Luca Lotti (foto LaPresse)

Gli stracci del Partito democratico

David Allegranti

Lotti contro il partito dei ministri. Il partito dei territori e il M5s. Merola: “Sì al governo per la legge elettorale”

Roma. L’attesa della direzione del Pd di lunedì prossimo genera mostri, veleni, rivendicazioni postume, analisi tardive, accuse più o meno sottotraccia. Luca Lotti recapita un messaggio al “partito dei ministri” che non ha brillato nelle urne. Da Marco Minniti a Dario Franceschini, a Roberta Pinotti, ad Andrea Orlando. A quest’ultimo, riferiscono dal Nazareno, i vertici del Pd avevano chiesto di correre al collegio uninominale de La Spezia, ricevendo in cambio un rifiuto. “Ha ragione il ministro Orlando quando chiede un dibattito nel Pd, sul Pd”, dice Lotti. “Almeno, così, avremo modo di parlare di chi ha perso nel collegio di residenza ma si è salvato col paracadute, di chi non ha proprio voluto correre e di chi invece ha vinto correndo senza paracadute”, aggiunge il ministro dello Sport dimenticando però un riferimento a chi poteva correre nel collegio di residenza ma ha scelto di candidarsi a Bolzano e con diversi paracadute (citofonare Boschi). “Avremo modo di parlare di come è andata in alcune regioni governate dal Pd – aggiunge il braccio destro di Matteo Renzi – in cui il risultato è stato inferiore alla media nazionale con i governatori che hanno fatto tante interviste ma hanno perso tutti i seggi della loro regione”. Dunque, “se vogliamo aprire un dibattito interno facciamolo. Perché sentire pontificare di risultati elettorali persone che non hanno mai vinto un'elezione in vita propria sta diventando imbarazzante”. Insomma, c’è serenità nel Pd. E a contribuire al clima c’è il fervente dibattito sull’alleanza Pd-Cinque stelle, che agita anche i dirigenti locali in giro per l’Italia. Un accordo con il partito di Luigi Di Maio? “Sarebbe indecente”, dice Dario Parrini, segretario del Pd toscano e neosenatore. “Perché incoerente. Abbiamo programmi incompatibili. Il riformismo non può mescolarsi con l’estremismo. Mai”. Neanche se Di Maio facesse un passo indietro (per quanto improbabile) per favorire un governo? “Basta. Limitiamo i commenti a ciò che c’è oggi. Con i se non si va in nessun luogo”. 

 

Be’ ma se non ci fosse Di Maio? “Non giriamoci intorno. Il problema non è Di Maio. E’ il programma estremista, antieuropeo e demagogico”. Insomma, “l’estremismo e l’antieuropeismo non sono mescolabili con il riformismo e l’antieuropeismo”. Anche un altro neosenatore, il segretario regionale lombardo Alessandro Alfieri, dice che c’è una via sola: “Opposizione”. Il segretario regionale siciliano Fausto Raciti, appena rieletto alla Camera, non vede possibilità. “C’è incompatibilità. Il Pd è il Pse e non si può dire che i Cinque stelle sono Tsipras. I Cinque stelle – brutalizzando – sono l’Ukip. Insomma non ci sono le condizioni e d’altronde nessuno ce lo ha chiesto. Non c’è un confronto da parte dei Cinque stelle. Così come non c’è da parte della Lega. Finora non ci sono state richieste di verifiche di convergenze di questo tipo. Ma non ci sarebbe nemmeno lo spazio. C’è una distanza profonda di logica costituzionale: Pci e Dc condividevano un comune linguaggio costituzionale. Pd e 5 stelle no. Noi e Lega no. Noi siamo nel Pse, siamo una forza progressista agganciata all’Europa anche se critica l’Europa dell’austerità. Quindi noi non siamo compatibili né con la Lega né con il M5s sul breve, medio o lungo periodo. Anche perché io sono per la piena occupazione non per il reddito di cittadinanza”. “Il calcio nel sedere è stato molto chiaro”, dice il sindaco di Bologna Virginio Merola. “E in base a quello che ho visto finora, non c’è nessuna possibilità di fare accordi né con il M5s né con il centrodestra a trazione Salvini. Il padre nazione è in crisi, ci vuole una madre patria”. E la madre patria sono le città. “Serve un’alleanza tra le città per ripartire dalla vita reale. Questo non significa che dobbiamo fare un ‘partito dei sindaci’ o roba del genere. Il 22 marzo ci riuniremo a Firenze, ci sarà il coordinamento delle città metropolitane. Ci saranno tutti e approveremo una proposta di agenda urbana nazionale”. Un confronto con un governo di Cinque stelle che mostri attenzione per le amministrazioni locali “sarebbe anche possibile. Ma un accordo generale no. Ci sono incompatibilità programmatiche”.

 

Come il reddito di cittadinanza, che piace a una delle “tre patrie”, come le chiama Merola, uscite dalle urne. “Ce n’è una ribellistica, nel Mezzogiorno, in attesa dei sussidi, una del centro nord che non vuole pagare il reddito cittadinanza. E c’è un’antica isola riformista, Bologna e un po’ di Toscana”. L’unica che può un po’ gioire. Quanto al resto, il Pd può restare serenamente all’opposizione. Anche se secondo Merola “né M5s né centrodestra riusciranno a costituire un governo. Quindi invece di pensare a strani pateracchi o compravendite bisogna rassegnarsi alla possibilità che nasca un esecutivo sopra le parti”. Che faccia la legge di Bilancio, affronti con rigore il tema del debito. Per quanto tempo? “Il tempo di fare una legge elettorale nuova”. 

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  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.