Mario Draghi e Sergio Mattarela (fotomontaggio Il Foglio)

Nasce l'Italia di Mattarella e Draghi

Claudio Cerasa

Un filo unisce l’approvazione della legge elettorale e la conferma di Visco ed è il ruolo da protagonista di Mattarella contro l’Italia anti sistema. Renzi, Gentiloni, la Bce e le conseguenze di un nuovo e spericolato schema in campagna elettorale

L’approvazione della nuova legge elettorale (ieri il voto finale al Senato) e la conferma dell’attuale governatore di Bankitalia (oggi sarà ufficiale la nomina di Ignazio Visco) sono due prove di forza che hanno storie molto diverse ma che hanno un unico grande filo conduttore legato al solo volto uscito vincitore da entrambe le partite: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Nel caso della legge elettorale, il successo di Mattarella è stato rotondo per almeno due ragioni. Da un lato, il capo dello stato ha vinto la sua prima vera partita di poker da quando si trova al Quirinale e oggi può raccogliere i frutti dell’aver concesso in modo coraggioso al governo di utilizzare lo strumento della fiducia per accelerare il processo di approvazione del così detto Rosatellum (anche a costo di sfidare il fronte unico della caciara). Dall’altro lato, il capo dello stato ha vinto una partita se possibile ancora più importante che è quella di aver separato anzitempo le forze politiche più affidabili da quelle meno affidabili, creando in modo naturale tra i partiti che hanno votato sì alla riforma elettorale un nuovo arco costituzionale dal quale attingere nella prossima legislatura, qualora dopo le prossime elezioni la forza dei veti dovesse essere ancora una volta più forte della forza dei voti.

 

Nella partita della legge elettorale lo schema del presidente della Repubblica – che ormai da mesi, tra una dichiarazione contro le toghe da talk-show e un convegno contro gli anti vaccinisti, ha scelto di abbandonare gli abiti della prudenza per indossare gli abiti del protagonismo politico – è stato in parte ispirato dall’idea di dover costruire un argine per mettere l’interesse nazionale al riparo dalle forze antisistema. E da questo punto di vista è oggettivo che il Rosatellum sia stato costruito anche per rendere la vita più complicata a un partito politico evidentemente considerato un pericolo per la democrazia rappresentativa per un numero infinito di ragioni, non ultima quella di essere un movimento incapace di mettere l’arte del compromesso su un piedistallo più alto rispetto all’arte dello sfascio (il fatto che una legge elettorale sia stata fatta contro qualcuno può essere motivo di critica politica ma la Costituzione non prevede che sia incostituzionale fare una legge contro un altro partito, succede così da sempre, in Italia e in tutto il mondo).

 

Ma da molti punti di vista lo schema utilizzato da Sergio Mattarella per portare a casa la riforma elettorale è lo stesso schema utilizzato per portare a casa la riconferma di Ignazio Visco alla guida di Bankitalia, con il particolare che in questa partita l’avversario del capo dello stato non è stato il capopopolo del Movimento 5 stelle, Beppe Grillo, ma è stato il segretario del Pd, Matteo Renzi. E tutto questo, naturalmente, non potrà che avere delle conseguenze cruciali sugli equilibri politici dei prossimi mesi, durante i quali il perimetro dell’interesse nazionale che verrà tracciato sul terreno di gioco dal presidente della Repubblica avrà via via una rilevanza sempre più importante, anche alla luce della scelta fatta ieri da Mario Draghi di ridurre il flusso di acquisti di titoli di stato e di responsabilizzare così sempre di più i paesi che hanno tratto maggiori benefici in questi anni dal Qe. Al termine della partita di Bankitalia, nel triangolo tra Renzi, Gentiloni e Mattarella qualcosa è cambiato. E la scelta spericolata del segretario del Pd di sfidare la coppia Gentiloni-Mattarella, chiedendo in tutti i modi la rimozione di Ignazio Visco da Palazzo Koch, è destinata a essere non un episodio isolato ma l’indizio di un percorso preciso che verrà seguito nei prossimi mesi e che coincide grosso modo con l’idea esplicita di inserire nel corso della campagna elettorale il modello Gentiloni tra i simboli dei sistemi politici da cambiare e forse persino da rottamare. Difficile dire se questa partita a scacchi possa funzionare (è dura). Difficile dire se possa portare benefici l’essere messi dal presidente della Repubblica anche solo per un istante sullo stesso campo di gioco su cui si trova Beppe Grillo (è dura). E’ difficile prevedere infine se per Renzi sia più uno svantaggio o un vantaggio creare una antitesi con un presidente del Consiglio di cui Renzi è ancora azionista numero uno (è dura). Facile invece dire che alla fine della doppia triangolazione su Bankitalia e Rosatellum il panorama politico italiano si ritrova di fronte a uno schema in cui il vero filo conduttore della campagna elettorale, oltre al Grillo sì o al Grillo no, potrebbe essere la scelta tra due discontinuità diverse: votare per avere una discontinuità rispetto al modello Renzi o votare per avere discontinuità rispetto al modello Gentiloni. Nessuno può prevedere che esito darà il nuovo referendum su Renzi ma al momento, nell’Italia dove i veti contano più dei voti, sappiamo da che parte ha scelto di stare il presidente della Repubblica (e forse anche il governatore Mario Draghi). E non è poco.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.