli), Mauro Laus (vicino a Piero Fassino). Poi c’è Franco Mirabelli, a metà fra Renzi e Dario Franceschini. Il ministro della Cultura uscente, di cui i renziani non si fidano (lo considerano uno dei teorici del via libera al M5s), fa eleggere 7 senatori: Gianclaudio Bressa, Bruno Astorre, Luigi Zanda, Roberta Pinotti, Daniela Sbrollini (che è molto legata a Ettore Rosato), Paola Boldrini, Annamaria Parente. Alla voce alleati considerati affidabili dai renziani (almeno finora), vale a dire Matteo Orfini, ci sono tre senatori: Francesco Verducci, Valeria Valente, Vincenzo D’Arienzo. Il ministro Andrea Orlando deve accontentarsi di appena tre eletti: Anna Rossomando, Antonio Misiani e Monica Cirinnà. Il riottoso Michele Emiliano elegge solo Assuntela Messina, mentre Tatiana Rojc figura invece come indipendente.

 

Ma un governo Pd-Cinque stelle, dice Matteo Richetti, portavoce della segreteria, a Carta Bianca, “non ci sarà perché sarebbe sbagliato, non per la tattica o la convenienza del Pd o del M5s, ma per la chiarezza che si deve agli elettori”. Catiuscia Marini, governatrice dell’Umbria, chiede un referendum sul tema, Andrea Orlando dice che si tratta di un’arma di distrazione di massa.

 

“E’ stata una mossa brillante dal punto di vista comunicativo – dice il ministro della Giustizia – spostare il dibattito interno del Pd sul tema delle alleanze, anzi sull’alleanza con i 5 stelle, oscurando così il tema del risultato elettorale. La discussione tuttavia mostra la corda. La maggioranza, tutta, esclude questa ipotesi. Quindi quasi il 70 per cento del Pd. L’area politica che mi ha sostenuto al congresso ha escluso la possibilità di un governo con i 5 stelle, così come con il centrodestra, quindi si aggiunge un ulteriore 20 per cento del Pd. In modo chiaro per questa prospettiva si è pronunciato Michele Emiliano che ha ottenuto al congresso il 10 per cento. Il conto è presto fatto. Il 90 per cento del gruppo dirigente del Pd è contrario a un’alleanza con il M5s”. Fine del dibattito insomma?

 

In attesa di sciogliere questo nodo, il Pd farà le sue scelte, a partire dall’individuazione del nuovo leader, dice Richetti. “Con Veltroni e Bersani il percorso è stato lo stesso. Lunedì faremo una direzione che individuerà la reggenza del partito (il reggente potrebbe essere Maurizio Martina? ndr). Non so se ci sarà Renzi e se non ci sarà sarà la dimostrazione che ha fatto un passo indietro anche fisico. Il nostro Statuto dice le cose che stiamo facendo”. Quanto all’elezione del nuovo segretario, dice Richetti, “ci sono due strade: una che torna a dare la voce al popolo del Pd oppure l’assemblea, che è legittimata a eleggerlo”. 

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    08 Marzo 2018 - 12:12

    Un pò di storia a fumetti.. Bersani vince le primarie e Renzi si adegua. Renzi vince le successive e diviene il golden boy . Bersani non ci sta e comincia subito a picconare il Pd . Orlando fa il ciriola ,non si sa dove vole andare a parare. Emiliano fa il proconsole dalla provincia ma non si sa per cosa. Enrico Rossi fa una mezza fronda, altri mugugnano . Così inizia la agonia di Renzi e del Pd .Golden boy? nessuno solo al comando ! C'è la epocale pensata del referendum .Ottima occasione per dare addosso al Renzi con fesso il Cav che non vuole eredi e vota con l'accozzaglia .Il TTR sostituisce il TTB per due motivi. Renzi dice basta con anti Cav e il Il Foglio ed molti altri vedono nel ragazzotto colui che toglie il freno a mano a una sinistra che vive ingessata nel TTB e peggio nella nostalgia molto intima della falce e martello. E ora come le rane di Esopo che sempre insoddisfatte si sono cuccate la biscia a 5stelle e il Pd con i titoli di coda per il The End.

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  • giantrombetta

    08 Marzo 2018 - 10:10

    C.erano una volta i partiti. Tra i quali uno che si chiama Partito democratico. Par di capire che democratico significa che promuove e si regge sui principi della democrazia, secondo i quali tutti gli iscritti e dirigenti partecipano democraticamente alla formazione delle decisioni, e alla fine la maggioranza determina le scelte che ogni iscritto e militante e’ vincolato ad applicare laddove abbia responsabilità di governo ed amministratore, pena la cessata appartenenza al partito attraverso dimissioni o espulsioni. Questo mi pare dettino le elementari norme di democrazia fin qui conosciute. Poi uno legge ciò che il Pd ha deciso a proposito dell’Ilva con conseguenti e correnti decisioni del governo di cui il partito ha la responsabilità di guida politica, e legge pure che il dirigente nazionale Emiliano al governo della Puglia a quelle decisioni democratiche non si attiene, anzi si oppone pubblicamente e formalmente senza che alcuno dal partito democraticamente lo espella.

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  • cristaldi.g

    08 Marzo 2018 - 10:10

    Faccio mie la parole di Calenda (che moltissimi iscritti condividono): se il PD decide di appoggiare un governo 5S straccio la tessera. Non si può governare con chi ci ha insultato in tutti questi anni: ladri, mafiosi, collusi, corrotti e via dicendo. I 5S e la Lega hanno i numeri per fare un loro governo. E che lo facciano!! A noi non che metterci sulla sponda del fiume.......e aspettare.

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  • giantrombetta

    08 Marzo 2018 - 09:09

    La tensione sul Pd e’ enorme, lei scrive. Leggo che Sposetti, gia’ tesoriere del vecchio Pci, dichiara essere Renzi un indegno da processare. E aggiunge:” Lui e la sua cerchia sono delinquenti seriali”. Sarebbe come dire che non solo il Pd ma tutti noi siamo stati e siamo ancora governati da una banda di delinquenti seriali. Magari se Sposetti, che mi pare tuttora gestisca l’immenso patrimonio immobiliare dell’ ex Pci, ce lo diceva prima chissà mai avrebbe suscitato l’attenzions di qualche Procura....

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